Anno d’uscita: 2020
Regia: Carlos Hintermann

«Mio dolce figlio, la morte è solo un velo di fumo. Basta allungare la mano al suo interno per raggiungere le persone che ami». Con queste parole si apre “Il libro delle visioni” (“The Book of Vision”), lungometraggio diretto da Carlos Hintermann, al suo primo film di finzione. Il produttore esecutivo è Terrence Malick, e lo stile di quest’ultimo regista si ritrova in alcune inquadrature e scene, oltre che in enigmatiche, simboliche apparizioni. Questa storia originale si muove infatti su due piani temporali che oscillano tra passato e presente, tra personaggi settecenteschi e attuali, in un affascinante intreccio di esistenze, e con ambientazioni dal carattere gotico e animistico.

Il libro che dà il titolo alla pellicola viene scritto da un anziano medico di nome Johan Anmuth (Charles Dance), nella Prussia di fine Settecento, dove egli annota non soltanto le disfunzioni fisiche dei suoi pazienti, ma soprattutto quel misto di sogni, paure e incubi che diventa fondamentale nel percorso di guarigione. Del tutto diverso è l’approccio del giovane dottore svedese Nils Lindgren (Sverrir Gudnason), che preferisce visitare i suoi pazienti e toccarli – una pratica innovativa per l’epoca – ma evita di prendere in considerazione tutta la loro parte onirica, definita frutto di superstizione secondo i dettami dell’Illuminismo. Nel contrasto tra le figure dei due dottori del Settecento si assiste all’avvento del razionalismo cartesiano in medicina, con un riferimento non casuale all’anno di uscita della pellicola, all’inizio della pandemia da Covid-19. Entrambi sono i medici di fiducia del generale von Ouerbach, della moglie e dei due figli. Figura chiave nella storia è la giovane serva Maria (Izol’da Djushauk), accolta in casa del dottore sin da bambina, che ama inoltrarsi nei boschi accanto al villaggio.

Nella vicenda ambientata ai giorni nostri, la dottoressa Eva (Lotte Verbeek) ha invece lasciato una promettente carriera in ambito medico per scrivere un’opera proprio sul “libro delle visioni” di Anmuth, custodito presso un’università, e quindi concentrandosi sulla storia della medicina e sull’aspetto letterario della disciplina. Come un oggetto magico, il libro sembra schiudere nella sua mente, e di conseguenza davanti agli occhi dello spettatore, squarci sul passato e sui suoi protagonisti, sulle misteriose rivelazioni che li accomunano, sui legami che li vincolano nel tempo. La stessa Eva mette in discussione la separazione tra passato, presente e futuro, mentre si scontra con le sfide della medicina moderna e i suoi limiti. Non considerare più il paziente in maniera olistica – un tutt’uno di corpo, mente e anima – ma soltanto come una macchina rotta da aggiustare compromette l’efficacia della diagnosi e della terapia conseguente.

Altro tema fondamentale nell’opera di Hintermann è la gravidanza, e quindi il corpo della donna come ricettacolo e nutrimento di una vita in divenire, e che presto vedrà la luce.

La locandina
Nel poster, giganteggia un volto femminile; come è noto, la parte anatomica che meglio definisce l’identità di una persona, e la sua spiritualità, è proprio il viso. Dalla zona inferiore della locandina nasce e si alza un intrico di rami, simili a un impasto di argilla. I colori sono scuri e verdastri, ma si stemperano e si addolciscono nel viso e nel cielo luminoso che diffonde il suo chiarore dietro l’albero-donna. Lei ha gli occhi chiusi, come se sognasse o stesse osservando qualcosa di ravvisabile soltanto nel buio della sua temporanea cecità.
Il fango e la creazione
Il fango è simbolo della materia primordiale e feconda, da cui l’uomo è stato tratto secondo la tradizione biblica. Nella Bibbia (“Genesi” 1-5) la creazione dell’uomo è narrata in due racconti. Nel primo essa avviene il sesto giorno, mediante la seguente deliberazione: «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Nel secondo racconto «Dio formò l’uomo dal fango della terra, gli insufflò nelle narici un alito di vita e l’uomo divenne anima vivente».

La citazione biblica e i colori scuri e verdastri dell’affiche richiamano l’opera “Elohim crea Adamo” (conosciuto anche come “Dio crea Adamo”), un dipinto realizzato nel 1795 dal pittore William Blake e conservato presso la Tate Britain di Londra. Molto lontana dall’iconografia tradizionale, la scena mostra Dio che sta plasmando l’uomo – un fantoccio inanimato con gli occhi vuoti, coricato al suolo con le braccia allargate come in segno di resa – mentre un serpente, simbolo del materialismo, gli si attorciglia attorno alla gamba.
L’albero
Ritornando a osservare la locandina, notiamo che questo fango grigiastro e verdognolo compone il collo della donna, i rami laterali e altri più sottili sullo sfondo. Come ho accennato in precedenza, Maria, la giovane domestica del dottore, ama inoltrarsi nella foresta, per arrivare al cospetto di un albero imponente, che si anima al suo avvicinarsi. L’albero è un simbolo diffuso in moltissime culture e oggetto di culto come emblema di vita in continua evoluzione, e rigenerazione. Si struttura a più livelli, innanzitutto nelle radici, che affondano nel terreno, dove sono in grado di allungarsi in profondità e in senso orizzontale, per trarre nutrimento; nel tronco che salda la pianta alla terra, la cui crescita è ad anelli; e infine la cima con i rami che si protendono verso il cielo e il sole, e si muovono nell’aria. Una pianta, specialmente di grandi dimensioni, ospita numerose specie animali: uccelli vi fanno il nido; roditori si rifugiano nelle sue cavità; rettili strisciano in mezzo ai rami; insetti ronzano ovunque e si posano.

L’albero può essere portatore di vita, ma anche accogliere in sé la morte e il disfacimento di un corpo, o comunque della materia organica. In questa molteplicità di ruoli, ho scelto alcune immagini all’interno di una serie artistica a dir poco sterminata, partendo non solo dal significato in rapporto a “Il libro delle visioni” ma anche dai colori.La scultura dell’Albero del Mondo, ovvero un pezzo di albero dai molti rami con uccelli, è caratteristica delle tombe tradizionali del Messico occidentale. Nell’interpretazione più accreditata, gli uccelli sono le anime non ancora discese negli inferi, mentre l’albero centrale può rappresentare l’albero del mondo mesoamericano.
Nella pittura murale dentro la camera di sepoltura di Menna (scriba del re), affrescata nel 1422-1411 a.C. a Tebe, troviamo il tema della maternità: una madre con il bambino, collocato nella fascia, siede accanto a un albero e con le mani impasta un alimento. Nella scultura dell’Albero della vita di Andrea Roggi, del 2020, ubicata presso Cortona, l’albero nasce dal mondo stesso, e ha la forma di un uomo e di una donna che si baciano, originando rami e foglie dalle braccia.
La coppia
Nel manifesto, la pianta è un albero-madre, accoglie in sé la vita, la nutre in innumerevoli modi; e da una madre può nascere un figlio o una figlia, o entrambi – una coppia che nella locandina si staglia nella parte centrale, e guarda verso la luce. Proprio questa posizione della coppia è rivelatrice, perché si trova tra i rami, ma sorge anche nella mente della protagonista dagli occhi chiusi: soltanto quello che desideri diventa reale, non soltanto ciò che concretamente accade nel mondo.

Il titolo
La scritta è realizzata con uno smilzo font bastone in colore bianco. La parola BOOK è formata dall’intersezione delle due O, che diventano cerchi simbolo di continuità, al cui centro è inserita un’altra O più piccola, a formare “il terzo occhio”.
In alcune tradizioni religiose ed esoteriche, esso diventa un organo capace di vedere l’invisibile situato oltre la realtà ordinaria. Esattamente come nel Libro delle visioni.
Cristina M. Cavaliere