È possibile, assemblando i frammenti di un oggetto di ceramica o porcellana rotto, realizzare qualcosa di nuovo, che mostrando i punti di giunzione anziché nasconderli acquisisca una diversa bellezza e un più autentico e profondo significato?
Il kintsugi, cioè la tradizione giapponese di riparare tazze, vasellame e piatti infranti usando lacca mescolata con oro o argento, offre una risposta positiva a questo interrogativo.

La tecnica, nata nel Paese del Sol Levante nel XV Secolo nel periodo Muromachi, permette di considerare la rottura come parte importante della storia di un oggetto, piuttosto che cercare di mascherarla: il manufatto diviene così un pezzo unico per via delle linee che lo solcano, dovute alla casualità con cui si è frantumato, e prezioso, mediante la presenza dell’oro o dell’argento.

Il messaggio veicolato da questa pratica, a livello metaforico, è che da una imperfezione o da un trauma possa nascere una perfezione interiore o esteriore ancora maggiore: pertanto il kintsugi può essere considerato l’arte della resilienza. Questo concetto è fortemente legato al buddismo Zen e alla capacità di contemplare l’impermanenza delle cose e della vita stessa per poter condurre un’esistenza serena.
L’arte del kintsugi nacque quando lo shogun Ashikaga Yoshimasa (1435- 1490) ruppe una delle sue tazze preferite e dei ceramisti cinesi riuscirono ad assemblarne i cocci utilizzando lacca urushi e polvere d’oro.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ashikaga_Yoshimasa_detail.jpg

Lo shogunato di Yoshimasa vide anche la fioritura di altri fenomeni artistici e culturali: sotto l’influenza del buddismo Zen prosperarono infatti, in questo periodo, l’estetica wabi sabi, la cerimonia del tè, l’ikebana, il teatro e la pittura con inchiostro cinese, mentre la cultura della corte imperiale andava fondendosi con quella dei samurai.

Nei secoli la tecnica del kintsugi ha conservato intatto il suo fascino e tuttora viene utilizzata anche come forma di arte-terapia a vantaggio di chi ha subito dei traumi, per aiutarlo a ricomporre i frammenti del proprio io e a ricostituire una nuova integrità, considerando i segni lasciati dal tempo e dal dolore come una fonte di arricchimento e di crescita personale.
Un’artista sensibile come Yoko Ono non poteva non lasciarsi ispirare da questa pratica e dunque, a partire dal 1966, ha realizzato più volte “Mend Piece”, un allestimento in cui i visitatori sono invitati a costruire oggetti assemblando in forme inedite frammenti di stoviglie bianche per farli rinascere a nuova vita, a voler simboleggiare la ricostruzione del sé.
Anche alcuni musicisti del panorama contemporaneo hanno mostrato interesse nei confronti di questa secolare tradizione, rappresentandola negli artwork dei loro album. Un disco di recente uscita (febbraio 2024), il quarto lavoro in studio della band abruzzese Voina, si intitola proprio “Kintsugi” e rappresenta in copertina una supeficie bianca solcata diagonalmente da una linea di frattura color oro. Il significato di questa scelta è stato spiegato dal gruppo stesso: il loro intento è quello, attraverso le nove tracce che compongono il full-length, di dimostrare che è necessario «rincollare le cose rotte… anche quando ti dicono che forse non ha più senso farlo, che le cose vecchie vanno tenute in soffitta insieme ai ricordi… contro il tempo, la memoria, contro gli impegni della vita tutti i giorni».

Fuor di metafora, la formazione guidata da Ivo Bucci con questo nuovo album vuole sottolineare l’importanza dei legami con il passato e le circostanze del proprio vissuto. Al tempo stesso i Voina intendono infrangersi contro le contraddizioni del mondo e della società, ponendosi in modo critico verso di essi, per poi cercare di ricostruire in modo propositivo la propria identità.Un altro artista italiano, Protto (stage name di Nicolò Protto), ha utilizzato il kintsugi sulle copertine del suo EP “Primavera Atomica” (2023) e dei singoli da esso estratti. Sulla cover dell’EP compare un piatto composto da frammenti diversi, saldati tra loro con un legante dorato. Mentre sulla copertina di “Troppo a nord”, il primo singolo, apparivano solo pezzi di porcellana separati, come fotografati subito dopo una rottura, qui essi sono ricomposti e al centro dell’oggetto è visibile il volto del cantautore torinese, metà maschio e metà femmina, in parte samurai e in parte geisha, a voler rappresentare l’essenza degli altri due brani, i “gemelli” “Hiroshima” e “Nagasaki”. Confrontando le cover dei singoli, si comprende che quella dell’EP è il “sunto” di tutte e tre e che le canzoni, a loro volta, sono tesi, antitesi e sintesi di un procedimento dialettico che auspica di giungere alla ricostruzione di sé stessi.
Parte significativa del concept di Protto sono i videoclip dei tre brani, realizzati dallo studio LOH come le foto degli artwork. Nel video di “Troppo a nord” innumerevoli piatti di colore bianco si infrangono al suolo, ma non vengono in alcun modo riparati o ricomposti, a voler alludere alla disgregazione dell’individuo. I cocci restano avviluppati in un telo o ammucchiati per terra, in un cumulo di rifiuti che non lascia speranza anche se si intravedono, in rapidi flash, alcuni pezzi di carta assemblati con un liquido dorato, in riferimento proprio al kintsugi, a voler forse simboleggiare un desiderio di catarsi e di rinascita. (link al video: https://youtu.be/uyjS2jZR_7s?si=sbM7u5m9SpmdS9Zi)
“Primavera atomica”, nel suo complesso, vuole raccontare il disagio esistenziale di un io lirico che, purtroppo, non sembra trovare riconciliazione, nonostante il tentativo di “rimetterne insieme i pezzi”: i “collage” che compaiono sulle copertine, infatti, non appaiono rassicuranti, bensì pervasi da un’inquietudine sottilmente disturbante, ideale corrispettivo del contenuto delle canzoni.

Una “rivisitazione” del kintsugi appare, infine, nell’artwork, opera di Steve Stacey, del secondo lavoro in studio degli inglesi Nothing But Thieves. Sulla copertina total white di “Broken Machine” (2017) campeggia infatti una figura femminile solcata da fratture nelle quali scorre vernice dorata. La deluxe edition del medesimo album è nera e rappresenta una modella di colore nella stessa posa della versione “bianca”. Nel booklet del disco sono visibili altre foto, opera di Sarah Brimley, che rappresentano altri dettagli del corpo delle modelle che presentano “crepe” riempite da un legante aureo.
L’affascinante servizio fotografico rimanda al idealmente contenuto della title track. L’io lirico protagonista della canzone, infatti, paragona sé stesso ad un macchinario rotto, che aspira ad essere rimesso in funzione e ad essere dotato di un “cuore umano” per ritrovare la propria integrità ed autenticità: «Take a little spark/ From a battery/ Electricity/ And put me back together…/ Take a human heart/ Add some vanity/ Authenticity/ And put them all together…».

Questa breve carrellata tra artwork differenti dimostra come il kintsugi sia un concetto seminale, che ha attirato in questi ultimi anni l’attenzione di musicisti di estrazione diversa: dall’indie rock dei Voina al cantautorato “sui generis” di Protto fino all’alternative rock dei Nothing But Thieves. L’idea di fondo è che la rottura di un oggetto non ne rappresenta più la fine e le sue fratture diventano trame preziose; lo stesso accade all’essere umano dopo un evento traumatico.
Questa è l’essenza della resilienza: così come la secolare pratica giapponese restituisce nuova vita e bellezza al vasellame infranto, allo stesso modo è opportuno far fronte in maniera positiva alle situazioni problematiche e crescere attraverso le proprie esperienze dolorose. Esse vanno valorizzate e le proprie “cicatrici”, così come le venature dorate o argentate del kintsugi, renderanno ogni individuo unico e prezioso.

Per approfondire alcuni aspetti di questo excursus, consiglio la lettura dei seguenti articoli:
https://marynowhere.com/2021/08/26/riparare-il-mondo/ (“Mend Piece” di Yoko Ono)
http://www.lisolachenoncera.it/news/x-8/ (“Troppo a Nord” di Protto)
http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/primavera-atomica/ (“Primavera Atomica” di Protto)
Maria Macchia