Anno d’uscita: 2021
Regia: Xavier Giannoli

Tratto dall’omonimo romanzo di Honoré de Balzac, il lungometraggio è la storia del giovanissimo Lucien Chardon (Benjamin Voisin), figlio di un farmacista di Angoulême, che nutre grandi ambizioni poetiche nella Francia della Restaurazione.

Per conferire un tocco di prestigio alle sue prime prove, stampate nella tipografia in cui lavora, si firma de Rubempré dal cognome della madre, di cui però non ha ereditato i titoli. Lucien gode delle simpatie di un piccolo circolo letterario di campagna, dove viene incoraggiato dalla nobile Louise de Bargeton (Cécile de France) a leggere i suoi versi. Nonostante la differenza di età, il giovane ne diventa l’amante, ma, per timore di destare scandalo, i due si recano insieme a Parigi dove la donna ha conoscenze altolocate.

Bisognoso di guadagnare, Lucien si presenta a Lousteau (Vincent Lacoste), che lavora come giornalista presso Le Corsaire, uno dei molti giornali liberali che proliferavano all’epoca. La monarchia non aveva ancora dato un drastico giro di vite alla stampa di opposizione e ai contenuti delle pubblicazioni, che erano piuttosto libere. Colpito dalla grande facilità di scrittura del giovane, lo spregiudicato Lousteau lo fa entrare in redazione con l’incarico di stilare degli articoli satirici contro i giornali avversari.

Da lì in poi comincerà la sarabanda che travolgerà l’ingenuo Lucien, destinato a perdere l’iniziale candore tra opportunismo e dissipatezza. Questo piano inclinato lo farà scivolare sempre più in fretta nelle braccia del diavolo. Del resto, come scriveva lo stesso Balzac, che aveva esperienza di giornalismo oltre che di letteratura, «Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio

La locandina
Nella composizione del manifesto, la posa del giovane al centro, con gli occhi chiusi e le braccia sollevate, calamita subito lo sguardo dell’osservatore. Lucien sta per ricevere il contenuto di una bottiglia, pur non immediatamente individuabile, mentre sopra la sua testa è sospesa una corona scintillante. Attorno a lui vi è una cerchia di amici, o presunti tali, mentre sullo sfondo si affollano numerosi osservatori, le cui teste sembrano quasi decapitate.

La scena costituisce un momento decisivo del film, e una sorta di iniziazione del giovane de Rubempré: la combriccola degli amici giornalisti, infatti, «nel nome della malafede, del pettegolezzo, degli annunci pubblicitari» lo battezza giornalista versandogli sul viso lo champagne. Andremo ora a investigare, dal punto di vista artistico, questo misto tra un rituale laico – l’incoronazione – e uno religioso – il battesimo – proposto nella locandina.

L’incoronazione
La corona è un copricapo cerimoniale, il cui termine deriva dal greco κορονή e dal latino corona, col significato di “oggetto che circonda” (sottinteso “la testa”). Può essere aperto alla sommità oppure chiuso, ed è un attributo delle divinità, dei sacerdoti, dei sovrani e dei supremi magistrati e di chiunque si distingua per meriti militari, politici o civili.

Molto diffuso nelle culture di tutto il mondo, il simbolismo della corona collega ciò che sta in basso, l’uomo (tramite la parte più nobile, la testa) con ciò che sta in alto (il dono calato dal cielo). La forma circolare dell’oggetto indica sia la perfezione sia la partecipazione alla natura celeste: nell’incoronato viene unito il sopra e il sotto e, allo stesso tempo, li si tiene separati.

Per quanto di nessun valore, e atta a completare la buffonesca messinscena, la corona nel poster è di tipo aperto e ornata delle classiche punte, che anticamente simboleggiavano i raggi di luce. La parola “corona” è infatti molto vicina alla parola “corno” ed esprime l’idea di illuminazione e potenza. Nel manifesto, viene impugnata da Raoul Nathan (l’attore Xavier Dolan), che si trova sul retro; egli è un giornalista filomonarchico e, nonostante la sua altezzosità, si rivelerà essere un amico sincero per il protagonista, prodigo di consigli che puntualmente non saranno seguiti.
Qui sopra si può osservare “L’incoronazione di Carlo Magno”, miniatura datata tra il 1455 e il 1460. Tale cerimonia avvenne la notte di Natale dell’800, nella chiesa di San Pietro a Roma. L’impostazione della miniatura ricorda per molti aspetti quella della locandina, con una folla di persone a circondare il protagonista inginocchiato.
In questa seconda immagine invece viene raffigurata “L’incoronazione di Carlo VII di Francia”, ovvero il dettaglio di un’opera di Jules Eugène Lenepveu intitolata “Giovanna d’Arco”, 1889. L’incoronazione avvenne nel 1429 nella cattedrale di Notre-Dame de Reims.Rimanendo in terra di Francia, nelle cerimonie medievali e per tutto l’antico regime, l’incoronazione era accompagnata dall’unzione con l’olio crismale contenuto della Santa Ampolla. La potete vedere nell’immagine sopra, chiusa nel suo reliquiario. Con questo gesto solenne, il vescovo sanzionava che l’investitura dei re cristianissimi provenisse direttamente dal cielo. La fiala fu infranta nel 1793 per opera di un convenzionale. Siamo in piena rivoluzione, il re era già stato ghigliottinato e i simboli del potere monarchico, nonché quelli della religione, venivano spezzati uno dopo l’altro.

La corona rappresenta anche l’iniziazione cristiana per eccellenza: il battesimo. Le “Odi di Salomone”, apocrifi dell’Antico Testamento, contengono diverse allusioni in questo senso: «Mi hanno intrecciato una corona di Verità» 20, 7-8: «Rivesti abbondantemente la grazia del Signore, ritorna in paradiso, intrecciati una corona del suo albero e posala sulla tua testa.» Il che ci porta dritti dritti al prossimo argomento…

Il battesimo
Il sorridente personaggio sulla destra della locandina, Lousteau, sta reggendo una bottiglia di champagne, mentre il personaggio sulla sinistra, Finot (Louis-Do de Lencquesaing) sta per ricevere il liquido nel cavo della mano, con cui dovrà “battezzare” il protagonista.

Anche in questo caso, troviamo la celebrazione del rito, che indica purificazione e rinnovamento, presso numerosi popoli. Si tratta di un simbolo di morte dell’uomo peccatore, e della sua rinascita, come nel battesimo praticato da Giovanni Battista, già conosciuto presso gli Esseni. Anche nella cerimonia della religione cattolica, viene introdotta la duplice intenzione di mondare dalle lordure del peccato e di vivificare il nuovo membro della comunità cristiana.
Da sinistra a destra: “Il battesimo di Clodoveo”, miniatura tratta da “La vie de Denis de Paris”, “Rito del battesimo di Agostino di Ippona per mano di sant’Ambrogio” di Benozzo Gozzoli, 1484.

Abbigliamento e colori
Un’ultima notazione sugli abiti indossati dai protagonisti e qui ridiamo la parola a Balzac: «Il problema dell’abbigliamento ha un’importanza enorme per coloro che vogliono avere l’aria di possedere quel che non possiedono affatto; perché è spesso il mezzo migliore per arrivare a possederlo davvero.»

La giacca di Lucien è di un arancione carico, fatta con stoffa pregiata e con preziosi ricami ai risvolti del bavero, e il colore ben si sposa con la sommità della locandina, che mostra un soffitto da cui pendono scintillanti lampadari a goccia. Le tinte del manifesto sono calde e avvolgenti, tranne per quanto riguarda gli abiti maschili degli ospiti in piedi, scuri secondo la moda del tempo e che quasi anticipano il severo abbigliamento di epoca vittoriana.

Lucien ha le braccia allargate in una posa messianica, o come se si preparasse ad ascendere. In realtà l’apoteosi non avverrà mai, e mai egli si distaccherà da quel pavimento dove si è inginocchiato per ricevere il suo battesimo laico ad opera di una compagine di demoni… e da cui, significativamente, sta salendo il buio.
Cristina M. Cavaliere