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Questa è la prima volta che i Pearl Jam propongono per l’artwork di un loro disco una figura astratta. Di fatto il design proposto da Gnedzilov lo è: si tratta di una fotografia ottenuta con un caleidoscopio, ossia un pattern (in questo caso diversi effetti di light painting) che riflettendosi su degli specchi forma immagini simmetriche. Se si guarda tutta la loro discografia a livello visivo, solo “Binaural” potrebbe avere delle analogie e non solo per la tematica spaziale: c’è una struttura caratterizzata da simmetria come quella proposta sulla cover di “Dark Matter”, anche se orientata verticalmente e somigliante ad un 8 (o al simbolo dell’infinito). Mentre però la figura sulla cover di “Binaural” riproduce, ritoccandola leggermente, la fotografia di una vera nebulosa, per l’immagine di “Dark Matter” non esiste altro riferimento che l’interpretazione presente nella mente di chi osserva.

Ognuno può vedere qualcosa di diverso: è il principio di un test psicologico proiettivo come quello delle macchie di Rorschach, composto da diverse tavole su ciascuna delle quali è riportata una macchia d’inchiostro che viene sdoppiata proprio come nell’effetto caleidoscopio utilizzato da Gnedzilov a formare varie configurazioni. A differenza del quadro astratto, dove il titolo fornisce una chiave di interpretazione e può influenzare anche la visione, i disegni ambigui ideati da Rorschach, evocano delle forme familiari ma in realtà raffigurano solo ciò che l’osservatore vuole vedere, quindi uno specchio della sua storia e personalità.
Del resto il concetto di materia oscura riporta facilmente al tema dell’inconscio, teorizzato da Freud come lato sommerso dove nascondiamo tutto ciò che non vogliamo ricordare e che in qualche modo rimuoviamo, ma rimane lì e ha effetto sul nostro Io determinando il nostro comportamento anche se non ne siamo consapevoli. La fantascienza ha spesso fatto appello, in maniera non diretta, ai temi legati all’ inconscio, per creare paura ed inquietudine: i mostri alieni dello spazio nella fantascienza sono da sempre stati una materializzazione delle paure dell’umanità o dell’individuo.

In un vecchio film di fantascienza degli Anni’50, “Il pianeta proibito” con Vincent Price, trasposizione della “Tempesta” di Shakespeare, durante una missione scientifica per studiare un pianeta alieno  una forza misteriosa ed invisibile  uccide tutti i membri di una spedizione tranne il comandante e alla fine si scopre la causa: gli abitanti del pianeta avevano costruito  una macchina in grado di proiettare materia con il solo pensiero, senza però tener conto che essa avrebbe  materializzato anche  i contenuti dell’inconscio e proprio i mostri partoriti dall’inconscio dello scienziato a capo della spedizione avevano finito con l’uccidere tutto il suo equipaggio. Alla fine nel film l’unico modo per rendere visibili questi mostri e combatterli è investirli con un fascio di luce. Si può dire che i Pearl Jam abbiano fatto la stessa cosa, utilizzare la luce, e la musica, per delineare i contorni di questa “dark matter” che ha molto del mondo inconscio.
Proseguendo nell’analisi dell’artwork, le creazioni di Gnedzilov si espandono nella copertina interna, dove l’intero spazio è occupato da una grande matassa luminosa dai toni arancioni simile a un magma incandescente, ottenuta sempre con la tecnica di movimento di fili luminosi. All’interno del booklet le fotografie dei componenti del gruppo appaiono in una specie di doppia esposizione con altri effetti di light painting, creando come un’interferenza che li trasforma in silhouette irreali, quasi ombre generate dalla materia oscura.

Il disco contiene anche  anche una serie di adesivi, applicabili come etichetta per il disco in vinile: questi  vortici colorati sono stati realizzati con un altro tipo di tecnica favorita da Gnedzilov, i cosiddetti “fisiogrammi”, creati dall’artista catturando il movimento della sorgente luminosa sotto la sua stessa inerzia; in sostanza si tratta di fotografare al buio, sempre con il metodo della lunga esposizione, il movimento inerziale di una corda alla cui estremità è stata collocata una luce.

Anche il vortice dalle tinte blu utilizzato come copertina del primo singolo, “Dark Matter”, è stato realizzato con la medesima tecnica, e l’effetto qui ricorda la locandina del film “Vertigo” di Alfred Hitchcock, realizzata da Saul Bass.
Forse è scontato il richiamo all’ iconica cover di “The Dark Side of the Moon”, opera dello Studio Hipgnosis di Storm Thorgerson: c’è il riferimento allo spazio (e se vogliamo ad un lato “dark”, oscuro), c’è una figura che si staglia nel buio totale di un vuoto cosmico senza stelle, Ma c’è anche il tema della luce, richiesta espressamente da entrambe le band: come i Pearl Jam hanno chiesto a Gnedzilov la presenza in copertina di una luce che sembrasse energia, così i Pink Floyd avevano chiesto allo studio Hipgnosis  che fossero rappresentate le luci usate nei loro concerti. In “The Dark Side of the Moon” un prisma viene colpito da una luce bianca che si scompone nei colori primari e questa immagine sintetizza perfettamente il silenzio, la perfezione, ma anche l’oscuro spezzato dalla luce.

Visivamente prevale la geometria, e così anche la musica contenuta nel full-length segue apparentemente traiettorie geometriche caratterizzate da linee oblique che tagliano come laser, ma con la presenza di un elemento pulsante, quindi umano: infatti Roger Waters suggerì che la luce verde fosse in movimento come un elettrocardiogramma. In modo simile, la figura sull’immagine dei Pearl Jam abbina le linee di luce fredda ad un cuore di energia calda pulsante, ma prevalgono le forme curve, quasi abbraccianti: anche qui in qualche modo una rappresentazione dello stile e del mood trasmesso dalla band attraverso la loro musica.
La forma simile a delle costole richiama anche un’altra copertina, cioè il pattern grafico riprodotto sulla controversa cover di “Undertow”, il primo album dei Tool, dove si vede solo una gigantesca gabbia toracica rossa, ma in realtà c’è qualcosa al suo interno, infatti se si guarda alla luce emerge l’immagine di una donna obesa con un uomo nudo, cosa che provocò la censura in molti negozi.
Anche qui qualcosa di invisibile all’occhio ma comunque presente, proprio come la materia oscura… E su questo i Pearl Jam hanno ancora qualcosa da comunicare: un messaggio criptico presente nell’ultima pagina del booklet, scritto a mano, in cui si legge: «Dedicated to the one and only PO. Thank you». Apparentemente solo una piccola dedica per una persona, di cui ci sono solo le iniziali: se accanto non fosse stato aggiunto un misterioso disegnino, una figura a forma di obelisco con due colonne incrociate.

Chi conosce bene i Led Zeppelin sa di cosa si tratta: è un oggetto che compariva sulla copertina del loro disco “Presence”, altro artwork creato dallo studio Hipgnosis di Storm Thorgerson, caratterizzato da diverse fotografie dove le persone interagivano con questa sorta di piccolo obelisco chiamato solo “l’Oggetto”, (poi trasformato in vero oggetto e prodotto in 1000 copie diventando un feticcio da collezionare).

Si capisce allora che il “PO” della dedica scritta dai Pearl Jam significa “Presence Object”, l’Oggetto di “Presence”. Ma perché la band di Seattle ci ha tenuto a fare questo riferimento in chiusura di “Dark Matter”? Forse perché, come aveva spiegato Storm Thorgerson, l’oggetto rappresentava la potenza dei Led Zeppelin «così potenti che non avevano bisogno di esserci». Esattamente come la materia oscura…
Federica Vitelli

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