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Nella copertina di “Dark Matter”, per rendere in qualche modo visibile questo invisibile che però esiste, per “fotografare” tutti questi “spettri” e dar loro una ipotetica forma nell’artwork del loro disco, i Pearl Jam si sono rivolti ad Alexandr Gnezdilov (https://alex-gnezdilov.com/), moldavo trapiantato in Germania, dove lavora come ingegnere informatico nel settore delle automobili. Fin da piccolo si è appassionato alla fotografia, però con una particolare preferenza per le foto “venute male”, quelle sfocate che normalmente si cestinano. Questo lo ha portato ad esplorare i metodi della lunga esposizione ma la vera illuminazione, è il caso di dirlo, verrà con la scoperta della cosiddetta “light painting”, ovvero la pittura di luce.
Questa particolare tecnica fotografica, come spiega Gnedzilov «consiste nel creare le immagini utilizzando un periodo di esposizione prolungato e utilizzando una fonte di luce, come una torcia, per “dipingere” al buio» e a differenza della pittura tradizionale non permette di annullare qualsiasi cosa per cui il risultato si può vedere solo una volta completato il processo. È praticamente un metodo di pittura “alla cieca”, quindi spesso richiede molti tentativi per ottenere l’effetto voluto, e «introduce un effetto sorpresa consentendo all’Universo di svolgere un ruolo nel processo creativo».

La “light painting” fu inventata da due ricercatori Étienne-Jules Marey e Georges Demeny nel 1889 con lo scopo di studiare il movimento umano e animale. Man Ray fu il primo artista a sperimentare questa tecnica nel 1935 con la serie di dipinti chiamata “Space Writing”, ma non fu l’unico.
Nel 1949 un altro grande artista si cimentò nell’uso di questa particolare tecnica. In quell’anno il fotografo albanese-americano Gjon Mili venne infatti incaricato dalla rivista “Life” a recarsi in Francia per incontrare Pablo Picasso. Essendo egli stesso un innovatore, Mili parlò a Picasso di una delle sue tecniche di fotografia: collegando delle piccole luci sulle lame dei pattini dei pattinatori di ghiaccio e fotografandoli mentre danzavano nel buio, Mili era riuscito a catturare nell’immagine delle strisce di luce. Picasso si incuriosì e diede al fotografo 15 minuti per provare uno di questi esperimenti. Fu così affascinato dal risultato da posare per cinque sessioni, proiettando 30 disegni di centauri, tori, profili greci e la sua firma. Mili ha scattato le sue fotografie in una stanza buia, con due fotocamere, una per la vista laterale, un altro per la vista frontale. Lasciando gli otturatori aperti, ha catturato le strisce di luce. Questa serie di fotografie, nota da allora come “disegni di luce di Picasso”, sono state realizzate con una piccola luce elettrica in una stanza buia: i disegni svanivano non appena venivano creati ma rimangono a testimonianza le immagini e i video realizzati da Mili.
Oggi, con la tecnologia digitale alla portata di tutti anche  creare foto con effetti di light painting è facilmente realizzabile da chiunque, e su internet se ne trovano molte; Gnedzilov però preferisce creare gli effetti manualmente, utilizzando materiali semplici come torce, lampioni, laser, fuoco, lucciole, anche la luce delle stelle; inoltre per ottenere configurazioni più complesse e artistiche di quelle comunemente diffuse utilizza anche dei caleidoscopi a due o più specchi, che progetta e auto-costruisce, creando figure che sono in realtà un doppio, o più, della stessa figura ottenuta con la light painting.

Nel 2023 una sua fotografia, raffigurante una sorta di sfera formata da lunghe linee ricurve di luce azzurrina, è stata utilizzata in un articolo sulla rivista scientifica “Popular Mechanics” che parlava di un oggetto quantistico noto come “Anello di Alice”, in omaggio alla Alice di Lewis Carroll, una sorta di anello a vortice con un solo polo magnetico. A quanto pare l’articolo è stato visto da Jeff Ament, bassista dei Pearl Jam e curatore principale dei loro artwork, e quel disegno in particolare lo ha colpito tanto da incaricare il loro agente di contattare il fotografo: una storia simile a quella dietro la scelta dell’immagine con le onde elettromagnetiche per la copertina di “Unknown Pleasures” dei Joy Division, da uno scatto che Bernard Sumner, chitarrista del gruppo ma anche grafico e appassionato di riviste scientifiche, aveva notato su Scientific American.Per realizzare il lavoro grafico sul front di “Dark Matter” Gnedzilov è partito dalla stessa base dell’immagine che aveva colpito Ament: i Pearl Jam hanno solo richiesto che ci fosse una luce dal colore giallo come un nucleo di energia. Questo elemento infatti va a costituire il centro, quasi il cuore, dal quale si irradiano i lunghi filamenti che si ricurvano verso avanti creando la forma sferica. Gnedzilov ama realizzare gli effetti di light painting utilizzando oggetti legati alla quotidianità e per la cover del disco dei Pearl Jam ha usato le luci natalizie, quei fili luminosi che si usano per decorare l’albero oppure la casa. Le lunghe linee che si vedono sono in realtà la fotografia del movimento di un solo filo luminoso ripreso con la lunga esposizione, mentre il nucleo di energia è stato ottenuto muovendo un groviglio di 20 fili a luce gialla, e il tutto è stato poi riflesso in un caleidoscopio a due specchi ottenendo la configurazione completa.

Il risultato finale è di grande impatto visivo: ad un primo sguardo, nella sua struttura superficiale, quei filamenti che si curvano verso l’alto e verso il basso potrebbero sembrare le zampe di un ragno il cui corpo è il nucleo giallo, un po’ come il logo di Spiderman.
Ma la curvatura delle linee di luce verso l’interno le fa anche sembrare delle costole e la struttura allora potrebbe sembrare una gabbia toracica che racchiude il nucleo simile ad un “polmone” di energia. La forma di questo nucleo di luce richiama alla mente anche l’”Occhio di Mordor” come lo ha visualizzato da Peter Jackson nei film de “Il Signore degli Anelli” ispirati alla saga di Tolkien. Invece per quanto riguarda il nome del gruppo e il titolo dell’album presenti sulla copertina, ogni singola lettera è stata fotografata, sempre con la tecnica della lunga esposizione, mentre veniva “scritta” nell’aria mediante un’apposita torcia modificata in modo da creare un effetto luminescente.

Il lettering minimalista, espressamente richiesto dai Pearl Jam riduce il nome del gruppo e il titolo del disco a minuscole lucciole nel buio, sopra e sotto la figura, quasi fossero prese tra le zampe dal “ragno”. Come si vede, l’immagine che abbiamo davanti agli occhi è frutto di un un’illusione, come la magia creata ad arte da un prestigiatore, capace di lavorare sull’assenza per creare l’illusione di una presenza, e in questo senso può rappresentare bene la materia oscura, definita inizialmente dagli scienziati come “massa mancante”, visibile solo per i suoi effetti sul resto della materia.

…to be continued…
Federica Vitelli

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