Anno d’uscita: 2024
Sito web: https://pearljam.com/22

Nel 2000 i Pearl Jam decisero, con l’artwork del loro album “Binaural”, di guardare verso il cielo, anche oltre ciò che è immediatamente visibile all’occhio: essere consapevoli dell’esistenza di un cosmo sconosciuto, immenso e strano, affascinante come le nebulose fotografate dal satellite Space Hubble che caratterizzavano l’immagine di quel disco, serviva a riportare nella giusta scala certe piccole preoccupazioni degli umani.

Negli anni successivi questa fascinazione per lo spazio profondo è continuata ad affiorare con vari  riferimenti: nel 2009 il disegno di  un astronauta che suona la batteria sospeso tra le stelle nella fumettistica copertina di “Backspacer”; nel 2020  il brano “Quick Escape” contenuto in “Gigaton”, release pubblicata in pieno lockdown, prospettava un futuro neanche troppo lontano in cui l’umanità è costretta a lasciare la Terra, devastata dalla catastrofe ambientale, rifugiandosi su Marte per «trovare un luogo che Trump non ha mandato a puttane» (e per il lancio di questo singolo i Pearl Jam proposero un collegamento ad un sito in cui si poteva giocare con una replica di “Space Invaders”, mitico videogioco Arcade del 1978!).
E ancora, nel 2022 il disco solista di Eddie Vedder si chiamava “Earthling”,  che non solo significa “terrestre”, ma è anche uguale al titolo di un album del 1997 dell’artista alieno per eccellenza, David Bowie, l’”uomo che cadde sulla terra”: forse non a caso il primo brano del disco di Vedder, “Invincible”, inizia con le parole  «Can you hear? Are we clear? Cleared for lift off, takeoff!» una comunicazione dalla base di terra all’astronauta prossimo al decollo che ricorda la comunicazione dal ground control al Major Tom in “Space Oddity” di Bowie: «Can you hear me, Major Tom?».
Inoltre il videoclip realizzato per questo brano mostrava immagini legate al Programma Artemis della NASA e fu proposto anche un collegamento video in cui Eddie Vedder parlava con gli astronauti in orbita.

Del resto i Pearl Jam appartengono a quella generazione dei baby boomers cresciuti con la mitologia dei viaggi spaziali, e tutto un immaginario fumettistico, cinematografico fatto di esplorazioni avventurose verso nuovi mondi oltre lo spazio conosciuto. Oggi la discesa dell’uomo sulla Luna ci appare come un’inutile dimostrazione di potere, se non viene proprio messa in dubbio (una delle teorie vuole che le riprese dell’allunaggio fossero state realizzate in uno studio cinematografico ad opera di Stanley Kubrick, allora fresco dell’esperienza con “2001 Odissea nello spazio”), ma allora tra gli Anni’60 e i primi ‘70 il desiderio di ogni bimbo era indossare casco e tuta da astronauta.
Gli Stati Uniti, se non furono i primi a mandare un uomo nello spazio (li precedettero i russi con Gagarin nel 1961), furono però i primi a farlo camminare su un pianeta diverso dalla Terra, e il sogno di avventurarsi oltre i confini conosciuti ha assunto per loro ancora più forza. C’era anche l’esigenza di crearsi nuovi obiettivi assimilabili alle new frontiers che avevano spinto i pionieri americani ad inoltrarsi nelle terre selvagge: in tempi di Guerra Fredda, con la cortina di ferro a rendere temibile la concorrenza della Russia, e lo spettro di una guerra infinita in terra vietnamita, l’America doveva correre ai ripari per salvare la propria supremazia. Proprio Seattle, la città dove sono nati i Pearl Jam come gruppo, ospita lo Space Needle, la famosa terrazza panoramica costruita per l’Expo del 1962, da un progetto che prevedeva la presenza di una struttura a disco volante…la stessa che nel finale del film “Men in Black”  si rivela essere un vero disco volante costruito dagli alieni sotto mentite spoglie!
Con il loro nuovo full-length, uscito nell’aprile 2024, i Pearl Jam affrontano l’argomento in maniera diretta, già nel titolo: “Dark Matter”, “materia oscura”, ossia quella parte della materia che, secondo i più recenti studi di cosmologia, costituirebbe circa l’86% della massa dell’universo e circa il 27% della sua energia. Inizialmente veniva indicata come “massa mancante” perché di fatto non si può vedere, dato che non emette alcuna luce e nemmeno la assorbe: ma la sua presenza è dimostrata dai suoi effetti gravitazionali sulla massa delle galassie. Quindi c’è ma non si sa come è fatta, esistono solo immagini ipotetiche i cui contorni sono definiti sostanzialmente dai suoi effetti sul contesto circostante: un po’ come fotografare i fantasmi…

Viene in mente il libro “The Case for Spirit Photography” pubblicato da Arthur Conan Doyle nel 1922, dove il creatore di Sherlock Holmes cercava di dimostrare che i fantasmi esistono presentando come prove alcune rappresentazioni fotografiche in cui i contorni fumosi degli ectoplasmi venivano impressi sulla lastra fotografica in mezzo ai viventi.
In effetti la presenza di spettri accanto ai vivi è un tema portante di questo ultimo lavoro dei Pearl Jam che in qualche modo con i suoi testi cupi, le sue sonorità viaggianti tra atmosfere sospese da sogno, scatti nervosi, e ballad in volo tra tristezza e speranza, sembra proprio voler fotografare il presente della band includendo nello scatto anche tutti i fantasmi, interni ed esterni, la “materia” invisibile ma presente con cui si trovano a fare i conti.

Per realizzare “Dark Matter”, i Pearl Jam si sono trovati a lavorare di nuovo tutti insieme: come ai loro esordi nel 1991, quando “Ten”, il loro primo disco, fu registrato in una sola settimana per andare subito a suonare dal vivo. Allora erano solo loro, il gruppo, a scrivere, suonare e comporre chiusi in uno stanzone-studio; ora però, 33 anni dopo, ormai sessantenni, non sono più soli: accanto a loro ci sono “presenze” che come la materia oscura sono impalpabili e non si possono vedere, ma la cui esistenza si può dedurre dagli “effetti gravitazionali” che hanno sulla massa del cuore.

Ci sono presenze buone, come la famiglia, che pure hanno un lato di oscurità: le ansie legate alla genitorialità, ma insieme anche la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile perché i propri figli siano in grado di affrontare l’esame della vita da soli (ne parla il brano “Something Special”). Ci sono poi gli spettri tristi degli amici scomparsi troppo presto, presenze sussurranti ed evocative di sensi di colpa per non esserci magari stati abbastanza per loro, e qui la “materia oscura” appare  proprio come quel pulviscolo fumoso nelle fotografie del libro di Conan Doyle, compagni silenziosi dall’Aldilà, che l’obiettivo fotografico riusciva (in teoria…) a cogliere; i Pearl Jam cercano di fissare nelle canzoni i loro sussurri: «I hear the voices calling, all around my head» viene ripetuto più volte nel brano “Scared of Fear”, proprio in apertura del disco. Poi altre presenze, altri fantasmi, quelli condivisi da ciascuno di noi: a livello individuale come gli anni che avanzano, il peso della depressione, il non sentirsi sempre in sintonia, nella frenesia della vita; a livello collettivo: gli spettri anche troppo reali che sono gli inquietanti mostri neri di guerre, devastazioni, ingiustizie, sopraffazioni e tutta la materia che oscura il sole della vita.

Continua al prossimo articolo: https://www.artovercovers.com/2024/05/22/i-pearl-jam-astronauti-dellocculto-nellartwork-di-dark-matter-seconda-parte/
Federica Vitelli