Link all’articolo precedente: https://www.artovercovers.com/2024/05/02/luniverso-piccolo-borghese-nella-rimini-di-fabrizio-de-andre/

Il soggiorno di Cesare Monti per la realizzazione del servizio fotografico per l’artwork di “Rimini” di Fabrizio De André dura solo due giorni a causa del budget limitato (tra treno e albergo, “Caesar” riesce per fortuna a spendere solo trentamila lire). Durante la sua permanenza il suo pensiero vola anche a Federico Fellini, a cui la località romagnola ha dato i natali. La foto scattata alla stazione che campeggia all’interno del gatefold vuole dunque essere una specie di “piccolo risarcimento mentale” che possa restituire dignità all’immagine della città.
La qualità dell’immagine, particolarmente sgranata, le conferisce un’atmosfera rétro, quasi fosse stata scattata vent’anni o trent’anni prima, quando il cinema neorealista raccontava l’Italia del dopoguerra e del miracolo economico, tra le difficoltà della ripresa e le speranze, spesso disilluse, in un avvenire migliore. Le foto di “Caesar”, come quelle dell’epoca del Neorealismo (pensiamo alle opere di Nino Migliori e di Piergiorgio Branzi) riescono a rappresentare la realtà riminese senza retorica, immortalando individui di tutte le età in vari momenti della loro vacanza o in istanti di vita quotidiana, dando vita ad illustrazioni che accostate nel booklet ai testi delle canzoni assumono connotazioni fortemente evocative.
È soprattutto la spiaggia a offrire la maggior parte degli spunti. A contraltare di Rimini c’è così il ritratto non di uno, bensì di ben tre bagnini, seduti su sedie “da regista”, con l’aria annoiata, intenti a scrutare i passanti (e magari ad adocchiare le belle ragazze). Il parallelo con una delle varie versioni della locandina del film “I vitelloni” di Fellini (1953) in cui tre dei protagonisti, giovani sfaccendati ed edonisti “di buona famiglia” tra i quali Alberto (interpretato da Alberto Sordi) sono seduti al tavolino di un bar e fanno commenti sui passanti, è senz’altro plausibile, ed è confermata dallo stesso fotografo: nella photo session da lui realizzata nei due giorni riminesi ci sono, a suo modo di vedere, «due mondi a confronto, da una parte i padri, dall’altra i “vitelloni”, il nuovo modo di essere uomo, padre e marito con la pigrizia della staticità umana. Erano anni in cui le donne non accettavano più di essere considerate solo come madri, mogli e amanti, ma pretendevano di essere viste come esseri umani, e la terra del “vitellonismo” del maschio conquistatore disegnato da un grande concittadino come Fellini vedeva nella Rimini balneare il suo culmine».
Le altre immagini catturate sul litorale sono quella del bambino dall’aria triste, seduto tra i due genitori girati di spalle impegnati a montare l’ombrellone (“Sally”); la coppia di giocatori di bocce, uno in costume da bagno, l’altro in canottiera bianca, forse a voler alludere alla tematica omosessuale di “Andrea”, e infine il passeggino sospinto sulla riva da due uomini, probabilmente papà e nonno del bimbo (“Parlando del naufragio della London Valour”).
Ma Rimini non è solo mare, spiaggia e turismo “sfrenato e selvaggio”: è anche una delle zone agricole più produttive della Romagna ed è così che il fotografo, senza volerlo, si ritrova nella piazza principale, dove hanno luogo il mercato ed il ritrovo settimanale dei contadini, che gli forniscono l’occasione per realizzare altri scatti. Ecco come egli descrive uno di essi:
«L’immagine degli uomini girati di spalle rappresenta a pieno “Volta la carta”: è il mistero che sta dietro le cose, l’altra faccia della Luna. Pensi che stiano guardando una partita di calcio o l’esibizione di un teatrante o la vendita di pentole e non puoi neppure capire quale sentimento provano perché non ne vedi l’espressione: il muro di spalle ti impedisce di verificare, ma questo non ti vieta di farti delle domande, e di sperare che dietro ci sia la concretizzazione dei sogni».
La folla prevalentemente maschile che gremisce il mercato accompagna la traccia in dialetto gallurese “Zirichiltaggia”, mentre una bancarella di rinfreschi è l’enigmatico corrispettivo visuale di “Coda di lupo”. Fu Fabrizio De André a spiegare nella già citata intervista a “Mucchio Selvaggio” la scelta di questa foto, abbinata ad un brano che, come si è detto, vuole alludere al fallimento del Movimento del Settantasette:
«Non a caso l’illustrazione che… si accoppia alla canzone è quella del venditore di cocomeri: un modo di dire, è fallito tutto, andiamo a fare un mestiere qualsiasi, allora vendere cocomeri può valere come “andare a cacciare i bisonti in Brianza”, come recita un verso del brano».
Anche l’ambiente del modesto albergo dove alloggia costituisce per Cesare una fonte di ispirazione: la dimessa immagine affiancata al testo di “Avventura a Durango” rappresenta la propria camera, priva di bidet, sostituito da un prosaico accessorio portatile in plastica.
Ma ciò che colpisce il fotografo è soprattutto il contrasto tra apparenza e realtà, tra il “mondo dei sogni” che i vacanzieri vorrebbero abitare, anche solo per la breve durata del proprio soggiorno, e la realtà piccolo-borghese, la mentalità ristretta, le meschine e venali aspirazioni di molti di loro. Le conclusioni che egli trae a posteriori, nel 2012, ripensando al significato del proprio lavoro sull’artwork di “Rimini”, sono in sintonia con ciò che lo stesso Faber aveva commentato: le fotografie, così come molte delle storie narrate nelle canzoni, descrivono l’universo della piccola borghesia verso cui il cantautore genovese prova disprezzo e riprovazione.

La retrocopertina, infine, vede due foto accostate. La prima è quella, divenuta iconica, di Fabrizio addormentato per la stanchezza in una sala di incisione, circondato da una selva di microfoni. Il luogo dello scatto è, secondo le diverse fonti, Roma o più probabilmente, una delle stanze dei già citati Stone Castle Studios di Carimate. La seconda è il già citato ritratto dell’anziana signora, seduta su un lettino, completamente vestita e con un foulard in testa, mentre alle sue spalle gli ombrelloni chiusi suggeriscono un’atmosfera di malinconia, legata alla fine della villeggiatura – Ferragosto è ormai alle spalle – e dei sogni vacanzieri: il senso di disillusione e di mancata realizzazione delle promesse dell’estate che essa trasmette è lo stesso che percorre l’amaro testo della title track.La città di Rimini è stata per molto tempo, e in parte lo è ancora, simbolo delle vacanze dell’italiano medio, luogo frequentemente raccontato nel cinema e nella canzone, teatro di fuggevoli amori estivi, sinonimo di divertimento per famiglie e per turisti di tutte le età. L’omonimo brano di Fabrizio De André e l’artwork dell’album, con gli scatti di Monti, hanno avuto la capacità di distruggere tutti gli stereotipi legati alla città romagnola, facendo retrocedere indietro nel tempo palme, bagnanti ed abitanti e mostrando il lato più malinconico e disilluso della capitale dell’intrattenimento balneare nostrano.
Maria Macchia