Anno d’uscita: 1981
Regia: Blake Edwards

È sempre bello scovare film ormai non più visibili e non molto conosciuti, si scoprono persino attori che interpretano ruoli diversi dal solito, come per esempio è successo proprio nel film “S.O.B.”, diretto da Blake Edward (regista de “La Pantera Rosa”, la fortunata serie con Peter Sellers del 1963) nel 1981. Qui troviamo un giovanissimo Larry Hagman (noto grazie al ruolo del maggiore Anthony Nelson nella sitcom “Strega per amore” e per il personaggio di J.R. Ewing nella soap opera “Dallas”). E non solo! Ecco comparire la bravissima Julie Andrews (famosa per aver interpretato “Mary Poppins” e Maria in “Tutti insieme appassionatamente”), in “S.O.B.” impersona sé stessa (anche se col nome di Sally Miles, star del cinema specializzata in prodotti per famiglie) e si trova costretta a dover esporsi al pubblico in maniera un po’ diversa.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Julie_Andrews_1970.JPG

Sostanzialmente il lungometraggio racconta dell’ultimo film del regista Felix Farmer che risulta essere un clamoroso fallimento. Travolto dalla critica, l’uomo sprofonda nella depressione più totale. Quando ecco che, per salvare il suo prodotto, decide di girarne una versione erotica. Raccontato così sembra un film pesante, noioso forse, ma vi assicuro che risulta essere divertente, seppur nel suo piccolo voglia far intendere che non tutto è quel che sembra e fa risaltare il fatto che tutti pensano a loro stessi, senza accorgersi dei problemi che hanno gli altri.

Per capire se vale la pena di guardare un film o meno, a mio avviso, ci possono essere utili tanti elementi e tra questi proprio la locandina che, guardandola con attenzione e non con superficialità, ci può farne capire lo spirito reale e a chi può essere rivolto. Il poster in questione risulta essere leggero ma anche irriverente, in cui è impressa una firma amara e violenta sul dietro le quinte della vita delle star di Hollywood, (scritta che compare proprio tra le lettere S.O.B., con l’aggiunta anche delle montagne della location stessa, paesaggio che aiuta ancora di più a capire dove il tutto prende vita) sottolineando senza mezzi termini un grottesco ritratto di corruzione, graffiante, ma divertente al tempo stesso.
Ci risulta esserci stata anche una versione più ammiccante, se così vogliamo dire, ma che poi potrebbe risultare anche un po’ spiritosa, senza andare troppo nel volgare. Il disegno appartiene a Enzo Sciotti, un illustratore italiano che durante la sua lunga carriera ha realizzato circa tremila manifesti cinematografici per film di grande successo, sia nazionali che internazionali.
L’artista era (morto all’età di 76 anni) titolare a Cisterna di una importante agenzia di grafica pubblicitaria nella quale collaborano anche i suoi figli, la Art Designer, riuscendo ad approfondire la sua passione per il disegno, dipingendo volti e corpi femminili ad olio, acquarelli e carboncino. Il suo primo bozzetto per l’idea originale di copertina era, come dicevamo, un po’ più dettagliato e “osè”, fatto con tempera e collage su cartone, 46,5 x 66 cm, stimato dalle 750 alle 1.200 euro. Forse risultato anche troppo scandaloso per il cinema e, per questo motivo, alla fine si decise solo di far risaltare il toro.

Hollywood è da sempre la meta preferita per chi ama il cinema americano, è detta anche “Mecca del cinema”, dove vi vengono consegnati gli Oscar, ma è un mondo dove tutto sembra rose e fiori, ma in cui molte cose sono state taciute per molto tempo, come ad esempio l’aver fatto lavorare troppo (senza tener conto di pause o altre esigenze) bambini come Shirley Temple, aver usato sulla pelle di attori prodotti tossici (vedi “Il mago di Oz” del 1939, dove le riprese della pellicola furono caratterizzate da incidenti e molteplici cambi di direzione) o regista crudeli e miopi, tanto da non accettare attrici con una grandissima bravura ma non troppo belle da apparire in televisione. L’essere perfette era, soprattutto prima, una prerogativa essenziale per poter lavorare. Un esempio di attrici che si sono sentite dire no e ora spiccano tra le più grandi? Subito detto: Meryl Streep e Lea Michele.

Il titolo “S.O.B.” riprende le iniziali di Son Of Bitch, insulto col quale il regista imprime con humour e rabbia in ogni suo personaggio. Addirittura anche a sé stesso, visto che che lui si rispecchia nel regista Farmer del film (si notano molti elementi della vita e della carriera del suo creatore) ed era stato davvero sposato con Julie Andrews, sin dal 1969. Ma “S.O.B.” riprende anche la frase Standard Operational Bullshit, sempre in chiave spiritosa ed irriverente.

Il toro illustrato nella affiche fa emergere la rabbia di un regista che riesce a rimettersi in gioco solo però dipingendo una realtà ben diversa da ciò in cui tutti credono, in un mondo crudele, pieno di ipocrisia, falsi amori e falsi amici, in cui gli attori stessi hanno paura a sbilanciarsi, presi dalla loro vita fatta di gloria, ma anche di tristezza e oscurità. Seduto sulla sua sedia da regista sembra voler quasi, in chiave ironica e simpatica, esorcizzare i suoi timori più intimi, rimanendo fedele alla sua comicità che da sempre lo ha reso pubblico.

Guardandolo bene sembra proprio impersonare uno dei protagonisti del film, “Blackman”, impersonato dall’attore Robert Vaughn. Gli strumenti che poi sono accanto al regista sono quelli ben usati una volta: un megafono, il contenitore per la pellicola, una sedia alquanto scarna e, in questo caso, un buon sigaro, che rende ancora più “boss” questo toro. Stessa grinta e stessa spavalderia la ritroviamo nel toro di Wall Street, scultura in bronzo di Arturo Di Modica; questa statua, divenuta ormai meta di tanti turisti, è posizionata al Bowling Green Park, nel quartiere della borsa di New York.
Se siete pronti per farvi due risate, ricordando però questi piccoli insulti a ciò che era, ed è, del mondo hollywoodiano, allora guardate questo film, chiaramente senza avere troppe aspettative per quanto riguarda grandi effetti o una storia avvincente. Avvisati!
Antonella “Aeglos” Astori”


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