Anno d’uscita: 2011
Sito web: https://pearljam.com/

Nella seconda metà dell’Ottocento, circa 20.000 lavoratori portoghesi si trasferirono nelle Hawaii per lavorare nei campi di canna da zucchero. Tra loro, alcuni esperti liutai, i quali inventarono uno strumento musicale chiamato “cavaquina” che divenne immediatamente molto popolare in Polinesia con il nome di Ukulele, che in lingua hawaiana significa “pulce saltellante”, forse per la velocità con cui abitualmente veniva suonato. Il piccolo strumento ebbe subito molto successo agli inizi del XX Secolo negli Stati Uniti e anche in Gran Bretagna.

Nel 1959 Marilyn Monroe imbracciò l’ukulele, conferendogli un’inedita carica di sensualità, nel capolavoro di Billy Wilder “A qualcuno piace caldo”.
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Negli Anni Sessanta la moda del surf, la cui patria sono le Hawaii, proiettò l’ukulele nel mondo della musica rock, quando gruppi come i Beach Boys lo utilizzarono per comporre le proprie canzoni. George Harrison lo usò per comporre “Something” e il nostro Rino Gaetano nel 1978 lo portò sul palco di Sanremo con la canzone “Gianna”.
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Sempre negli Anni’70 i Who usarono l’ukulele per il brano “Red Blue and Gray” contenuto nell’album “Who by Numbers”. E fu così che a 13 anni un bimbo americano di nome Eddie Vedder, innamorato della band di “My Generation”, ascoltò per la prima volta il suono dell’ukulele e ne rimase affascinato.

Molti anni dopo, ormai cresciuto e diventato il cantante dei Pearl Jam, ritrovò il piccolo strumento durante una serata in spiaggia davanti al fuoco, presumibilmente alle Hawaii: «c’era questo pescatore» racconta Eddie «anche lui si chiamava Eddie, ma la somiglianza finiva qui. Prese l’ukulele, e le sue mani erano così grandi che avrebbe potuto schiacciarmi a terra con un braccio solo. Suonò la più meravigliosa versione di “I Can’t Help Falling in Love With You” di Elvis, non l’avresti mai detto! Quindi pensa alle possibilità di questo piccolo strumento!». Questa immagine del piccolo strumento in mani gigantesche fa venire in mente l’enorme hawaiano Israel Kamakawiwo’ole che nel 1993 portò l’ukulele in vetta alle classifiche con il toccante medley “Over the Rainbow/ What a Wonderful World”.

A conquistare Eddie Vedder fu la natura modesta ed essenziale di questa mini-chitarra, che si suona tenendola all’altezza del cuore. Lo definì “an activist instrument”, fatto per essere suonato da chiunque, anche da chi non sa suonare e diversi musicisti (per esempio Syd Barrett e Joe Strummer) hanno iniziato da piccoli a comporre canzoni proprio con l’ukulele. Convinto dunque delle grandi potenzialità di questo piccolo strumento, il cantante dei Pearl Jam andò subito in un negozio e comperò un ukulele usato, che divenne il suo compagno nei momenti di solitudine: «Se non fosse stato per l’ukulele sarei stato solo». Per alcuni anni si divertì a suonarlo creando qualche brano, all’inizio era quasi uno scherzo poi divenne una sfida verso sé stesso: fare tutto un disco acustico solo voce e ukulele.

L’album divenne una realtà nel maggio 2011, secondo lavoro solista di Vedder dopo l’acclamata colonna sonora di “Into the Wild”. Racconta le piccole felicità come anche le malinconie e i dolori che fanno parte della vita, e lo fa senza bisogno di urlare, perché l’ukulele non è troppo serio, e dà l’impressione di lenire la ferita con un piccolo sorriso sommesso, indulgente.  «È un suono felice» ha detto Vedder «e, utilizzandolo per elaborare alcune emozioni meno che gioiose, in qualche modo le ha bilanciate fino a non sembrare musica suicida… Sto solo incoraggiando le persone a spegnere la TV e ascoltare queste canzoni, se vogliono. Alcune sono davvero deprimenti. Ma divertitevi».
L’immagine scelta per la copertina della release è una scultura dell’artista Jason deCaires Taylor, fotografo subacqueo e istruttore di immersioni subacquee noto soprattutto per l’installazione di sculture sul fondo del mare, che danno vita progressivamente a barriere coralline artificiali e che rientrano tra le venticinque maggiori meraviglie del mondo di National Geographic.

L’opera si trova a Grenada e raffigura un uomo seduto ad una scrivania con davanti una macchina da scrivere sulla quale si trovano sparsi, come spiega l’artista, «una collezione di articoli di giornale e ritagli risalenti agli Anni’70. Molti dei quali hanno un significato politico, riferendosi all’asservimento di Grenada a Cuba subito prima della rivoluzione». La scultura rappresenta secondo l’artista «i veloci cambiamenti nella comunicazione tra le generazioni, nella forma di un tradizionale cronista, figura solitaria che diventa poco più di una reliquia, testimonianza fossile di un mondo perduto».

L’ immagine rende molto bene il senso dei diritti civili repressi, come schiacciati dalla pressione dell’acqua negli abissi e trasmette un senso di impotenza perché sul fondo del mare diventa impossibile comunicare, ogni suono diventa muto. C’è molta solitudine, una condizione certamente negativa nel senso espresso da Jason deCaires Taylor, con il cronista simile ad un relitto incagliato sul fondo del mare e ormai in disuso; ma la solitudine, l’isolamento è anche una condizione spesso cercata da Eddie Vedder proprio per sfuggire alle pressioni dell’improvviso successo, e trovare uno spazio di silenzio, riflessione e scrittura. Da questo punto di vista la scena sottomarina potrebbe significare anche un luogo di pace, un momento di tranquillo silenzio fuori dal frastuono del mondo, nel quale l’artista scrive i propri pensieri seguendo il filo della propria ispirazione. La macchina da scrivere, che il solitario cronista ha davanti a sé sulla scrivania è del resto un feticcio di Vedder, al punto da fornire titolo e ispirazione per l’album “Backspacer” dei Pearl Jam.
Jason deCaires Taylor ha realizzato il più grande museo di scultura subacquea del mondo, l‘Underwater Museum Cancún, situato al largo della costa tra Cancún e Isla Mujeres, in Messico, e nel 2016 ha realizzato anche il Museo Atlantico nell’area sottomarina di Las Coloradas nei pressi di Lanzarote (Canarie).
Questo è il primo museo sottomarino d’Europa (14 metri di profondità) in cui l’artista racconta i dilemmi del mondo contemporaneo con trentaquattro statue e due gruppi scultorei: una coppia che affonda mentre scatta un selfie e l’opera principale “La Zattera di Lampedusa”, dedicata alla strage in mare dei migranti al largo delle coste italiane, che aggiorna il dipinto dei naufraghi di Gericault trasmettendo con dolorosa forza la tragedia di un esodo la cui meta finale è purtroppo spesso la morte. Questo riferimento al tema della migrazione verso altri paesi, del viaggio per mare in cerca di un nuovo futuro, riporta in qualche modo all’origine dell’ukulele, che come detto all’inizio fu inventato da lavoratori immigrati alle Hawaii dal Portogallo, ma abbraccia anche la storia del cantante.Eddie Vedder, nato a Chicago ma cresciuto a San Diego, ha praticato il surf fin da bambino, e l’elemento acquatico è sempre stato per lui un vita e ispirazione. Sulla spiaggia, cavalcando le onde di prima mattina, ha trovato l’idea per tante canzoni dei Pearl Jam (basta pensare a “Oceans”, brano contenuto nel primo album “Ten”) dove ricorre spesso il tema del viaggio per mare, come metafora dell’allontanamento da una vita sicura per imbarcarsi in un’impresa avventurosa e nuova, abbandonandosi all’energia condotta dalle onde. Il surfista si confronta non solo con un elemento che non è quello in cui si muove di solito, cioè l’acqua (tradizionalmente simbolo di purificazione) ma anche con la forza degli elementi sui quali deve stare in equilibrio senza cadere. Chi cavalca le onde deve imparare a percepire il mare in tutti i diversi umori, e se cade utilizza il fondo per risalire in superfice, perché dopo la caduta può esserci solo la risalita. Questa profonda sintonia con la natura è ben rappresentata sulla cover interna di “Ukulele Songs” dove si vede il musicista appollaiato nell’angolino di un enorme roccia dalla quale sgorga una cascata, e appare incastonato nel paesaggio, minuscolo quanto il piccolo ukulele che tiene tra le mani.

Il legame con il mare caratterizza anche l’artwork del suo successivo full-length come solista, “Earthling” uscito nel 2022. Se “Ukulele Songs” sia per i contenuti che per la copertina rappresentava una quieta esplorazione nel “grande blu” del fondo marino e dell’anima, in questa sua recente release Vedder racconta le gioie ma anche  le fatiche  dello slancio verso la superficie.Sulla cover, che ha i colori del mare, lo si vede sollevare la chitarra verso quello che sembrerebbe un cielo con una grande luna. Si nota però un vortice in questo cielo, che fa pensare alla tipica “onda tubo”, praticamente l’onda perfetta, amata e desiderata da chi pratica il surf. Nel film “Un mercoledì da leoni” un gruppo di surfisti, richiamati a combattere in Vietnam, inseguono proprio questa onda come una sorta di Sacro Graal, l’ultimo desiderio da realizzare prima di andare verso una morte certa.
Sulla cover di “Earthling” la chitarra tenuta in mano dal cantante dei Pearl Jam sembra posizionata sull’onda esattamente come farebbe una tavola da surf, ma è solo un’ illusione perché in realtà la fotografia ritrae il musicista in uno degli interni di Casa Batlló situata nel centro di Barcellona e progettata dal genio catalano Antoni Gaudì. Sono le onde di un sogno.
Casa Batlló, la 'casa' a regola d'arte di BarcellonaVolendo trovare altri esempi di copertine con artwork subacquei viene subito in mente “Nevermind” dei Nirvana, con l’immagine ormai iconica (e imitatissima) del bimbo che nuota immerso nell’acqua come un pesciolino, attirato dall’esca di una banconota.
Invece Joe Walsh, chitarrista degli Eagles, per la cover del suo album solista “But Seriously, Folks” propone una buffa immagine di sé stesso seduto al tavolino di un bar (italiano, come si vede dalla scritta “Addio Ciao” sull’ombrellone) … sul fondo del mare, che sembra quasi una versione più allegra della scena rappresentata sulla cover di “Ukulele Songs”!
Federica Vitelli

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