Similitudini.
“Off the Ground”- Paul McCartney, 1993
“Il mio canto libero” – Lucio Battisti, 1972

Cesare Monti, fotografo ed autore di moltissime copertine di dischi per i più importanti musicisti italiani, realizzò durante la sua carriera artwork di grande impatto e collaborò a lungo con Lucio Battisti. Uno dei suoi lavori più memorabili fu quello per l’album “Il mio canto libero” (1972), in cui l’immagine esterna del gatefold rappresenta delle braccia alzate su uno sfondo bianco, mentre la parte interna mostra, a contrasto, gambe e piedi nudi di numerose persone.

Questo full-length, uscito a soli 7 mesi di distanza dal precedente “Umanamente uomo: il sogno”, confermò la raggiunta maturità artistica del cantautore di Poggio Bustone, nonché la sua enorme popolarità: “Il mio canto libero” salì in breve tempo al primo posto nella classifica italiana dei 33 giri più venduti e vi rimase per undici settimane non consecutive, fra il gennaio e l’aprile del 1973, risultando l’album di maggior successo in Italia in quell’anno.
La genesi del progetto grafico di questo disco è stata raccontata dallo stesso “Caesar” Monti nel suo blog cesaremonti.blogspot.com in un post del gennaio 2012, oltre che in diverse interviste. Il fotografo narra che, per realizzare gli scatti, aveva chiamato a raccolta una cinquantina di persone, tra cui suo fratello Pietruccio Montalbetti, cantante dei Dik Dik, e gli artisti dell’etichetta Numero Uno, fondata da Giulio Rapetti (Mogol), con mogli al seguito, compresa la consorte dello stesso Battisti. Meritano di essere ricordati, tra gli altri partecipanti alla photo session, Oscar Prudente, Mara Maionchi ed Alberto Radius.

Il risultato finale, in realtà, fu molto diverso dal concept originale: il fotografo aveva infatti pensato inizialmente ad una copertina trasparente, di materiale plastico, sulla quale le due immagini separate (la foto delle braccia e quella delle gambe) avrebbero dovuto essere stampate. In questo modo le dita delle mani e le punte dei piedi, una volta tolto il vinile dall’involucro, avrebbero dato l’impressione di toccarsi.

Nell’ottica del designer la rappresentazione del corpo umano avrebbe dovuto essere costituita dal 33 giri: «Estratta la busta interna (di carta bianca, ndr.), dove fisicamente era contenuto il disco, le mani e i piedi si sarebbero toccati sovrapponendosi, perché è nella musica il cuore e l’anima degli uomini, e quando non c’è il cuore, la passione, le braccia e le gambe diventano inutili». Questa visionaria soluzione, però, risultò complicata e un po’ troppo avveniristica per l’epoca, pertanto venne accantonata e la casa discografica ripiegò su un tradizionale gatefold in cartone.
L’apparente naturalezza dell’immagine della front cover non deve trarre in inganno: a detta dello stesso Monti, realizzare lo scatto con le braccia non fu affatto semplice. Questo il suo racconto: «Quando misi la macchina fotografica per fare l’inquadratura, mi accorsi che c’era un problema: la distanza della testa dalle mani alzate sacrificava l’inquadratura, non c’era altra soluzione che farli sdraiare. Non fu facile, perché tenere le braccia in quel modo per molto tempo era faticosissimo, poi c’era da metterli in posizione, presi dallo sfinimento nell’ilarità generale si scatenavano le battute».

L’atmosfera durante il servizio fotografico era rilassata e goliardica, ma la faccenda si complicò in occasione della realizzazione del successivo scatto, quello con gambe e piedi nudi. Così Monti prosegue la sua narrazione nel blog: «Si passò quindi alle gambe e qui la storia si fece seria. Per leggerezza non avevo avvertito che, dovendo dare la sensazione che le persone fossero nude, sarebbe stato necessario togliersi i pantaloni, le scarpe, le calze e le gonne. Per quanto riguardava le donne non ci fu problema, le ragazze non fecero una piega, si tolsero ogni cosa che creasse impedimento; per gli uomini fu una lunga ed estenuante trattativa, forse anche perché qualcuno non si era cambiato le mutande».
Altrettanto spensierato fu il clima in cui venne concepita la foto di copertina di “Off the Ground”, l’album che Paul McCartney pubblicò nel 1993, contenente brani di grande successo come “Hope of Deliverance” e “Biker Like an Icon”.
Non ci è dato sapere se l’ex Beatle avesse visto la cover di “Il mio canto libero” e se si fosse ispirato ad essa, fatto sta che l’idea di mettere in primo piano l’immagine di gambe e piedi nudi fu sua. L’ironica illustrazione scelta per la cover del disco nacque infatti da una proposta dello stesso “Macca”: per riprodurne visivamente il titolo, egli aveva infatti pensato ad una foto in cui i soggetti, per una distrazione del fotografo, venivano inquadrati “tagliando” loro la testa.

Venne interpellato per l’occasione Clive Arrowsmith, già autore dello scatto prescelto per la copertina di “Band on the Run” (1973).L’idea era quella di mostrare solo gli arti inferiori dei componenti della band, come se i loro corpi fossero stati, appunto, “tagliati” per errore. I componenti del gruppo si sedettero così su una panchina, con le gambe e i piedi nudi penzolanti: Paul era il terzo da sinistra, accanto alla moglie Linda. La formazione comprendeva un batterista di colore, Blair Cunningham, ma di fatto i suoi piedi non si distinguono particolarmente da quelli degli altri musicisti, poiché tutti quanti erano molto abbronzati, come lo stesso McCartney ebbe modo di osservare in una sua dichiarazione.
L’immagine dei piedi venne poi sovrapposta a quella di un cielo azzurro con un paesaggio sottostante per la front cover, mentre per il retro venne scelto uno sfondo simile, ma in tonalità arancione, per suggerire l’idea di un tramonto. La versione in vinile dell’album era in formato gatefold, mentre il CD conteneva un booklet di 28 pagine con opere dell’artista Eduardo Paolozzi, pioniere della pop art e responsabile (insieme a Linda McCartney) dell’artwork di “Red Rose Speedway”, secondo album degli Wings (1973).
La grafica venne curata dallo studio Hipgnosis, moniker dietro il quale si celavano Aubrey Powell e Storm Thorgerson, autori di alcune delle copertine più iconiche della storia della musica: tra le tante, ricordiamo “The Dark Side of the Moon”, “Atom Heart Mother” e “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, ma anche quelle di numerosi full-length degli Wings, tra cui il già citato “Band on the Run”.

Se la cover di “Off the Ground” non suscitò particolari reazioni da parte di pubblico e critica all’epoca della sua uscita, quella di “Il mio canto libero” diede luogo a una polemica che oggi appare ingiustificata, soprattutto alla luce delle spiegazioni che l’art director Monti ha fornito in merito alla scelta delle immagini.  Poiché Lucio Battisti – a differenza di altri cantautori – non si era mai schierato politicamente, le braccia tese (e il riferimento ad esse nella canzone “La collina dei ciliegi”) vennero da qualcuno associate al “saluto romano”. Da tempo sull’artista e sul suo sodale Mogol pesavano le accuse di essere simpatizzanti di destra e persino l’intero testo della title track venne chiosato, in maniera forzata, come espressione di nostalgia per il “ventennio” da parte degli autori della canzone. In particolare, le frasi «Giovani emozioni/Si esprimono purissime in noi/La veste dei fantasmi del passato/Cadendo lascia il quadro immacolato/E s’alza un vento tiepido d’amore» vennero accostate a quelle dell’inno fascista “Giovinezza” per l’atmosfera evocata dalle liriche.

Più volte Mogol ha smentito le insinuazioni relative sia al brano che alle proprie posizioni, dichiarando di aver dato il proprio voto a diversi partiti dell’arco costituzionale nel corso dei decenni. Quanto a Lucio, sia Rapetti che altri collaboratori e personaggi che gli furono vicini, tra i quali lo stesso Monti, lo descrissero come una figura sostanzialmente disinteressata al dibattito politico; in particolare il giornalista e produttore Renato Marengo, quando ebbe occasione di incontrare Battisti nel 1974 presso lo studio di registrazione “Il Mulino” di Anzano del Parco, gli chiese esplicitamente se fosse di destra, ottenendo risposta negativa.
Conoscendo “Caesar” Monti, del resto, appare improbabile che avrebbe potuto collaborare ad un’operazione di natura “destrorsa” o contraria ai propri principi, prima di tutto perché schierato a sinistra, ma soprattutto per il fatto che egli aveva sempre rivendicato la massima libertà artistica, mostrando spesso insofferenza nei confronti delle “interferenze” di Mogol. E fu per le divergenze con Rapetti che il fotografo, poco dopo la realizzazione di questo fondamentale artwork (altrettanto iconica fu la copertina del 45 giri “Il mio canto libero”) interruppe la propria collaborazione con la “Numero Uno” fino al 1974, quando venne nuovamente interpellato per progettare la cover di “Anima Latina”.
Al di là di questo, possiamo concludere affermando che le copertine di “Il mio canto libero” e “Off the Ground” abbiano in comune, oltre alla visibile affinità tra gli scatti, un’apparente semplicità che nasce invece da uno studio approfondito da parte di esperti designer. Ma l’idea di leggerezza e di libertà che queste illustrazioni trasmettono all’osservatore riflette soprattutto il clima di giocosa allegria in cui due gruppi di amici e colleghi decisero, letteralmente, di “mettersi a nudo” (con i piedi per terra o sollevati dal suolo, poco importa) al servizio della creatività e della grande musica.
Maria Macchia

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