Anno d’uscita: 1937
Regia: Mario Camerini

Nella seconda metà degli Anni Trenta il cinema torna ad essere fortemente presente nella vita degli italiani dopo un periodo di sostanziale crisi. Negli Anni Venti si era assistito al declino dell’allora capitale italiana della settima arte: Torino. Nel decennio successivo, grazie alla spinta di Benito Mussolini, che fa propria la frase di Lenin «il cinema è l’arma più forte», sorge Cinecittà a Roma. Lì inizia la realizzazione di nuovi kolossal ed emerge una giovane classe di cineasti.

Sono due le categorie principali del cinema di quegli anni: i film di propaganda fascista e i film dei telefoni bianchi. I primi ripropongono eventi storici revisionati in chiave fascista, come “1860” di Alessandro Blasetti o “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone.
I secondi sono drammi ambientati lontano dall’Italia, per evitare problemi con la censura (solitamente le vicende si svolgono in Ungheria), oppure commedie dal lieto fine su ispirazione, alla faccia dell’autarchia, dei film statunitensi. Spesso i protagonisti di quei lungometraggi, di estrazione borghese, colloquiano tra di loro utilizzando degli eleganti telefoni bianchi, considerati gli apparecchi dei ceti alti, rispetto ai più comuni telefoni neri in bachelite che andavano per la maggiore tra le classi popolari. I primi facevano parte del mobilio di casa ed erano a tutti gli effetti uno status symbol dei benestanti, i secondi erano utilizzati da chi non poteva permettersi l’apparecchio in casa e per telefonare doveva recarsi all’osteria o in un ufficio pubblico.

Il maggior interprete del cinema dei telefoni bianchi è Mario Camerini, autore di una pentalogia del mondo piccolo borghese, iniziata con “Gli uomini che mascalzoni….” del 1932 e proseguita con “Darò un milione” del 1935, “Ma non è una cosa seria” del 1936, “Il signor Max” del 1937 e “Grandi Magazzini” del 1939.
Forse è proprio “Il Signor Max” la pellicola più significativa tra le cinque. Il merito va alla sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso Camerini con un giovane Mario Soldati e ai due vivaci protagonisti, Vittorio De Sica e Assia Noris. Lui è un attore brillante con la faccia da schiaffi e da lì a poco inizierà a intraprendere, con immensa gloria, la carriera da regista. Lei, il cui vero nome è Anastasia von Hertzfeld, è la diva delle commedie italiane di quegli anni.
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La Noris proviene da una famiglia tedesco-ucraina fuggita da Pietrogrado allo scoppio della Rivoluzione Bolscevica ed è legata sentimentalmente allo stesso Camerini. Il trio Camerini-De Sica-Noris funziona, tanto da vincere la Coppa del Ministero della Cultura Popolare (il famigerato Minculpop) al Festival di Venezia. Lo leggiamo chiaramente sul manifesto in alto a destra. Il poster dell’opera è senza dubbio curioso. Non ci sono i primi piani dei due attori, per quanto già celebri al pubblico. Troviamo invece una strada di campagna che tra curve impervie e sali e scendi collinari porta a un pittoresco paese. Si tratta di una località di villeggiatura, location di diverse scene del film.

Un curioso cartello ci avvisa del pericolo. La strada asfaltata può dare problemi, ma è la strada intrapresa dall’interprete principale il vero azzardo. Come è tipico nella commedia italiana, il protagonista finge di essere ciò che non è per far colpo su una ragazza. Questa scelta metterà spesso a repentaglio la sua reputazione, facendogli affrontare una serie di vicissitudini che solleticano il pubblico.

La strada piena di curve affrontata dal simpatico italiano imbroglione è un canovaccio che verrà ripreso nei decenni successivi, quando la commedia all’italiana verrà esportata con successo in ogni angolo della Terra. “Il Signor Max” avrà difatti due remake, entrambi titolati “Il Conte Max”. Il primo, del 1957, vedrà Alberto Sordi nei panni che furono di De Sica, con quest’ultimo presente nelle vesti di precettore del giovane romano; il secondo, datato 1991, vedrà il figlio di De Sica,Christian, nel ruolo che fu del padre.
Una scritta nel mezzo dell’affiche ci informa che nella pellicola vedremo “una svolta pericolosa nella vita di uno scapolo”. L’argomento è chiaro: uno scapolo (oggi diremmo un single) decide di svoltare a suo rischio e pericolo. Per far sua una bella ragazza, imbocca una strada dalle curve pericolose. Il pubblico italiano adora questo genere di situazioni. Se in altri continenti gli eroi ammazzano da soli decine di cattivi, qui da noi inventano balle che spesso gli si ritorcono contro, portandoli a dover affrontare le più assurde situazioni. Sono bugiardi gli eroi italiani (mascalzoni, per citare un altro film di Camerini), ma alla fine hanno un cuore d’oro e meritano di conquistare l’ambita femmina.

La strada impervia verrà dunque affrontata con successo, nonostante le diverse sbandate e i continui rischi di finire in testacoda. La locandina de “Il Signor Max” può essere considerata l’archetipo della commedia italiana. Il protagonista rifiuta la strada dritta, perché sa che per ottenere la vittoria (che è quasi sempre rappresentata dall’amore di una bella ragazza) deve buttarsi tra pericolosi tornanti. Mentendo con fantasia, giocando d’astuzia e mostrando una bella faccia tosta, il nostro eroe otterrà alla fine due risultati: l’amore della sua bella e i sorrisi e gli applausi del pubblico.
Leonardo Marzorati