Anno di uscita: 2018
Sito web: https://kanseilband.wixsite.com/kanseilhttps://www.facebook.com/Kanseil/?locale=it_IT

Sono i componenti stessi della band folk-metal italiana Kanseil a spiegarcelo, nella prima pagina del libretto del loro secondo full-length album: in dialetto veneto, le “fulìsche” che intitolano il disco sono le faville. Sì: proprio i minuscoli frammenti di materia che volano via dal fuoco da cui provengono, e che, prima di sparire, compiono un’effimera danza nell’aria brillando di luce propria per pochi secondi. Come però ci ricordano i Kanseil, quegli attimi rapidi possono bastare per cogliere la bellezza delle scintille incandescenti, che sono anche un’immediata metafora della condizione umana. La raccomandazione del gruppo musicale è per l’appunto di dedicare attenzione al breve balenio che è in fondo la storia di ogni persona, perché, dopo appena un momento, quest’ultima potrebbe già essere diventata irraggiungibile nella dimenticanza.

Proviamo allora a raccogliere il consiglio della band, soffermandoci in questa occasione proprio sulle canzoni contenute in “Fulìsche” e sulla copertina dell’album medesimo, perché scopriremo che racchiudono un patrimonio prezioso di storie umane. Come primo passo, cominciamo ovviamente dal principio: dalla presentazione dei Kanseil e del loro genere musicale. Nato nel 2010 a Fregona, sul boscoso altopiano veneto-friulano del Cansiglio da cui prende il nome, il gruppo autore di “Fulìsche” ha tutte le caratteristiche distintive dei musicisti che offrono la loro interpretazione del binomio tra musica heavy-metal e melodie folk.
Il primo “indizio” di questo fatto – non indispensabile, beninteso, ma comunque rivelatore – è nell’alto numero dei membri della band: ben sette. Rispetto al prototipo delle formazioni heavy-metal degli anni ’80 si tratta quasi del doppio dei componenti, e il motivo di ciò risiede nell’uso di strumenti musicali tradizionali aggiuntivi, spesso di retaggio antico, con cui le band folk-metal arricchiscono le loro composizioni e i loro concerti dal vivo. Nel caso dei Kanseil troviamo, ad esempio, cornamuse realizzate personalmente che si affiancano ad altri strumenti ricercati ed insoliti come il bouzouki.
L’adottare strumentazione di origine remota nel tempo non è il solo richiamo al passato che caratterizza le formazioni folk-metal: anche i costumi di scena hanno un ruolo importante, praticamente immancabile, a tale riguardo. Questa peculiarità vale difatti anche per i Kanseil: il loro vestiario sul palco ricorda i secoli medievali percorsi da musici erranti, di cui il settetto è in un certo senso erede, però avvicina i membri della band veneta anche ad un mondo appena trascorso di figure rurali e radicati mestieri locali ben distinguibile nelle loro canzoni.Quello dei Kanseil, è appunto un immaginario personale e riconoscibile, che attinge a piene mani i temi, e spesso addirittura la lingua utilizzata per le canzoni, da una specifica area geografica: il già citato altopiano del Cansiglio. Un processo ispiratore di questo tipo è consuetudine tra gli interpreti della musica folk. Tuttavia, la formazione di Fregona in parte si discosta dai canoni concettuali del suo genere musicale di riferimento per l’attenzione che riserva, come anticipato in precedenza, alle storie di “semplici” esseri umani. I fragorosi eroi semidivini che popolano di frequente i dischi folk-metal sono in effetti rari in “Fulìsche”, così come negli altri album del settetto del Cansiglio. Tra le note dei Kanseil si affacciano piuttosto gli affamati e impauriti fanti e profughi italiani accalcati lungo il fronte del fiume Piave; gli emigranti che partono conservando «nel cartone sogni e stracci per l’avvenire»; la gente che attraversa le strade del quartiere di Serravalle a Vittorio Veneto in un giorno di festa; e anche un carbonaio intento ad accudire alla sua carbonaia, chiamata nel dialetto della Valle del Vajont tra Belluno e Pordenone col nome di pojat.
(https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Kolmila_K%C3%A4rn%C3%A5sen.jpg)

Quest’ultimo soggetto del vicino passato, in particolare, credo possa essere definito come una figura chiave per riassumere la poetica dei Kanseil, e ancor più per decifrare la copertina di “Fulìsche”. Addentriamoci allora nella storia del pojat, facendoci accompagnare dall’omonima canzone dedicatagli dalla band veneta nel suo secondo full-length e dalle pagine dello scrittore ertano Mauro Corona.
(https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mauro-Corona.jpg)

Il volume “Nel legno e nella pietra” pubblicato da Corona nel 2003 ci offre, infatti, una precisa descrizione della carbonaia nella sua gravosa complessità, di cui potremo trovare facilmente un riscontro in “Fulìsche. Il narratore di Erto ci racconta appunto che la funzione del carbonaio non si limitava a sforzi, già di per sé estenuanti, come disporre pezzi di legna squadrati di circa cinquanta centimetri uno sopra l’altro in una struttura a castello, detta caséla, che costituiva il camino vero e proprio della carbonaia, e che si innalzava per l’altezza di circa due metri. E il compito non si limitava neppure all’atto di alimentare con braci ardenti il foro-camino del pojat, inizialmente ogni otto ore per giorni di fila, al fine di innescare la combustione del legno da cui si originava il prezioso carbone. La difficoltà, permettetemi il termine, più “distintiva” del carbonaio, era la veglia costante della carbonaia.

Quella che Corona chiama «la vera magia del legno che diventa carbone», richiedeva difatti intere settimane per compiersi, e una gran parte di questo tempo era trascorsa dall’artigiano della caséla in una funzione di vigile custodia della struttura del pojat contro un nemico insidioso: la possibilità di un incendio che vanificasse l’intera opera. Sì, perché un’infiltrazione incontrollata di aria che avesse raggiunto il castello ingombro di braci avrebbe potuto scatenare una fiamma fatale per la carbonaia. È per questo motivo che il carbonaio aveva cura, prima di alimentare il foro-camino, di costruire una protezione ermetica a forma di cono costituita di tronchi accostati attorno alla caséla, ricoperti poi a loro volta di terra, per evitare ogni passaggio di aria tra gli interstizi. Ed è sempre per questo motivo che il carbonaio, una volta iniziata l’alimentazione del camino, doveva vigilare notte e giorno sul pojat fino alla conclusione della carbonizzazione: «Lunga ła veglia del carbonaro. Lunga ła notte, senza mai ciaro» cantano infatti emblematicamente i Kanseil. La spossatezza non era l’unica avversità che il custode della carbonaia doveva affrontare a causa della vigilanza senza soste: come avete già intuito, la vicinanza continua al pojat fumante minava progressivamente la sua salute; e le parole della band di Fregona ci danno un’immagine vivida di questa condizione: «Nero del carbonaro l’è ‘l sputo, Bianca dai oci l’è la ženre che coła».

L’esistenza dei carbonai era quindi logorata continuamente dalla malattia e dalla povertà, dalle privazioni e dai limiti dettati dai cicli delle stagioni; la definizione degli emigranti tratta dalla canzone dei Kanseil “Il Lungo Viaggio” si adatta anche ai custodi dei pojat: «Con orgoglio lavorano e si inchinano alla terra, Principio di vita che dona e infine afferra». La loro, era un’esistenza fatta anche di silenzi nella natura, in cui forse si potevano cogliere delle intuizioni di infinito: silenzi in cui, come scriveva il poeta Eugenio Montale (1896 – 1981), «le cose s’abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto».
(https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Eugenio_Montale.jpg)

Ma si trattava tutt’al più di sussulti momentanei in vite di miseria: «Vite perse int’el pojàt» che ricompaiono vaghe tra le faville del fumo della carbonaia ritratto sulla copertina di “Fulìsche”, un attimo prima di svanire.
Paolo Crugnola

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