Anno d’uscita: 2023
Regia: Cristopher Nolan

 «Prometeo ha rubato il fuoco degli dei e lo ha donato agli uomini. Per questo fu incatenato a una roccia e torturato per tutta l’eternità.» Il film del visionario regista Christopher Nolan si apre con una storia tratta dalla mitologia greca e immagini di esplosioni solari, fuoco e pianeti, amplificate da una musica profonda e martellante (composta da Ludwig Göransson).

Il tutto si dispiega davanti agli occhi del dottor J. Robert Oppenheimer – a capo del progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica, in una corsa contro il tempo per battere gli scienziati nazisti – come in una sorta di sogno o incubo. Nel corso del processo-farsa cui viene sottoposto, con l’accusa di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica, e di simpatie comuniste, egli rivive il suo passato a cominciare dalla giovinezza e dagli studi intrapresi.

Prometeo e il prometeismo
(“Prometeo ruba il fuoco” di Heinrich Friedrich Füger (1817))

Prometeo (il nome significa «colui che prima riflette ») non è l’unico personaggio di una storia prelevata di peso dai miti dell’antichità e usata per il lungometraggio “Oppenheimer”, come vedremo meglio in seguito. All’inizio della vicenda mitologica, egli è un Titano furbo e spavaldo, favorito dal consesso divino al punto da assistere alla nascita di Atena dalla testa di Zeus; viene addirittura incaricato dal padre degli dei di forgiare l’uomo, da qui la ragione del suo intenso legame con l’umanità.

Collocare questo Titano all’inizio del film è una scelta ben precisa, poiché Prometeo ruba il fuoco agli dei per amore degli uomini (e perché preoccupato della loro sopravvivenza), ma viene punito severamente per avere infranto la proibizione di Zeus: incatenato a una roccia, riceve la visita di un’aquila che gli rode il fegato, destinato a ricrescere ogni volta. Con l’andar del tempo Prometeo è diventato l’eroe che si ribella all’ordine costituito, puntellato da divieti ingiusti.

Di trasformazione in trasformazione, arriviamo al prometeismo, in origine un progetto politico avviato dal polacco Józef Piłsudski allo scopo di indebolire l’impero zarista prima e l’Unione Sovietica poi. La parola è diventata sinonimo di concezioni che sostengono l’illimitata possibilità per l’uomo di intervenire sulla natura mediante la tecnica, fino ad arrivare all’odierno transumanesimo.(Illustrazione dalla copertina interna dell’edizione di “Frankenstein” del 1831)

Anche in letteratura il mito di Prometeo ha lasciato la sua impronta, come si evince dal titolo del più famoso romanzo gotico di tutti i tempi, cioè “Frankenstein o il moderno Prometeo” (“Frankenstein; or, The Modern Prometheus”) della scrittrice britannica Mary Shelley, composto per gioco e scommessa fra il 1816 e il 1817 e dove Frankenstein non è il nome della creatura cui viene data la vita, ma quello del suo “creatore”.

Una figura poliedrica
Prendendo a prestito il titolo del romanzo di Mary Shelley, possiamo affermare a buon diritto che J. Robert Oppenheimer (nella pellicola, interpretato magistralmente da Cillian Murphy) sia un nuovo Prometeo. Il film difatti si costruisce per stadi, alternando passato e presente e andando così a comporre un protagonista multiforme e geniale, ma delineando anche un uomo dalla personalità egocentrica, ambigua e narcisistica e che cela molti lati oscuri, come quando, da giovane, tenta di avvelenare un docente nel laboratorio di Cambridge.

Durante il film apprendiamo che Oppenheimer contribuì alla spiegazione dell’effetto tunnel quantistico, alla scoperta del positrone; e che studiò il fenomeno degli sciami atmosferici di raggi cosmici e il collasso gravitazionale di stelle di grandi dimensioni, destinato a formare i cosiddetti buchi neri. E che, appunto, divenne il padre del primo ordigno atomico, chiamato familiarmente “gadget” per motivi di segretezza.
(La prima bomba atomica detta Gadget, nel sito di Alamogordo, Nuovo Messico)

Ma apprendiamo anche che Oppenheimer era un uomo molto curioso e interessato a campi che esulavano dalla fisica; conosceva sei lingue tra cui il sanscrito, il che gli permetteva di leggere nella versione originale i testi sacri delle filosofie orientali.

La locandina
La locandina è scomponibile proprio come un ordigno atomico, o un dispositivo meccanico. Al centro dell’immagine campeggia la figura del dottor Oppenheimer, vestito con cappello, giacca e cravatta, come uno degli “uomini in grigio” del suo tempo: impiegati dall’apparenza anonima sotto i quali si nascondevano implacabili spie, o agenti dei servizi segreti. Egli è solo e ha lo sguardo fisso e allucinato di chi vede qualcosa che si avvicina, ma che è situata oltre lo spazio ritagliato del poster.

Fortemente contrastante con la sua figura statica, un oggetto enorme e mostruoso – un intrico di metallo, cavi, fili, inneschi – sorge alle sue spalle, mentre una serie di fiammelle, scintillando e volteggiando come fuochi fatui, circondano l’inventore. Sembra una danza allegra, quasi un gioco pirotecnico, o una splendida alba.

Una “linea di fuoco” corona la parte superiore dell’ordigno, che sprigiona l’energia della bomba atomica, interamente prodotta da una reazione a catena di fissione nucleare. Bombardando un nucleo atomico con neutroni, infatti, si origina la “spaccatura” (o fissione) dell’atomo.  Nella fissione si liberano altri neutroni che colpiscono altri atomi, e in questo modo si innesca tale reazione a catena, liberando enormi quantità di energia. L’ordigno pare comunque un grosso giocattolo e viene in mente il passaggio della canzone “Russians” di Sting: «How can I save my little boy from Oppenheimer’s deadly toy?»

Fuoco, fuoco e ancora fuoco, che nel punto di esplosione della bomba – sganciata dapprima su Hiroshima il 6 agosto 1945, e poi su Nagasaki il 9 agosto 1945 – raggiunse una temperatura di sessanta milioni di gradi centigradi, dissolvendo abitazioni e persone, ustionando gravemente i sopravvissuti e provocando una serie di malformazioni nei nascituri delle generazioni a venire.(Rappresentazione di orbitale atomico)

L’apparecchiatura non soltanto ci ricorda la “creatura atomica” dell’inventore Oppenheimer, ma anche le sue scoperte sullo spazio e, per associazione con la forma, le più antiche sfere armillari. Esse sono note anche come astrolabi sferici, cioè modelli della sfera celeste, e pare siano state ideate addirittura da Eratostene nel 255 a.C. (di nuovo la Grecia!). Gli anelli sono detti armille e rappresentano uno dei circoli delle sfere celesti.
Particolarmente imponenti sono le sfere armillari cinquecentesche.

Nella fotografia si può ammirare la sfera armillare di Antonio Santucci conservata al Museo Galileo di Firenze, la più grande esistente al mondo. Ma qual è la vera identità di quest’uomo che si erge nel centro della locandina dai colori caldi come soltanto il fuoco può originare? Non è solo un novello Prometeo che reca il dono del progresso all’umanità, ma un vero e proprio distruttore.
Durante il Trinity Test nel Nuovo Messico, al momento dell’esplosione gli sarebbe venuta in mente una frase dal “Bhagavadgītā”, parte del grande poema epico “Mahābhārata”: «Sono diventato Morte, il distruttore di mondi». A pronunciare questa frase nel poema è il dio Visnu, una delle più importanti divinità maschili nel pantheon induista, rivolgendosi al principe per persuaderlo a fare il suo dovere.
(Vishwarupa, una forma cosmica di Visnu dalle molteplici teste e braccia, in un acquarello del 1740 dai colori fiammeggianti)

Siamo partiti da un mito, ritorniamo dunque al mito. «Tout se tient», come si dice, tutto si collega e si chiude come nel cerchio, come nella forma sferica che può rappresentare un mondo o un ordigno potentissimo destinato a distruggerlo. Una cosa è certa: l’uomo ha voluto acquisire un potere immenso, in altre parole ha voluto farsi Dio… e niente sarà più come prima.
Cristina M. Cavaliere