Anno d’uscita: 1995
Sito web:
https://smashingpumpkins.com/

“Mellon Collie and the Infinite Sadness”, uscito nel 1995, è il terzo album degli Smashing Pumpkins, gruppo alternative capitanato dal cantante Billy Corgan, noto per il carattere un po’ bizzoso e anche molto ambizioso, con una propensione per la costruzione di opere concettuali che vanno oltre il semplice prodotto musicale. Dopo l’esplosione avvenuta due anni prima con l’hard rock sospeso di “Siamese Dream”, la band si stava pian piano sgretolando e questa nuova release poteva essere un monumentale testamento musicale, avendo a modello il “White Album” dei Beatles. “Mellon Collie” finisce per essere una pietra miliare, destinata a lasciare un’impronta anche visiva molto forte: lo stile vittoriano della copertina, la chioma rasata di Corgan con il look da vampiro nel video del brano “Tonight Tonight” e la t-shirt “Zero” sono tre immagini che rimangono impresse come simbolo di un periodo.

Billy Corgan aveva un’idea molto precisa di ciò che voleva veder rappresentato nell’artwork del nuovo disco: una immagine a tematica celestiale che comprendesse una figura simile ad una polena vista sulla prua di una barca, e pensava ad uno stile Vittoriano. Fu visionato il lavoro di John Craig, illustratore, designer e art director in attività da molti anni e che aveva realizzato anche copertine di dischi, sempre con la tecnica del collage in cui era specializzato. L’artista racconta: «Loro cercavano uno stile rétro e a me piaceva recuperare immagini vintage. Billy probabilmente aveva già concepito tutta l’idea del libretto. Voleva davvero fare dei quadri vittoriani, ha dato un’occhiata al mio portfolio e quello che ha visto gli è piaciuto, ma cercava anche qualcuno che sapesse dipingere in quello stile». Tuttavia dopo vari tentativi di far realizzare l’idea da pittori, e dopo aver scartato un progetto fotografico perché troppo costoso, alla fine fu proprio Craig a realizzare quella che diventò una cover iconica. Corgan inviava via fax all’artista appunti e schizzi abbozzati, e sulla base di queste indicazioni, l’artista passò in rassegna le immagini vintage che amava recuperare per i suoi collage. Alla fine trovò una dozzina di figure del periodo preraffaellita dell’inizio del secolo, finché non gli venne in mente l’immagine della donna nella stella. Il resto del lavoro di composizione venne eseguito con una fotocopiatrice. «Lo sfondo celeste proviene da una vecchia enciclopedia per bambini. Avevo anche trovato una pubblicità di whisky, in cui i drink galleggiavano sulle stelle».
L’artista sparse nell’intero artwork anche altre bizzarre illustrazioni (animali che fumano la pipa, bambini dall’aria capricciosa che percorrono paesaggi inquietanti), tutte caratterizzate da un aspetto antico, nello stile delle illustrazioni per bambini in stile vittoriano.

Craig rivelò in un’intervista la sua riluttanza a decostruire l’immagine rappresentata sulla copertina: temeva, rivelando gli elementi che componevano la sua creazione, di rovinare la magia della composizione nel suo complesso trasformandola in un “collage by numbers”. Rivelò però che la donna nella stella mette insieme due diversi dipinti: la testa dal quadro “Il souvenir” di Jean-Baptiste Greuze e il corpo della “Santa Caterina di Alessandria” di Raffaello.
L’opera di Jean-Baptiste Greuze è del Settecento, realizzata con quello stile fortemente melodrammatico e un po’ lezioso che caratterizzava molti quadri di genere. Il pittore, inizialmente noto per i suoi ritratti, lodato da Diderot per la moralità dei suoi soggetti, si orientò poi verso temi più allusivi e libertini (uno dei suoi temi ricorrenti è la perdita della verginità), con un eccesso di gesti teatrali, svenimenti e deliqui. La tela di Raffaello è invece del 1500, e il suo stile si distingue per la compostezza, una visione solenne e posata priva di eccessi. Mettere insieme in un’unica opera elementi portatori di due diverse espressività crea un senso di straniamento, di innaturalità: il volto della fanciulla esageratamente reclinato verso l’alto in una sorta di estrema trasfigurazione estatica, che riporta alla drammaticità del barocco seicentesco (per esempio l’Estasi di santa Teresa d’Avila di Gian Lorenzo Bernini) contrasta con il gesto pudico ed elegante della mano contro il seno.
Se a livello musicale questo disco si prende più libertà rispetto ai dischi precedenti degli Smashing Pumpkins, per quanto riguarda invece il lavoro grafico della copertina sembra esserci una continuità sul tema dell’apparenza dietro cui si nasconde una diversa realtà: “Siamese Dream” mostrava i volti sorridenti di due bambine, un’immagine di innocenza felice, ma  in realtà si tratta di due gemelle siamesi, quindi una creatura con due teste e un solo corpo, e  la cover del nuovo disco mostra  una bella fanciulla dall’aspetto virginale, che è in realtà una creatura formata innestando testa e corpo provenienti da due diversi quadri.Questo tema dell’innocenza contaminata da deformità riflette molto bene lo stile musicale dei Pumpkins, alfieri di un suono che è esso stesso un innesto tra influssi molto diversi: un corpo affine a metal e grunge posseduto da influenze prog, gothic rock e psichedeliche, ma anche tocchi di melodramma, il tutto condito di un sottile perverso malessere.  Le gemelle siamesi, che la natura ha brutalmente condannato a condividere un corpo solo sono la versione bambina della mezza figura di fanciulla che, al centro della cover di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” non si capisce se ascenda verso il divino a bordo di una stella o se ne sia incastrata come in una trappola, incarnando alla perfezione la melanconia e infinita tristezza delle generazioni che si trovarono riflesse nella musica Anni’90.

Un disco uscito quest’anno, “Food for Worms” degli Shame, band post punk britannica, sembra ispirarsi molto al mondo degli Smashing Pumpkins sia in parte per i suoni (non per caso il loro album è prodotto da Flood, lo stesso che ha prodotto Mellon Collie), sia per la concezione dell’intero artwork.
Anche gli Shame hanno sentito l’esigenza di creare un mondo in miniatura e per questo si sono rivolti a Marcel Dzama, eclettico artista canadese, che come John Craig si ispira a immagini vintage per creare dipinti, illustrazioni, costumi e scenografie teatrali. Lo strano mondo creato da Dzama per il loro booklet, a metà tra il fiabesco e l’inquietante, popolato di volte stellate e di lune sorridenti simili a quelle del film di Georges Melies “Viaggio sulla Luna”, sembra uscito dalle stesse fantasie di Billy Corgan e di John Craig.
Federica Vitelli