Anno d’uscita: 1991
Sito web:
https://pearljam.com/

“Ten”, il primo album dei Pearl Jam, uscito nel 1991 per la Epic Records, nasce da una cassettina di musica composta da Stone Gossard dopo la fine dei Mother Love Bone e la triste morte del loro cantante Andy Wood. C’era la voglia da parte dei componenti sopravvissuti (oltre a Gossard il bassista Jeff Ament) di proseguire con qualcosa di nuovo e diverso. Un loro amico, Jack Irons che suonava  la batteria nei Red Hot Chili Peppers conosceva uno a San Diego che cantava… e così la cassetta finì nelle mani di Eddie Vedder e la musica trovò le parole e una voce per cantarle. Un mese di reclusione per provare e registrare materiale per un disco che fornirà a sua volta altra sostanza per i propri live, perché il palco è da sempre stata la loro dimensione.

“Ten” é il biglietto da visita con cui i Pearl Jam si presentano al mondo e lo fanno attraverso un artwork apparentemente semplice: il gruppo riunito al centro nella posizione di una squadra che si prepara spiritualmente ad entrare in campo e negli spogliatoi fa il gesto di riunirsi per battere il 5. Del resto il disco è fin dal titolo un omaggio alla passione sportiva: prima di chiamarsi Pearl Jam la band si era data il nome Mookie Blaylock come il giocatore di basket che portava appunto il numero 10.
E a basket giocava, pure bene, Jeff Ament; il bassista ma anche artista multiforme (i suoi quadri compaiono nel film “Singles” di Cameron Crowe dedicato alla Seattle scene).
É lui che da sempre cura tutte le immagini legate al gruppo. Lui ha costruito a mano con il legno l’enorme scritta Pearl Jam che campeggia sullo sfondo, un lavoro da artigiano con chiodi e martello. La scelta del nome, scolpito in legno dichiara un po’ la natura della loro musica, un artigianato concreto, spurgato di fronzoli e virtuosismi, costruito con materiali grezzi, semplici ma efficaci e rassicuranti nella loro solidità. Contenuti post-adolescenziali di malinconia, abbandoni, traumi famigliari, lacerazioni… ma dietro le spalle una solida e calda struttura di legno in cui trovare rifugio.

L’autore dello scatto di copertina è invece Lance Mercer, bravissimo fotografo di Seattle che ha immortalato i protagonisti della scena grunge cittadina fin dai suoi inizi con Mother Love Bone e Malfunksion. Questo artista predilige la purezza del bianco e del nero, e anche per questa cover colorata, in qualche modo prevale una forma di monocromatismo: un’unione di corpi, una macchia ombreggiata su un fondo colorato, nessuno dei musicisti si vede in faccia. Non ci sono individui ma solo un gruppo, al centro dello spazio.
La scelta dei colori per le gigantesche lettere delicatamente rosate e per il muro rosso dietro di esse, sembra un richiamo alla psichedelia, a quelle atmosfere Anni’70 che emergono nelle canzoni e che hanno fortemente impregnato una certa ala del genere “grunge” impastandosi con le influenze garage e punk. Brani dall’andamento ipnotico in cui la voce di Vedder ti conduce dentro un vortice catartico dal quale è difficile liberarsi. In effetti all’origine del nome Pearl Jam, “marmellata di perle”, pare ci sia una bisnonna di Eddie Vedder, Pearl, la cui specialità era fare la marmellata di…peyote! Anche il look per i Pearl Jam nella fase iniziale, riflette questo composto: abbigliamento sapore hippy, capelli lunghi, abiti variopinti, molto free, ma con tocchi punk.
Quell’immagine del gruppo che si dà il cinque richiama alla mente da un lato il “tutti per uno, uno per tutti” dei Tre Moschettieri; l’insieme che non è solo la somma dei suoi componenti e la cui forza deriva dall’unione, ma anche una voglia di avventura dal sapore infantile. Altra immagine che viene alla mente è quella del famoso monumento che raffigura i marines che alzano la bandiera americana dopo la battaglia di Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale, anche perché in effetti la composizione dei corpi sulla copertina del disco riporta davvero ad un gruppo scultoreo.
E anche questo è un marchio di Lance Mercer, del suo stile candido, nitido come il marmo a suggerire innocenza, purezza; il mood perfetto da creare per il lancio di una band emergente.
Federica Vitelli

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