«Un disco non è soltanto un assemblaggio tra vinile e cartoncino colorato, ma rappresenta una metafora delle nostre esistenze terrene. Come una sorta di carta d’identità, una collezione di vinili sa descrivere ognuno quasi perfettamente».
Questa emblematica frase, tratta dal volume “Route 69” di Mox Cristadoro, introduce efficacemente la seconda parte dell’intervista a questo eclettico personaggio. Nella parte precedente ci eravamo concentrati soprattutto sulla sua attività come musicista, scrittore e speaker radiofonico. Questa volta ci soffermeremo maggiormente su quanto concerne gli artwork degli album a suo avviso più memorabili e su alcuni dischi che, secondo il suo autorevole parere, non possono mancare nella raccolta o, quantomeno, nella cultura di ogni appassionato di rock che si rispetti.

Ciao Mox, bentornato su Art Over Covers! Oggi, per la seconda parte della tua intervista, ti proporrei di partire dalla tua collezione di dischi. Nei video del tuo canale YouTube, alle tue spalle, compare una libreria stracolma di vinili, che tu stesso hai occasione di mostrare mentre illustri la discografia dei musicisti oggetto dei tuoi filmati. Quanti dischi possiedi e come è organizzata la tua raccolta?
Il numero dei supporti in mio possesso, considerando nove lustri abbondanti di passione e approvvigionamento, è sempre stato variabile, in base a due fattori fondamentali. Innanzitutto quello puramente logistico, cioè lo spazio disponibile. In secondo luogo quello “umorale”, ossia l’evoluzione nel mio gusto, e la scelta “consumistica” che fa spesso presa sulla psiche di collezionisti, compulsivi o semplicemente seri appassionati. Mi riferisco alla conversione in supporto CD di titoli già presenti in vinile e viceversa, oppure al possesso di svariate versioni differenti di un medesimo lavoro. Se avessi conservato ogni pezzo che ha transitato tra i miei scaffali saremmo presumibilmente intorno ai 15mila oggetti sonori. Probabilmente ora non arrivano a 8mila. La motivazione di questa variabilità dei numeri dipende dal fatto che io continuo ad acquisire e, nel contempo, a disfarmi di materiale. Comunque in questo modo si crea per me la possibilità, connessa all’oggetto fisico (e, ci tengo a precisare, non alla fruizione “liquida”), di accrescere il mio bagaglio di conoscenza.  Specifico volentieri di non appartenere alla categoria “collezionista-maniaco”, vale a dire di coloro che immagazzinano materiale nelle teche basandosi sul principio dell’accumulo di valore, e mantenendolo intoccabile. Ho bensì orgogliosamente fatto sempre vivere gli oggetti della mia discoteca privata, nella finalità del proselitismo e della sana divulgazione culturale, tramite radio, video, incontri pubblici, presentazioni private, con appaganti esperienze persino nelle scuole superiori.Quando hai acquistato il tuo primo album?
Escludendo gli acquisti in musicassetta di quando ero alle elementari (ma con mio fratello maggiore a farmi da guida), tipo Pink Floyd, Kraftwerk, J.M. Jarre, Deep Purple, Queen, Vecchioni, Venditti, Baglioni, Abba, Beatles, Ramones, Rockets, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” e poi Jethro Tull, Led Zeppelin, ecc., il primo vinile che ho comprato è una stampa francese di “Heroes” di David Bowie (con la title-track cantata per metà in francese e la copertina laminata), presente ancora in ottime condizioni nel mio archivio. Ricordo ancora il costo: 7.000 lire.

Quanto è importante, secondo te, l’artwork di un album?
La giusta intuizione di corredare con una grafica di copertina quello che in origine era un semplice involucro di cartone del disco in vinile risale alla fine degli Anni ‘30 negli USA e fu dell’etichetta Columbia. L’evoluzione continua dell’immagine e delle arti grafiche ci ha condotto in un universo emozionale impagabile, ma inevitabilmente “soggettivo”, come ogni forma d’arte. La copertina, indubbiamente, completa la fruizione emotiva e sensoriale ed è quindi parte imprescindibile dell’oggetto “disco”.
C’è un album che ricordi di aver comprato proprio perché ti sei sentito attratto dalla sua copertina?
Un caso emblematico è legato al mio acquisto dell’album di debutto di un gruppo statunitense di metà anni ‘80, fortemente venato di (hard rock)-blues, un po’ in stile Cream, ma prodotti da un giovane Rick Rubin. Il loro moniker, Masters of Reality, poteva già rappresentare per me una sorta di attrattiva, perché richiamava il titolo del terzo lavoro dei Black Sabbath. Ebbene, mentre “sfogliavo” i vinili dall’espositore “Ultimi arrivi” del leggendario negozio “Metropolis” di via Padova a Milano, mi ritrovai davanti a quest’album sconosciuto: un disegno blu, talmente luminoso e nel contempo esoterico, su una copertina gatefold lucida, da non poter restare indifferenti. A quel punto ci fu l’ascolto, come gentile gesto da parte di Alfiero, il padrone di casa. L’acquisto scattò senza indugio.Quali sono i dischi che a tuo avviso presentano gli artwork più originali e memorabili?
Molti esempi di copertine che mi hanno sempre affascinato sono relative ad opere che amo anche nel contenuto musicale: “Ummagumma” o “Animals” dei Pink Floyd e “Pyramid” degli Alan Parsons Project (tutte attribuibili allo Studio Hipgnosys), “Lizard” dei King Crimson, “Within the Realm” dei Dead Can Dance, poi i soggetti grafici di Marcus Keef nei primi anni di produzione della Vertigo, il disegno dei monaci su “Fire of Unknown Origin” e la cattedrale gotica con Cadillac nera posteggiata, immortalata su “On Your Feet Or On Your Knees”, dei Blue Öyster Cult. Aggiungerei quasi tutti i disegni “multicolor” della scena psichedelica californiana (Grateful Dead, Jefferson Airplane e derivati). Altre copertine iconiche sono quelle firmate da Andy Warhol (Velvet Underground e Rolling Stones), mentre l’ego trasposto nell’immagine delle grandi band emerge prepotentemente, ma elegante, in soggetti come “Abbey Road”, “Deep Purple-In Rock”, o nel primo omonimo “Ramones”.

Abbiamo citato artwork di band internazionali: passiamo ora al panorama italiano.
Anche l’Italia vanta una scuola fotografica eccellente e fantasiosa, i cui più autorevoli rappresentanti sono Cesare Monti, Guido Harari e non ultime le grafiche dello studio di Mario Convertino. Il catalogo della Cramps (AreA, Arti & Mestieri, Finardi, Camerini) e prima ancora della Bla-Bla (Aktuala, Battiato, Capsicum Red), con la genialità del pubblicitario Gianni Sassi, ha proposto dei lavori inarrivabili e suggestivi, nel panorama rock, jazz e d’avanguardia sull’intero pianeta. Per quanto riguarda la scena “progressive” italiana, è sempre opportuno ricordare qui soggetti di copertina apribili in tre parti come “Nuda” dei Garybaldi (firmato da Guido Crepax), l’esordio degli Alphataurus o i Delirium di “Dolceacqua”. Ancora, apribili in 4 parti con vicende narrate nella grafica, un paio di importanti titoli di Claudio Baglioni: “Questo piccolo Grande Amore” (1972) e “Gira che ti rigira…”(1973), e poi “Sensi e Controsensi” (1975) di Mia Martini. Infine lo sfrontato disegno da fumetto di “Jacula” del 1972, o l’albero fustellato di Agorà “Live in Montreux”, le prime stampe del “salvadanaio” e il libro di “Io sono nato libero” del Banco, o di “Volo Magico n. 1” di Claudio Rocchi, La Locanda delle Fate, i Semiramis di Zarrillo e lo straordinario impatto di “Terra in Bocca” dei Giganti, sempre di Gianni Sassi.Ci sono, poi, copertine che si distinguono non soltanto per l’immagine rappresentata, ma per il packaging particolarmente ambizioso e innovativo…
Alcuni degli involucri più “massimalisti” e impressionanti che trovano posto sui miei ripiani sono quelli degli inglesi Hawkwind con “Space Ritual Live” (apribile in 6 parti), “In Search of Space” e “The Xenon Codex” (apribili in 5 parti, con ritagli), o “Warrior on the Edge of Time” (apribile in 4 parti e fustellata). Proseguirei, in quanto ad originalità, con i pop-up di “Suspiria” dei Goblin, di “Stand Up” dei Jethro Tull, oppure la copia del quotidiano in “Thick as A Brick”, poi l’omonimo LP di debutto dei Quintessence, con libretto interno ritagliato, l’esordio (con teatrino all’interno del gatefold) dei danesi Burnin Red Ivanhoe, la versione con copertina cucita in cuoio nero del doppio LP “No Remorse” dei Motorhead, la ruota girevole su alcune versioni di “Led Zeppelin III” e il dispendioso soggetto gigeriano di “Brain Salad Surgery” degli Emerson, Lake & Palmer, con il relativo inserto a poster fustellato. Degni di menzione, inoltre, alcuni artwork dal formato rotondo come “Ogdens’Nut Gone Flake” (Small Faces) o la moneta argentea di “E Pluribus Funk” (Grand Funk Railroad). Da ricordare, poi, l’inserto cartaceo profumato di fragola in “Strawberries” (1982)  dei Damned, o i provocatori poster interni alle prime stampe di “Jazz” dei Queen (molte donne ignude in bicicletta) e “Frankenchrist” dei Dead Kennedys (che invito a scoprire) e almeno un paio di indimenticabili fotografie relative a vere pietre miliari della discografia che al termine degli anni Sessanta furono soggette a censura: “Electric Ladyland” di Hendrix e il supergruppo “Blind Faith”.Ma sono sicura che tu abbia molte altre “chicche” in serbo per noi…
Altre due suggestioni tra migliaia: il primo “Santana” (1969) presenta un disegno pazzesco (un muso leonino ottenuto assemblando una gran quantità di sembianze umane, semplicemente meraviglioso) e poi il soggetto psichedelico sulle prime stampe di “Their Satanic Majesties Request” degli Stones. Volendo poi stare sull’ovvio, è chiaro che le immagini di “In the Court of Crimson King” (King Crimson), “The Dark Side of the Moon” (Pink Floyd), “Revolver”, “Sergeant Pepper” e “Abbey Road” dei Beatles, “The Velvet Underground & Nico”, “The Freewheelin’’ di Bob Dylan, “Nursery Cryme” dei Genesis, “Catch a Fire” (Bob Marley & The Wailers), “Aqualung” (Jethro Tull), “Deep Purple in Rock”, “The Man Machine” (Kraftwerk), “London Calling” dei Clash, “British Steel” (Judas Priest) e aggiungerei le fumettistiche “Monster Movie” dei Can o “Destroyer” dei Kiss, solo per citarne alcune, rappresentano realtà iconiche da tramandare e insegnare nei programmi della scuola dell’obbligo (!). Sull’influenza iconografica vincente del marchio Iron Maiden si apre infine un capitolo a sé stante, di cui la redazione di Art Over Covers è esperta (https://www.artovercovers.com/2020/05/15/copertine-iron-maiden/https://www.artovercovers.com/2022/09/15/somewhere-in-time-disegnato-da-derek-riggs/)A proposito di progressive italiano, tu hai scelto per il tuo volume del 2017 i 105 migliori dischi di questo genere ma, se dovessi consigliare ad un neofita di accostarsi a questo periodo dorato della discografia italiana tramite un numero molto ristretto di album, diciamo 5 o 6 … quali sarebbero le tue scelte?
Questione parecchio difficoltosa da affrontare, soprattutto considerando che una selezione di 105 titoli (l’edizione del 2017 ne contiene 5 in più rispetto alla prima del 2014) l’ho già vissuta come una sorta di “restrizione”. Suddividerei il campo in due parti. La prima è relativa ai soli imprescindibili nomi rimasti celebri, immaginando che il destinatario sia nato dopo il 2010, oppure che risieda in luoghi del pianeta non ancora raggiunti dalla corrente elettrica (!)
AreA : “Are(A)zione” o “Maledetti!”
PFM: “Live in USA” , o “Photos of Ghosts”
Banco del Mutuo Soccorso: “Darwin!”
Goblin: “Suspiria”
New Trolls: “Searching For a Land” o “Concerto Grosso”
Osanna: “Palepoli”
Le Orme: “Collage” o “Verità Nascoste”

Tuttavia, tra i nomi famosi non si possono certo trascurare autentici capolavori come “Aria” di Alan Sorrenti, “Pollution” e “Sulle corde di Aries” di Battiato, “Sognando e Risognando” della Formula 3, “Dolceacqua” dei Delirium (con Ivano Fossati) e Claudio Rocchi con “Volo Magico n. 1”.
La seconda ipotesi di risposta, che si rivolge a chi già conosce i titoli sopracitati, concerne invece gli album un po’ “meteora”, ma imperdibili: partiamo con i dischi omonimi di Biglietto per l’Inferno, Il Volo, Napoli Centrale, Aktuala,  Reale Accademia di Musica e Corte dei Miracoli. Aggiungerei poi questi titoli: “Ys” (Balletto di Bronzo), “Vietato ai minori di 18 anni” (Jumbo), “Zarathustra” (Museo Rosenbach) “Sun Supreme” (Ibis), “Astrolabio” (Garybaldi), “Caronte” (The Trip).
Per concludere la nostra lunghissima ed “illuminante” chiacchierata, quali progetti hai in cantiere per l’immediato futuro?
Sul piano meramente divulgativo, ho intenzione di proseguire con la produzione audio/video (“Il Lato Oscuro” sul canale YouTube di Tsunami Edizioni). La mia attività musicale prevede invece l’uscita in questi giorni di un LP del mio gruppo hard-core Incudine, intitolato “Wrong Place, Wrong Time” con una copertina suggestiva, pubblicato dall’etichetta tedesca Devarishi e distribuito a livello mondiale. In seguito vedrà la luce anche un lavoro inedito, dopo due decenni abbondanti, di Santa Sangre, band significativa del mio percorso e, per rimanere agganciati al medesimo staff creativo, si parla di una pubblicazione dell’opera omnia dei Carnival of Fools, cioè la formazione che precede il marchio Santa Sangre, con Mauro Joe Giovanardi alla voce. Questo recupero storico è marchiato “Area Pirata”.

Infine posso anticipare che per il 2023, nell’occasione celebrativa del cinquantennale dalla nascita della storica etichetta Cramps, preparerò un’apposita presentazione in cui saranno mostrate le copertine di molti dischi significativi emessi da quel marchio innovativo e lungimirante nei suoi anni di vita (1973 – 80). Questo evento si terrà nell’ambito della manifestazione “Prog & Frogs”, che ha luogo ogni inizio estate nella splendida cornice della Cascina Caremma, nei pressi di Milano.Articolo correlato:

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