Anno d’uscita: 1930
Regia: Mervyn Le Roy

Dal 1920 al 1933 gli Stati Uniti vivono l’epoca del proibizionismo. I “ruggenti anni Venti”, terminati con la crisi finanziaria del 1929, oltre al ceto medio arricchiranno, grazie al contrabbando, la criminalità organizzata. È il decennio del gangsterismo, dove nelle principali città del Paese la malavita dà vita a veri e propri cartelli dell’alcol (e in parte minore della droga). Questi gruppi criminali si contraddistinguono per un’organizzazione gerarchica, che va dal boss agli scagnozzi, e per la voracità con cui cercano di controllare i locali in cui si fa contrabbando, spesso scontrandosi in sanguinosi conflitti armati contro le bande rivali.
Le guerre tra gangster, con le loro scie di sangue, sono un argomento che non può passare inosservato per i riflettori hollywoodiani. Se la letteratura statunitense dell’Ottocento aveva narrato (e spesso celebrato) i fuorilegge del Far West, il cinema degli Anni Trenta, pur non disdegnando i vecchi pistoleri del secolo precedente con il genere western, porta sul grande schermo le storie di Al Capone e soci.

Nei primi tre anni del decennio viene realizzata una trilogia di pellicole destinata a diventare il capostipite di un genere che ancora oggi, anche a suon di remake, affascina il grande pubblico. Parliamo di “Piccolo Cesare” di Mervyn Le Roy del 1930, “Nemico Pubblico” di William A. Wellman del 1931 e “Scarface – Lo Sfregiato” diHoward Hawksdel 1932. Essendo il primo capolavoro del genere, la locandina di “Piccolo Cesare” ci butta a capofitto nei due elementi chiave della narrativa gangsteristica: sesso e armi.
A sinistra vediamo un giovane uomo, decisamente piacente, abbracciare per dare un bacio a una bella ragazza. A destra abbiamo invece un secondo uomo, dai tratti più duri, impugnare una pistola pronta a fare fuoco.

L’uomo a sinistra è Douglas Fairbanks Jr., figlio del più celebre divo del muto Douglas Fairbanks, che riesce negli Anni Trenta a ritagliarsi un ruolo da sex symbol maschile.
L’uomo a destra è Edward G. Robinson, attore basso e tarchiato, destinato a essere perfetto nei ruoli da cattivo. È lui “Piccolo Cesare”, personaggio ambizioso e violento, che preferisce la pistola alle donne.
L’affiche segna uno spartiacque per un’altra dicotomia. Se la parte superiore è contraddistinta dall’immagine, con la minuta presenza in alto dei nomi degli attori comprimari, del regista e della casa di produzione, la parte inferiore è interamente destinata a titolo e protagonisti.

Negli gli Anni Trenta, anche grazie alla definitiva affermazione del sonoro, si consacrano le “star” di Hollywood. I nomi dei due attori, seppur entrambi non ancora affermati, hanno una grande visibilità nella parte bassa del poster. Sarà “Piccolo Cesare” a lanciare definitivamente le loro carriere: discreta per Fairbanks Jr. (che non riuscirà mai, nonostante una lunga presenza a Hollywood, a eguagliare la celebrità del padre) e monumentale per Robinson. Quest’ultimo rappresenta una delle prime star “brutte”, non a caso spesso relegato al ruolo di antagonista. Nonostante la sua bassa statura e il suo fisico non certo atletico, questo piccoletto ebreo fuggito da ragazzino con la famiglia dalla Romania a causa dell’antisemitismo, da questo film in avanti riuscirà a imporsi come uno dei migliori attori, se non il migliore, a cui affidare ruoli negativi.

L’opera di Le Roy innova il mondo del cinema tout court. La produzione lo capisce fin dal lavoro sul set: per l’argomento trattato, per le ottime interpretazioni e per le valide riprese realizzate da un onesto mestierante come Le Roy. Sui cartelloni pubblicitari e fuori dalle sale si affiggono dei manifesti di un’opera con la consapevolezza che questa lascerà il segno. Proprio per questo il titolo è l’elemento dominante, oltre ai volti dei protagonisti.
Il nome del lungometraggio fa ovviamente riferimento al personaggio interpretato da Robinson, il cui nome completo è Cesare Enrico Bandello. La comunità italoamericana ebbe un ruolo centrale nel gangsterismo di quegli anni, dove si saldò agli occhi dell’opinione pubblica il triste connubio “Italia-mafia”. Proprio per questo, “Piccolo Cesare” e tante altre pellicole dello stesso genere vennero vietate in Italia dal fascismo, avverso a far conoscere in Patria le imprese malavitose di alcuni connazionali emigrati negli Stati Uniti.

Il film arriverà sugli schermi italiani solo nel 1963, con una locandina in perfetto stile Anni Sessanta. Viene dato più spazio a Robinson, all’ora ancora sulla cresta dell’onda anche se a un passo dai settant’anni. Il suo volto non sembra difatti quello di un trentenne, ma di un uomo più maturo. Fairbanks Jr., ritratto a campo intero, veste più come un bandito della mala milanese di quegli anni che non come un gangster degli Anni Venti.
Lo stesso si può dire della partner femminile, che non ricorda l’attrice dell’epoca Glenda Farrell ma, soprattutto per abito e pettinatura, una bellona degli Anni Sessanta. Nel nostro paese “Piccolo Cesare” non lasciò il segno. Chissà quanti spettatori si sentirono fregati per aver pagato il biglietto per un film di trent’anni prima, con un Robinson giovane. I manifesti avevano all’epoca anche il potere di “ingannare” il pubblico.
Leonardo Marzorati