Anche il clown ride dei suoi scherzi?

La carriera del duo musicale internazionale Lacrimosa continua senza pause dai primi Anni’90, e durante questo periodo di tempo la band si è conquistata uno spazio fisso tra i nomi più famosi della scena musicale gothic. Le illustrazioni sulle copertine degli album di questo duo hanno, tra l’altro, una caratteristica inconfondibile: sono realizzate unicamente nei colori bianco e nero. Alcuni soggetti ritratti per queste immagini sono stati adottati più volte nel tempo, fino a diventare costanti inconfondibili che incarnano i concisi titoli della band.

I leitmotiv figurativi dei Lacrimosa sono comunque molteplici: ritratti fotografici dei due musicisti Tilo Wolff e Anne Nurmi; un veliero tra scabre scogliere; donne seducenti in cupe scenografie, e soprattutto, ricorrente, un enigmatico clown.
Questo giullare con il cappello a punta apparve per la prima volta, in veste di giocoliere, sulla copertina dell’album di debutto dei Lacrimosa nel 1991, godendo poi di un ruolo di rilievo anche in molti successivi artwork del duo. Alcune caratteristiche del personaggio sono rimaste inalterate nel tempo, e tra queste risalta anzitutto, quasi palpabile, la solitudine.
Ad esempio, sulla copertina dell’album pubblicato dai Lacrimosa nel 1992, intitolato non a caso “Einsamkeit” (“Solitudine”), vediamo il clown sedere a testa bassa in un deserto. Lo scenario cambia radicalmente sull’illustrazione di copertina del disco “Stille” (“Silenzio”), realizzato dalla band cinque anni più tardi, ma le emozioni ispirate dal pagliaccio non lo sono affatto. La sua figura sembra infatti indugiare in piedi su di un palco di teatro, tenendo in mano un violino e il suo arco, davanti ad una platea deserta… Ma il pubblico ha già preso commiato? O al contrario non è ancora giunto per assistere allo spettacolo? Forse il violinista truccato di bianco sta fissando di proposito il vuoto e il silenzio alienanti?…
In effetti, più in generale, gli intenti del pagliaccio non sono affatto chiari, e anche la sua personalità è un mistero ben nascosto. Una sua caratteristica, però, traspare evidente: il personaggio è letteralmente costituito di contrasti. Il suo stesso costume offre una prima prova di ciò, e anche il testo della canzone “Kelch der Liebe” (“Calice dell’Amore”), contenuta nell’album dei Lacrimosa “Lichtgestalt” (“Creatura di Luce”) del 2005 allude esplicitamente alla sua dualità. Il clown è qui descritto appunto come una «creatura di luce avvolta nell’ombra», e come «un innamorato confuso nell’ombra». Il testo sottolinea anche che l’irrequieto pagliaccio è consapevole del proprio isolamento: egli stesso si definisce «senza nome, escluso e rifiutato».
Tuttavia, questa ammissione non implica che il personaggio accetti totalmente il suo destino di sventura: al contrario, pur rassegnandosi alle imposizioni delle persone, il clown continua fermamente il suo idealistico cammino di ricerca dell’amore.

La determinazione è davvero un tratto-chiave del pagliaccio, e lo si nota subito anche osservandone gli occhi sull’illustrazione di copertina dell’album “Hoffnung” (“Speranza”), pubblicato dai Lacrimosa  nel 2015. Lo stesso discorso vale se si considera l’atteggiamento orgoglioso della figura sulla copertina del disco “Revolution”, di tre anni antecedente nella discografia del duo.
Il clown, come recita ancora il testo di “Kelch der Liebe”, è determinato a seguire  la «bussola del cuore»: insiste nella sua ricerca, sebbene egli stesso ammetta che «ciò che rimane è solo lo struggimento». La dualità del personaggio emerge chiaramente anche in questo caso: determinazione e delusione coesistono strettamente unite nel suo animo, ed egli porta costantemente dentro di sé amore e tensione emotiva inappagata come due facce della stessa medaglia. Il pagliaccio diventa perciò la sintesi di due opposti che, come luce  e ombra, non possono essere separati; metaforicamente, egli personifica il concetto stesso di chiaroscuro mentre si dibatte tra i contrasti interiori dell’essere umano.

La sua lotta interiore prosegue invisibile e silenziosa, perché gli stati d’animo sono spesso ineffabili, anche nelle rare occasioni di armonia in cui il clown trova sollievo e serenità. Il silenzio è la beffarda risposta agli sforzi e alle sofferenze di questa figura tragicomica, finché l’assenza di parole, sia pronunciate sia udite, diventa un’altra sua caratteristica fondamentale. Quest’ultimo fatto implica una somiglianza tra il pagliaccio dei Lacrimosa e un altro personaggio che può essere considerato come un suo autentico archetipo, ovvero la maschera della Commedia dell’Arte chiamata Pierrot (dal nome italiano originale “Pedrolino”).
Anche questo mimo sentimentale e malinconico ha infatti la sua unica forma di espressione nel mistero del silenzio, sebbene originariamente la sua espressività sia stata completamente diversa e la sua indole decisamente multiforme. Ad esempio, nel corso del Seicento, Molière (pseudonimo di Jean – Baptiste Poquelin, 16221673) e altri commediografi lo immaginarono nei ruoli di un contadino o di un servitore, capace di cantare, e, a seconda dei casi, intelligente o sciocco.Sul finire del XVII secolo, poi, Pierrot trovò di fatto nei teatri francesi sia un ampio riconoscimento di pubblico sia la definizione delle principali caratteristiche del suo aspetto: il suo costume era costituito da un’inconfondibile giacca ampia e bianca, e da pantaloni e scarpe dello stesso colore; un altro segno distintivo era la fusciacca stretta intorno alla sua testa. Come si può facilmente constatare, il dipinto “Pierrot” (17181719) dell’artista francese contemporaneo Jean – Antoine Watteau (1684 – 1721) è una fedele rappresentazione di tutti questi peculiari tratti esteriori, ma evidenzia anche i segnali del cambiamento interiore avvenuto nel personaggio rispetto alle sue origini. L’espressione di Pierrot ritratta da Watteau non appare infatti né astuta né sciocca: mostra invece la lontana, quieta malinconia di una persona persa nella riflessione.
Nel corso del Settecento, il ritiro nell’interiorità e l’alienazione di Pierrot furono decisamente accentuati: il personaggio finì per fare completamente a meno della parola, raggiungendo nei panni di un mimo il suo apice artistico. Pierrot scopre quindi nel silenzio il suo unico mezzo per cercare la propria definizione.

Nel XIX secolo, l’attore francese Jean-Gaspard Debureau (1796 – 1846) portò a perfezione la nuova forma espressiva di questo mimo romantico e appassionato, il cui costume era nel frattempo in parte cambiato. Al posto della fusciacca era stata posta una calotta nera, e la giacca bianca era stata ornata di grossi bottoni neri.
Questi tratti distintivi esteriori sono rimasti invariati fino al giorno d’oggi, e tutto lascia pensare che essi abbiano ispirato i Lacrimosa nell’ideazione del loro clown. Perché, come abbiamo visto, il pagliaccio del duo musicale è davvero il discendente spirituale di Pierrot nell’aspetto così come nell’animo. Forse che il mimo ha lasciato in eredità al clown anche la segreta speranza che qualcuno tra il pubblico possa un giorno risolvere il mistero dietro al suo silenzio alienante?… Prima che cali il sipario, c’è tempo per scoprirlo. Allora, che lo spettacolo abbia inizio…
Paolo Crugnola