Nell’immaginario collettivo di chi fa parte o ha dimestichezza con certe sottoculture inglesi, l’elmo troiano viene subito associato ad una parola prima di tutte: Skinhead! Poi ad un’altra: Reggae! L’elmo troiano è il simbolo e il logo della Trojan Records, etichetta britannica fondata nel 1968 da Lee Gopthal ed è specializzata in musica jamaicana: ska, reggae, rocksteady e successivamente dancehall.

C’è un legame indissolubile tra questa storica etichetta e gli Skinheads che dura dal lontano 1969, diciamo l’anno zero per questa cultura, nata dalle ceneri di quella Mod che cominciò a prendere le distanze dall’imbastardimento hippie del proprio movimento, diventando quindi “hard mod” e successivamente, in poco tempo, Skinhead appunto.
Gli indo-occidentali immigrati a Londra, specialmente (soprattutto dopo l’indipendenza della Jamaica nel 1962), portarono nuovi suoni e nuovi modi di vestire che non sfuggivano di certo ai Mods più attenti. Il passaggio, o la trasformazione, da Mod ad Hard Mod fu breve, come accennavo poco sopra, grazie anche all’apporto dei Rude Boys jamaicani appunto. L’incontro tra le due categorie, jamaicani e giovani proletari inglesi, aiutò sicuramente la nascita degli Skinheads e lo ska, prima e il reggae dopo, divennero presto la colonna sonora preferita dei nuovi giovani Skins, che divennero ossessionati dal modo di vestire impeccabile dei jamaicani alle serate e ai dj set. I Rude Boys erano anche abili ballerini e i bianchi inglesi facevano di tutto per imparare certi passi ed assomigliare ai Rude Boys. Gli indo-occidentali, a differenza di altre etnie già presenti in Inghilterra, si inserivano bene e velocemente nel tessuto sociale inglese, si “mischiavano” molto volentieri con i giovani della classe operaia britannica, quindi lo stile che ne scaturì fu un meltin’ pot tra la cultura ’60s inglese e jamaicana e la “sotto”cultura skinhead fu da subito un movimento multiculturale e multirazziale.
La Trojan Records si accorse subito che il pubblico che fruiva maggiormente dei suoni jamaicani erano proprio gli Skins. Molti artisti dedicarono interi dischi alle “teste rasate” e l’etichetta fece uscire una quantità industriale di compilation e singoli dove il tema principale erano le gesta degli Skinheads, il loro modo di vestire, di comportarsi, la loro attitudine eccetera. Molte etichette erano valide al tempo, alcune sussidiarie della Trojan; come ad esempio l’Attack Records, la Song Bird, la Studio 1, la Blue Cat, la Treasure Isle, la Striker Lee, la Blue Beat ecc., ma la Trojan ebbe più di tutte un occhio di riguardo ai giovani della Working Class inglese che divennero un tutt’uno con gli immigrati indo-occidentali.
Di conseguenza l’elmo troiano diventò, ed è tutt’oggi, non solo il logo di questa splendida etichetta, ma un simbolo vero e proprio che contraddistingue la parte del movimento più attaccata allo spirito originario (Spirit Of ’69), apolitico e sicuramente non razzista.
Questa etichetta nel tempo ha alternato momenti di puro splendore ad altri di vera e propria crisi. Infatti negli ultimi anni è stata rilevata ed ha operato dapprima sotto il gruppo Sanctuary Records, fino ad essere poi distribuita da una vera e propria major, senza però svalutarsi, svendersi o alterare in nessun modo il valore delle opere stampate e senza mai dimenticarsi di chi per anni ha sostenuto questa etichetta nel grande universo della musica jamaicana.
Molti conoscono questa casa discografica ma non tutti sanno del perché fu scelto proprio questo nome. In Inghilterra chi lavorava nell’ambiente musicale dei sound system e dei concerti di un certo tipo, era solito usare dei furgoncini appositamente adibiti al trasporto di materiale elettrico che serviva appunto per l’installazione dei sound system e/o dei concerti. Questi veicoli, non molto grandi per la verità, venivano caricati all’inverosimile, proprio come un “cavallo di Troia“, da qui il nome Trojan! E mai nome e logo furono più azzeccati, dato che fino ad oggi migliaia di Skinheads “original” hanno tatuato nel proprio corpo l’elmo troiano (me compreso!), o magari indossano capi di abbigliamento con il logo della Trojan Records. Persino il brand inglese Lambretta Clothing anni fa dedicò una linea a questa etichetta, proponendo tutti i vari tipi di capi di vestiario tanto cari agli Skins e ai Mods: harrington jacket, parka, polo, t-shirt, v-neck jumper, camicie, felpe ecc. Oggi, la Trojan Records, riguardo all’abbigliamento, non è più una linea di Lambretta Clothing ma è divenuto un brand indipendente!
Sono centinaia gli artisti che hanno inciso per questa storica label, persino un bianco, il grande Judge Dread (r.i.p.) e molte le compilation dedicate agli Skinheads oppure band che hanno dedicato interi dischi alle teste rasate, uno su tutti “Skinhead Moonstomp” dei Symarip, anno di grazia 1969! Cito inoltre la raccolta “Skinhead Revolt” o un singolo particolarmente bello e raro, “Skinhead A Bash Them” di Claudette & The Corporation.
Siamo ormai nel 2022 e portare anfibi, pantaloni sta-prest, camicie Ben Sherman o Brutus, harrington jacket o cappotto crombie, cappelli pork pie e tatuarsi l’elmo troiano ha ancora un senso, senza risultare anacronistico direi. E per me significa ribadire più che mai la mia passione per la musica jamaicana e il fatto che essere Skinhead non è solo una questione di moda, ma è un vero e proprio stile di vita. E anche se non sono inglese e sono nato nel ’74, mi sento in diritto per come ho vissuto e per quello che faccio tutt’oggi con l’attività del mio negozio (Rudeness Street Wear http://www.rudenesswear.com/ ), di reputarmi uno skin.

Questo significa cercarlo di esserlo al meglio, di non sconvolgere il significato di questa parola per propagandare distorsioni politiche che nulla hanno a che vedere con questo movimento. E un grazie va sicuramente alla Trojan Records che più di tutte mi ha aperto il mondo su questa bellissima “sotto” cultura.
David Bardelli