Anno d’uscita: 1987
Siti web: http://www.thecure.comhttp://www.velladesign.com

Con il suo vermiglio rossetto sbavato, la foresta di capelli arruffati e gli occhi contornati da eye-liner, Robert Smith è sicuramente un’icona indiscussa nel panorama musicale britannico. Quest’anno il leader dei Cure compie 63 anni (è nato il 21 aprile 1959) e nelle sue ultime apparizioni ha in parte abbandonato il make-up che lo ha reso popolare, ma nell’immaginario collettivo la sua figura rimarrà inalterata, insieme a quelle di tanti altri personaggi che hanno utilizzato i cosmetici per costruire un look inconfondibile, da David Bowie a Boy George, da Prince a Marylin Manson.
Pare che il rossetto preferito di Robert fosse la tonalità Ruby Woo del brand MAC, e che negli Anni Ottanta lui tenesse il bastoncino appeso ad una cordicella legata allo specchio del bagno per truccarsi più velocemente ogni volta che ne avesse necessità. Quello che rendeva Smith particolarmente rappresentativo, però, era la noncuranza con cui il colore veniva da lui applicato, uscendo dai contorni ed evidenziando gli angoli delle labbra verso il basso, il che gli conferiva l’aspetto di un “cannibale insoddisfatto”, come si legge in un articolo del New York Times intitolato “The Return Of The Gothic Lip” (2016). In tale articolo, però la marca da lui preferita risulterebbe essere un’altra, e cioè quella firmata da Mary Quant nella variante Crimson Scorcher. Dettagli a parte, la bocca di Robert è sicuramente una delle più famose nella storia della musica inglese, seconda soltanto a quella di Mick Jagger. E non c’è da stupirsi, pertanto, se essa sia stata immortalata sulla copertina di uno degli album di maggior successo dei Cure: “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” (1987).
Dopo il record di vendite del precedente “The Head On The Door” (1985), che aveva portato la loro popolarità alle stelle, e dopo l’uscita della raccolta di singoli “Standing On A Beach” l’anno seguente, c’era grandissima attesa per un nuovo album di inediti, pertanto la release di un doppio LP mandò in visibilio i fans del quintetto. L’artwork, di grande impatto, venne ancora una volta affidato ad Andy Vella e al suo studio Parched Art, da lui fondato insieme a Porl Thompson, chitarrista e tastierista della band (in realtà questo disco fu l’ultimo in cui Thompson suonò le tastiere, limitandosi alla chitarra nei successivi lavori).

Trattandosi, come si è detto, di un doppio album, la copertina è un gatefold. Tuttavia, nelle ristampe più recenti, essa si presenta come “singola”. Sulla front cover il close-up della bocca occupa quasi tutta l’immagine, in una tonalità rosso fuoco, mentre sui bordi in alto e in basso appaiono sfumature giallo-rosate, quelle della pelle al di sopra e al di sotto delle labbra. Il particolare lettering, con il quale sono scritti il titolo, il moniker e i titoli delle canzoni sul retro è, come quello di “The Head On The Door”, una creazione del designer Vella. La back cover, sicuramente più inquietante, raffigura un occhio molto ingrandito. Anche qui il colore prevalente è il rosso. L’angolo destro della cornea appare vermiglio, come fosse insanguinato, ma in realtà si tratta di un effetto. Rosso è pure il bordo della congiuntiva oculare in basso.
Varianti delle precedenti immagini si trovano sulle due buste contenenti i vinili. Sulla prima compare nuovamente la foto delle labbra, questa volta in verticale.
Sulla seconda, l’occhio, il cui colore azzurro è ora distinguibile, appare delimitato da due bande rosse sotto e sopra e da una striscia nera a destra.
Nella versione gatefold, questi due scatti comparivano all’interno. L’occhio e le labbra compaiono anche sulle etichette dei dischi.
Molto diverso dal precedente, in cui prevaleva il colore nero, questo artwork è ancora una volta espressione del talento visionario dello studio di Vella&Thompson e appare particolarmente appropriato per un disco sensuale e viscerale come questo. Il rosso, a livello sinestetico, potrebbe costituire il corrispettivo visuale di brani come “The Kiss”, “Why Can’t I Be You”, “Hot Hot Hot”, “Hey You”, “Fight”, caratterizzate da un’innegabile esuberanza. L’album, in realtà, scivola a tratti verso atmosfere cupe (“If Only Tonight We Could Sleep”, “The Snakepit”) ma poi si eleva alle vette gioiose di “Just Like Heaven”, e dunque lo sguardo un po’ allucinato e la bocca inconfondibile di Robert Smith suggellano, con un bacio appassionato, il dono di uno dei loro lavori migliori ai fedelissimi fans della band britannica.
Maria Macchia

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