Anno di uscita: 2007
Sito web: https://it-it.facebook.com/DoomSwordband

“Forse non è vero, ma è verosimile”. È capitato spesso nel corso della Storia che in forza di questa frase un’azione sia stata attribuita a un determinato personaggio. Ciò vale naturalmente anche per i discorsi e per i singoli detti dei personaggi stessi: possiamo trovare molte conferme di questo fenomeno anche solo limitandoci ai secoli che videro Roma sulla strada per diventare “caput mundi”.

Osserviamo ad esempio il ritratto letterario che lo storico latino Tito Livio (59 a.C. 17 d.C.) ci ha lasciato riguardo il capotribù celta Brenno (m. dopo il 390 a.C.), e proviamo ad accostarlo alla minaccia che ha reso indelebile nell’immaginario collettivo questa figura di comandante militare: «Vae Victis!» («Guai ai vinti!»).
“L’identikit” tracciato da Livio è senz’altro nitido e schietto, e giustifica in pieno il fatto che Brenno sia ricordato essenzialmente nell’atto di esigere dai Romani sconfitti un tributo in oro in cambio della ritirata delle sue truppe dall’Urbe, occupata nel 390 a.C. dopo uno scontro risolutivo presso il fiume Allia. I tratti salienti del capo celta (della tribù dei Senoni) possono infatti essere riassunti in questi termini: coraggioso e tuttavia anche estremamente disincantato; poco ferrato in strategia ad ampio raggio ma attento alla contabilità spicciola.

Più che un condottiero determinato a legare il proprio nome alla gloria, o più che uno stratega rigoroso con una mentalità da scacchista, Brenno ricorda piuttosto un abile e realista capo brigante: audace nelle scorribande, ma poco incline ad infastidire la fortuna con richieste continue. A dimostrazione di ciò si può citare che egli non esitò a fare prontamente fagotto, appena si fu reso conto di essere esposto seriamente alla minaccia di un’insurrezione romana, e per di più a grande distanza dalle sue basi di appoggio nella Gallia Cisalpina (area corrispondente all’incirca alla pianura del fiume Po): questa decisione fu perfettamente coerente con la sua natura di “predone pendolare” senza mire di conquista stabile.

Solamente, Brenno non trascurò, e anche questo fu coerente con la sua natura, di incassare prima il pesante riscatto sopra menzionato, imponendo peraltro delle bilance contraffatte per la misurazione dell’oro. Il sinistro capo celta zittì davvero i Romani che protestavano per il sopruso esclamando «Guai ai vinti!»?… Forse no. Però, dato il soggetto tristanzuolo, non ci sarebbe stato da stupirsene. Lasciamo ora il IV secolo a.C. per esaminare un altro protagonista dell’antichità classica cui è stata attribuita una frase paradigmatica: il re del popolo gallico degli Arverni Vercingetorige (m. 46 a.C.).
Proprio come il suo “collega” Brenno, anche questo capotribù celta fu una spina nel fianco per le truppe romane: nel 52 a.C. costituì un tenace ostacolo alla conquista da parte del proconsole Gaio Giulio Cesare (100 ca a.C.44 a.C.) della regione europea nota in lingua latina come Gallia Transalpina (equivalente oggigiorno approssimativamente al territorio complessivo di Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera, e di una parte della Germania).
Vercingetorige riuscì infatti a coalizzare attorno a sé numerose popolazioni galliche nell’insurrezione contro il comune avversario romano, dimostrando successivamente anche ottime doti di comando e di tattica nelle operazioni sul campo. Ad esempio, la sua manovra di assedio alla roccaforte di Gorgobina mise Cesare «in difficoltà sulle decisioni da prendere», come ammette lo stesso proconsole nei suoi libri di memorie, o “Commentarii” (“De Bello Gallico” 7.10.1). Oltre al già citato Cesare, anche altri storici antichi, come i greci Plutarco di Cheronea (45 ca d.C. – 125 d.C.) e Dione Cassio Cocceiano (155 ca d.C.235 ca d.C.), ritraggono il re degli Arverni nei loro scritti; tuttavia, nessuno di loro gli attribuisce frasi simboliche o detti memorabili. Questo fatto è invece avvenuto recentemente: per l’esattezza nel 2007. Proprio in quell’anno, infatti, la band heavy metal italiana Doomsword ha pubblicato il proprio quarto full-length, intitolandolo per l’appunto con la frase assegnata a Vercingetorige su cui ci concentreremo:  “My Name Will Live On”, cioè “Il mio nome sopravvivrà”.
Quello dei Doomsword, è un nome ben conosciuto da più di due decenni tra gli appassionati di heavy metal e tematiche epiche. La band ha difatti costantemente elaborato una formula personale di musica che si può senza dubbio definire imponente, e che eredita e sviluppa l’essenza e le sfaccettature di gruppi pionieri del genere epic-metal come Manilla Road e Warlord.
Le fonti di ispirazione dei Doomsword sono molteplici e traggono spunto, schematizzando per sommi capi, da figure metaforiche leggendarie connesse a valori spirituali; da cicli poetici antichi; da alcuni capostipiti della letteratura fantastica; da luoghi segnati nel proprio retaggio da eventi cruciali; e, come avete già intuito, da personaggi che, proprio come Vercingetorige, hanno deciso i bivi della Storia. Non solo infatti incontriamo nella tracklist di “My Name Will Live On” la canzone “Gergovia”, dedicata alla città capitale degli Arverni dove il comandante celta inflisse una pesante sconfitta ai Romani, ma addirittura troviamo sull’illustrazione di copertina dell’album direttamente un ritratto del personaggio, a cavallo e posto di fronte al suo avversario Cesare.

L’immagine è una riproduzione del dipinto “Vercingétorix jette ses armes devant César” (“Vercingetorige getta le sue armi davanti a Cesare”), realizzato nel 1899 dal pittore francese L.R. Royer e conservato al “Musée Crozatier” di Puy-en-Velay. La scena ritrae l’atto di resa dei Galli al conquistatore romano dopo la battaglia decisiva, accanita e dall’esito a lungo incerto, combattuta sulle alture intorno alla città di AlesiaNei particolari del quadro riconosciamo la trasposizione delle righe  scritte da Cesare stesso su questo fatto (“De Bello Gallico” 7.88.1 – 7.89.5). Sullo sfondo a sinistra si profilano le palizzate e le fortificazioni, sulla cui linea, davanti all’accampamento, il proconsole vincitore in persona prende posto: il colore purpureo del suo mantello, che egli «soleva indossare in battaglia come segno di riconoscimento» (“De Bello Gallico” 7.88.1), spicca nitido e squillante quasi al centro del dipinto. Immobilizzati o inginocchiati ai piedi dei legionari, risaltano anche i prigionieri galli che, salvo gli appartenenti alle tribù degli Edui e degli Arverni, furono distribuiti fra le truppe romane come bottino di guerra: «uno per ogni soldato» (“De Bello Gallico” 7.89.5).

Gli occhi degli sconfitti, così come quelli di quasi tutti i personaggi ritratti, convergono sulla figura di Vercingetorige, che “controbilancia” nella composizione quella di Cesare. Il re celta è raffigurato in un gesto apparentemente semplice, ma su cui in realtà grava una drammaticità dalla portata indefinibile, perché, nel lasciar cadere le sue armi e il suo scudo, Vercingetorige sancisce simbolicamente la vanità di un’insurrezione che ha coinvolto interi popoli (nel “De Bello Gallico” è riportato, ad esempio, che il comandante arverno Vercassivellauno sferrò un attacco con sessantamila soldati scelti: una cifra probabilmente da ridurre su una base più realistica, ma che comunque offre un’idea delle dimensioni del conflitto).

Può stupire che Cesare sintetizzi un avvenimento di questa portata con le sole parole «Vercingetorige è consegnato, le armi sono gettate…» (“De Bello Gallico” 7.89.5). Sembrano termini inadeguati nella loro stringatezza, quasi mortificanti; tuttavia, in realtà non nascondono intenzioni meschine. Appena poche righe prima, infatti, il proconsole stesso precisa anche che, prima del gesto di capitolazione, Vercingetorige si era offerto volontariamente all’assemblea dei superstiti di Alesia, lasciandoli liberi di decidere se consegnarlo vivo o morto ai Romani per ottenerne in cambio indulgenza nella rappresaglia che sarebbe di certo venuta. Quindi, la dignità dell’avversario sconfitto non è calpestata: semplicemente Cesare segue anche nella descrizione della resa lo stile spoglio di retorica e conciso tenuto nei capitoli precedenti dei suoi “Commentarii” dalla Gallia.

Nelle ricostruzioni dell’episodio da parte di Plutarco e di Dione Cassio troviamo invece più dettagli; e in particolare alcuni di quelli riguardanti l’aspetto fisico di Vercingetorige sembrano essere stati tenuti in considerazione nel quadro di L.R. Royer. Ad esempio Plutarco scrive: «Vercingetorige… indossata l’armatura più bella  e ornato il cavallo, uscì dalla porta della città; e fatto un giro attorno a Cesare seduto…» (“Cesare”, 27). Dione Cassio invece ritrae “un’entrata in scena” più sensazionale: «… e gli apparve improvvisamente mentre Cesare sedeva sulla tribuna, cosicché alcuni persino si allarmarono: giacché egli era un gigante e soprattutto splendeva terribilmente nelle armi» (“Storia romana”, XL, 41).

Come anticipato, però, neppure i due storici greci tramandano delle parole pronunciate da Vercingetorige nel suo momento più drammatico. Plutarco, come Cesare, lascia immaginare un compassato silenzio da parte del comandante arverno; mentre Dione Cassio gli imputa addirittura un attimo di cedimento e di disperazione, dopo aver tuttavia sottolineato che prima «sarebbe potuto fuggire» (“Storia romana”, XL, 41). Considerando però che Plutarco e Dione Cassio vissero, rispettivamente, circa cento e circa duecento anni dopo dei fatti descritti, la figura di Vercingetorige ricostruita “in presa diretta” e “senza enfasi” da Cesare risulta comunque la più attendibile. Partendo allora “per ipotesi” dalla caratterizzazione psicologica del re arverno resa dal suo avversario, si può immaginare che egli possa aver pronunciato la frase assegnatagli dai Doomsword? La risposta può essere senz’altro “sì”. Vediamo perché…

Durante il conflitto con i Romani, la concentrazione di Vercingetorige è tutta impegnata su finalità concrete: organizzazione delle truppe, mantenimento della disciplina tra le tribù, strategia e anticipazione delle mosse dell’avversario. La sua mente è attenta più alla responsabilità che alla fama, e infatti anche nella sconfitta il suo pensiero individua subito il proprio ruolo di “vittima sacrificale” per placare i Romani. Nel momento in cui lascia cadere le armi di fronte al seggio di Cesare, Vercingetorige ci appare schiacciato dalla delusione, dalla previsione della prigionia e della morte vicina, senza sogni romantici. Però, in quello stesso momento, un’intuizione nuova può aver attraversato per la prima volta la sua mente: tutto ciò che ha tentato, pur senza fortuna, ha comunque lasciato un solco duraturo. Il condottiero sconfitto scopre in quel momento, quasi per caso, un fatto certo, incontestabile nella sua evidenza: la portata della sua impresa è stata tale, che il suo nome sarà tramandato, e le sue azioni gli sopravvivranno.

Vercingetorige non urla questa nuova consapevolezza in faccia al suo nemico: è un gesto che non gli sarebbe congeniale, ed è ancora lui stesso troppo sorpreso dalla sua scoperta. Forse, al massimo, si limita a sussurrare… Però Cesare, di fronte a lui, è il primo ad ammettere che il re degli Arverni ha ragione.
Paolo Crugnola