Anno d’uscita: 1974
Sito web:
https://www.georgeharrison.com/

“Dark Horse” (1974) viene considerato uno dei lavori meno riusciti nella discografia di George Harrison, anche a causa di problemi vocali (una laringite) che resero la performance canora dell’ex Beatle non eccellente. Si tratta, effettivamente, di un disco di ripiegamento interiore, come è evidente dallo stesso titolo: “dark horse” significa infatti “cavallo ombroso”, ed è una denominazione che, in senso figurato, può riferirsi ad una persona misteriosa, eccessivamente riservata, o a un outsider, o ancora ad un candidato sul quale nessuno sarebbe disposto a scommettere. Si tratta, dunque, di un appellativo autoreferenziale, legato al vissuto dell’artista.

Il disco venne infatti realizzato in un periodo poco favorevole al musicista, appena separatosi dalla moglie Pattie Boyd, che lo aveva lasciato per l’amico Eric Clapton. Harrison, inoltre, si era appena “sganciato” dalla Apple per fondare la propria etichetta discografica, chiamata appunto Dark Horse Records. L’album venne registrato piuttosto frettolosamente ed anche il tour promozionale si rivelò fallimentare. Nonostante queste premesse, tuttavia, l’artwork presenta numerosi aspetti interessanti, curati nei minimi dettagli personalmente da George.

La copertina, opera di Tom Wilkes, mostra un enorme fiore di loto di colore rosa all’interno del quale è stata riprodotta l’immagine, tratta da una fotografia del 1956, di una classe del Liverpool Institute,, la scuola frequentata da George. Harrison, all’epoca tredicenne, è raffigurato al centro della fila più in alto, con la faccia tinta di azzurro. Nell’induismo le divinità ed in particolare Krishna, il dio della compassione e dell’amore, hanno il volto di questo colore. Lo stesso nome “Krishna” deriva dal sanscrito kṛṣṇa, che significa “blu”.
Gli insegnanti appaiono vestiti in magliette a maniche lunghe di diversi colori, con diversi simboli (l’Om, la mela della Apple Records) o scritte. Il preside della scuola, che George non gradiva, ha la maglia con il logo della Capitol Records, mentre il docente di arte, che lui prediligeva, reca il simbolo dell’Om. La fila di studenti più in basso indossa invece magliette gialle con lettere rosse che formano il titolo del disco.

Il fiore di loro è un elemento fondamentale della spiritualità orientale, ed in particolare di quella indiana, alla quale l’ex Beatle era molto legato. Per i buddisti e gli induisti, infatti, il fiore di loto è sacro ed è simbolo di purezza dell’anima e del corpo, poiché le sue radici possono affondare nel fango, ma la sua corolla resta pura e incontaminata. Inoltre il fatto che esso apra i petali di giorno e li chiuda di notte simboleggia rigenerazione e forza vitale. Questa pianta ha ispirato anche una posizione dello yoga, la cosiddetta “posizione del loto”, che consiste nello stare a gambe incrociate con le mani sulle ginocchia. Anche nell’antico Egitto e nella mitologia greca questo fiore compare legato ai concetti di purezza e di rinascita: nell’“Odissea” i mangiatori di loto si cibano di questo fiore per dimenticare il passato, e questa amnesia consente all’individuo di rinascere, metaforicamente, a nuova vita. George Harrison, dunque, voleva presumibilmente chiudere con alcuni aspetti del proprio vissuto ed aspirare ad un rinnovamento, senza però recidere completamente le proprie radici, e pertanto raffigurò se stesso adolescente nella foto scolastica.
I richiami alla spiritualità orientale sono rappresentati anche nel background, dove compaiono montagne con delle cime innevate, che vogliono presumibilmente suggerire un paesaggio himalayano. Al di sopra di esse, in un cerchio di luce, è seduto nella posizione del loto lo “yogi immortale” Shiv-Goraksha Babaji, che secondo la tradizione viveva sull’Himalaya e che insieme a Paramhansa Yogananda, il celeberrimo autore dell’Autobiografia di uno yogi”, era stato ritratto sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (link alla recensione: https://www.artovercovers.com/2017/09/10/sgt-peppers-lonely-hearts-club-band-the-beatles/). Wilkes e Harrison furono in disaccordo circa la grandezza dell’immagine del guru, che George avrebbe voluto più grande. Se a prima vista i personaggi schierati potrebbero in qualche modo rimandare all’iconica copertina del suddetto album dei Beatles, la scelta di Harrison di combinare una foto scolastica con elementi religiosi orientali riflette anche la sua ammirazione per il lavoro di animazione di Terry Gilliam per il programma Monty Python’s Flying Circus”, caratterizzato da invenzioni visionarie e surreali.Nell’interno del gatefold è presente una foto, virata in arancione, di Harrison e dell’attore Peter Sellers, ritratti mentre passeggiano per i giardini di Friar Park, la residenza dell’ex-Beatle, nei pressi di un laghetto. George era molto legato alla proprietà in stile neogotico-vittoriano da lui acquistata nel 1970, dove aveva realizzato anche il proprio studio di registrazione, chiamato FPSHOT (“Friar Park Studio, Henley-On-Thames”). Ma, soprattutto, amava moltissimo l’immenso giardino, progettato dal suo primo proprietario, Sir Frankie Crisp, al quale dedicò una canzone dell’album All Things Must Pass”. Il parco venne immortalato anche in altre occasioni: sulla copertina di quest’ultimo album, su quella interna di 33 1/3 e in diversi videoclip.Tornando alla copertina interna, al di sopra, in un lettering in stile medioevale, ci sono i titoli delle tracce. L’immagine è circondata da una cornice che reca una scritta, contenente arcaismi nel lessico e nell’ortografia, che tradotta suona così: «O viandante che attraversi questo giardino, sii gentile e non lasciare che la tua indignazione induca la tua mano a lanciare pietre vendicative, se per caso trovassi qualche imperfezione: qualche fiore modesto o pallido, qualche albero privo di frutti, qualche scena troppo elaborata, qualche tema che il tuo spirito disdegna, qualche strano difetto che tu non lasceresti perdere; poiché il giardiniere ha lavorato sodo per rendere piacevole questo giardino, in gran parte per il tuo diletto». Harrison pare così volersi identificare nel ruolo del giardiniere più che in quello del musicista, così come appariva anche sulla copertina di “All Things Must Pass” (1971).
Nell’immagine compare anche un fumetto che esce dalla bocca di Peter Sellers: «Well, Leo! What say we promenade through the park?» («Bene, Leo! Che ne dici di fare una passeggiata nel parco?»), frase tratta dal film “Per favore, non toccate le vecchiette” di Mel Brooks, uno dei preferiti da Harrison e da Sellers stesso. La cornice viene interrotta da alcuni simboli religiosi: la croce, la stella di David, l’Om, la ruota del Dharma, la falce di luna.Sul retro di copertina di “Dark Horse”, Harrison è seduto su una panchina del giardino, sulla quale sono incisi il suo nome e il titolo dell’album. George è vestito in una maniera simile alle scene in esterni del video della canzone Ding Dong, Ding Dong”, con un cappello, un fiore tra i capelli, un cappotto e un paio di doposci di pelo. Questo abbigliamento ricorda in parte il personaggio del vagabondo sulla copertina di Aqualung” dei Jethro Tull.
La foto, opera di Terry Doran, è virata in colore arancione, ed è riprodotta anche in b/n sul cartoncino dove sono pubblicati i testi delle canzoni. Harrison, infine, si divertì inserendo commenti, giochi di parole e vari riferimenti sulla busta interna, che riproduce un foglio da lui scritto a mano con un pennarello viola. Compaiono impronte digitali, timbri con l’Om, commenti, ringraziamenti. Al titolo della canzone Bye Bye Love è giustapposta la dicitura “Hello, Los Angeles” accanto alla scritta “OhLiveHere”, riferimento alla sua nuova partner, Olivia Arias, segretaria della Dark Horse Records e sua futura moglie. Pattie Boyd ed Eric Clapton, ai quali la canzone è idealmente dedicata, sono accreditati tra i partecipanti alla registrazione (con questo scherzo George voleva forse esorcizzare l’impatto della spiacevole vicenda sentimentale). Nei crediti di Ding Dong Ding Dong”, la canzone più ottimista dell’album (“Ring out the false/Ring in the true/Ring out the old/Ring in the new” sono versi che esprimono la volontà di accettare i cambiamenti e di andare incontro alle novità) viene nuovamente citato anche Sir Frankie Crisp, il precedente proprietario di Friar Park, per aver fornito lo “spirito”. Sulle etichette del vinile, infine, compaiono George sul lato A e Olivia sul lato B, per ribadire la volontà di chiudere con il passato (e con Pattie) grazie all’ingresso di una nuova partner nella propria vita.

Riferimenti alla propria storia personale, alla spiritualità indiana e ai suoi personaggi preferiti, dunque, caratterizzano l’artwork di questo disco, significativo nel percorso di George Harrison come uomo e come artista, poiché rappresenta un momento di svolta nella sua vita e nella sua carriera, con una nuova relazione amorosa ed una nuova casa discografica.
Maria Macchia