Anno d’uscita: 2010
Sito web: https://www.primesuspect.nl/

Ci troviamo davanti sicuramente ad un capolavoro, progetto migliore non poteva non nascere dai Khymera (Daniele Liverani, Tommy Ermolli, Dario Ciccioni) e dalla voce di Olaf Senkbeil dei Dreamtide. Al basso invece troviamo Mauro Catellani. Ecco quindi nascere i Prime Suspect: supergruppo nel mondo dell’AOR e del Melodic Rock. L’album, non avendo un titolo suo, si rifà quindi al nome della band che, traducendo, vuol dire “principale indiziato”. L’artwork, così come le illustrazioni interne e la post produzione delle foto è stata curata da Nello Dell’Omo, graphic designer già conosciuto per aver realizzato altre diverse cover di album di un certo spessore, mentre l’etichetta è firmata Frontiers Records.

Nell’immagine, realizzata come una specie di locandina di film di un psico-thriller, si vede una giovane e bella ragazza dai lunghi capelli e con un tatuaggio tribale sul braccio e sul polso, che dorme beatamente. Sembra quasi essere vestita da sposa (si intravede infatti l’abito bianco senza spalline) e forse è proprio questo che la fa sorridere e dormire sonni tranquilli, la felicità di aver realizzare il suo sogno, sposare l’uomo perfetto, l’uomo che farà parte della sua vita. Ma ecco che si scorge l’ombra di una figura con cappello e un coltello in mano, pronto ad uccidere la sua vittima. Nei film di genere, quasi sempre alla fine il carnefice risulta essere il marito, o comunque è la persona alla quale si pensa subito; ecco quindi il “principale indiziato”, il titolo che la band ha dato all’album.

La vittima ha sempre e comunque il viso tranquillo, rilassato, ignaro di ciò che lo aspetta, così come per esempio la donna sotto la doccia nel famoso film di Alfred Hitchcock, “Psyco”, del 1960.
Una locandina alla quale ci si può collegare per un’ispirazione, potrebbe essere quella del film “Ombre ammonitrici”, film muto del 1923 scritto e diretto da Arthur Robison, regista nato a Chicago e trasferitosi poi in Germania, il quale gioca davvero molto bene con le ombre. La trama della pellicola racconta di un ipnotista (Alexander Granach), esperto di ombre cinesi, che libera i desideri latenti delle sue vittime: un marito geloso (Fritz Körtner) ha finalmente prova dei tradimenti di sua moglie (Ruth Weyher) e non esiterà a vendicarsi.
Un altro lungometraggio che si ispira alle ombre per poter creare suspense e ansia nell’affiche, è “Ombre e nebbia” del 1991, girato da Woody Allen, un film sul vivere umano collocabile nell’ambito più pessimistico del cinema “alleniano”.
La trama è abbastanza semplice, racconta di una città avvolta da una fitta nebbia dove si aggira un misterioso maniaco assassino che uccide i passanti strangolandoli. Il cinema, del resto, non dimentichiamoci si basa da sempre sulla fotografia, su un gioco di luci e in tal senso possiamo rintracciare un suo antenato nel Teatro delle ombre, un arte che anticipa la cinematografia dal punto di vista concettuale. Come si può notare il gioco delle ombre è comunque usato per creare una certa tensione nell’ambito soprattutto del thriller, ma è anche un simbolo usato molto nelle poesie fin dai tempi passati.

Alcuni esempi li troviamo in alcuni versi tratte dalle poesie di Foscolo («All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto», “Dei Sepolcri”), di Leopardi («tornan l’ombre Giù da’ colli e da’ tetti Al biancheggiar della recente luna», “Il sabato del villaggio”) e di Tasso («Chiama gli abitator de l’ombre eterne Il rauco suon de la tartarea tromba», “Gerusalemme liberata”). Infine ecco che le ombre vengono usate persino sulle copertine dei libri, come nell’esempio di “Caccia alle ombre” di Herbert Lieberman, del 1989.
La luce che proviene in questo artwork è di una sorgente luminosa estesa, come ad esempio il sole, (probabilmente l’arrivo dell’alba) e lo si può dedurre dal contorno dell’ombra sfumato, in quanto vi è una regione intermedia in cui la sorgente luminosa è occultata solo parzialmente e quindi si ha un passaggio graduale tra luce e ombra. (Se fosse stata invece proietta da una sorgente luminosa puntiforme, l’ombra avrebbe avuto contorni più netti).

In diverse culture l’ombra, l’oscurità e le tenebre vengono comunque associate spesso al male, in contrapposizione ovviamente alla luce che simboleggia il bene. Esiste poi anche un modo dire, ovvero ”nascondersi nell’ombra”, che si applica solitamente a chi ha cattive intenzioni; non a caso in passato si usava dire ai bambini che, se fossero stati cattivi, sarebbe arrivato l’uomo nero.

E comunque non bisogna dimenticare che tutto nasce dalle famose e usate ombre cinesi; questa forma d’arte vanta di una lunghissima tradizione, un tipo di spettacolo che veniva svolto in teatrini ambulanti che si spostavano da un paese all’altro. Questo spettacolo prettamente teatrale e vicino a quello dei burattini fu svolto, per molti anni, dopo il calar del sole e i suoi spettacoli erano più che altro delle venerazioni delle divinità che dovevano scacciare i fantasmi.
Successivamente il tutto venne realizzato con del cuoio e le creazioni venivano proiettate attraverso una potente fonte di luce che le proiettava su un telo bianco, rendendo così visibile al pubblico la loro sagoma. Ma come nacque tutto questo? Una leggenda vuole che l’Imperatore cinese Wudi fosse divenuto molto triste in seguito alla morte della sua concubina Li Furen. Per consolare il sovrano fecero scolpire una figura in legno simile alla donna morta e ne proiettarono l’ombra su una tenda. L’imperatore, credendo che fosse lo spirito della sua amata che tornava a fargli visita, si sentì consolato.

Scostandoci ora da ciò che potrebbe significare l’ombra, non dimentichiamoci del tatuaggio tribale sul braccio e sul polso della ragazza, perché non è fatto a caso. Potrebbe infatti simboleggiare, come già nei tempi remoti, una specie di talismano d’amore e contro i demoni. Si trattano dei tatuaggi più antichi, derivanti dalle tribù, ovvero da tutte quelle popolazioni lontane da noi sia fisicamente che per culture e tradizioni. Addirittura sono trovati esempi su di un corpo congelato di un uomo ritrovato nel 1991, e vissuto oltre 5300 anni fa.

Insomma, una copertina che parla da sé, è capace di costruire una trama, una storia e vari significati! Non vi resta ora che immergervi nell’ascolto dell’album e scoprire, chissà, chi è il vero colpevole!
Antonella “Aeglos” Astori