Anno d’uscita: 2006
Regia:
Giuseppe Tornatore

“La sconosciuta” è il thriller psicologico diretto da Giuseppe Tornatore nel 2006. È possibile collocare la pellicola nell’ampia filmografia sul fenomeno immigratorio in Italia, affermatosi dagli anni ’90. In “La sconosciuta” Tornatore porta sullo schermo una corruzione aberrante e descritta nei minimi dettagli. Ma, come lo stesso regista ha sottolineato, la denuncia sociale non era il suo obiettivo.

Ha spiegato Tornatore: «Volevo raccontare la mia storia, una storia di sentimenti. Uno dei temi, ad esempio, è la delega dei nostri affetti agli altri, e in contrapposizione l’investimento affettivo che Irena, nonostante la sua vita martoriata, ha ancora il coraggio di compiere». Se fosse stato solo un film di denuncia sociale non sarebbe stato tanto interessante. La scelta di recensire locandina e pellicola è legata proprio ai molti temi psicologici trattati: la colpa, il destino, l’affermazione di libertà e il cammino di redenzione di una protagonista molto determinata: Irena (Xsenia Rappaport) che appare già sul manifesto del film. Per interpretare più a fondo i significati psicologici dell’enigmatico manifesto occorre presentare brevemente il personaggio di Irena.
Irena è una ex prostituta ucraina che vive da molti anni in Italia, in una fittizia città del Nord-Est italiano (in realtà il film è ambientato a Trieste). Arrivata a Velarchi, Irena è quanto mai determinata nella ricerca di un lavoro in un palazzo di eleganti appartamenti e comincia, dopo aver stretto un patto con l’ambiguo portiere (Alessandro Haber), ad occuparsi della pulizia della scala. Il suo vero obiettivo, però è tenere d’occhio i movimenti della famiglia Adacher formata da Valeria (Claudia Gerini) e Donato (Pierfrancesco Favino) e la figlia Tea (Clara Dossena). I due sono facoltosi orafi e nel settore rappresentano una famiglia di grande prestigio. Irena compie un losco stratagemma per farsi assumere dalla famiglia, nella speranza di riemergere dal dolore di alcune ferite del passato che non la abbandonano: vuole ritrovare la sua bambina che le è stata brutalmente sottratta ed è convinta che sia proprio la famiglia Adacher ad averla adottata.

Avendo presentato il personaggio, possiamo analizzare meglio il poster. Irena è una donna che ha avuto una vita difficile e sofferta, lo sguardo nell’ immagine di copertina è uno sguardo spaventato, gli occhi sono sbarrati dalla paura, la mano che copre la bocca per non dire, non ricordare tutte le sofferenze patite. Cosa vuole trattenersi dal dire? Cosa non vuole raccontare? Tutto il male che ha patito oppure le cose che ha dovuto fare per affermare in seguito la sua libertà? Sembra che Irena voglia proteggersi dal dire, dal raccontare tutto ciò che ha passato, perché non si fida più delle persone, le persone le hanno fatto del male, così lei parla poco, non si espone.

Difficile parlare delle azioni che ha dovuto compiere per riappropriarsi della propria libertà. E benché tali azioni siano moralmente discutibili e punibili per legge, lo spettatore non indulge al giudizio negativo, conoscendo il passato della donna; nei suoi occhi intensi, si legge tutto il dolore. Sono occhi dai quali è bene chiarire, non traspare mai rimorso per ciò che si è fatto, ma consapevolezza. Spavento sì, ma mai rimorso.
Irena lo insegna anche alla piccola Tea, per aiutarla a superare il suo handicap fisico: «Non devi porgere l’altra guancia! Se ti danno uno schiaffo tu dagli un pugno!». Guardando bene la locandina, ad un tratto viene da chiedersi: il fatto che non si veda il pollice della mano è un caso? Il buio che nasconde, è un caso? Il nero del manifesto è un caso? Il vedo-non vedo è casuale? Non credo. È lecito pensare che la mano che copre la bocca (che abbiamo dato per scontato fosse di Irena) non sia la sua? E se quella mano fosse del suo aguzzino? “Muffa” (Michele Placido) è il lupo cattivo di questa brutta favola. Per interpretare al meglio il ruolo di ‘protettore’ ha accettato di radersi i capelli e depilarsi integralmente il corpo per apparire più viscido e fastidioso.Attraverso alcuni flashback parziali, dilazionati nel corso di tutto il film, gli spettatori scoprono che Irena era stata oggetto di indicibile violenza fisica e psicologica, e costretta da Muffa, a dare alla luce nove bambini, tutti quanti a lei strappati fin dalla nascita e venduti a famiglie adottive. Tuttavia, nonostante tanto dolore, aveva conosciuto e si era innamorata di un giovane italiano che ricambiava i suoi sentimenti e che voleva liberarla dall’inferno nel quale Muffa l’aveva imprigionata. Questi aveva fatto uccidere il ragazzo e Irena, divorata dall’odio, lo aveva massacrato a colpi di forbice, derubandolo di un ingente quantitativo di denaro, partendo poi alla ricerca della bimba generata con il suo uomo e credendo di identificarla proprio nella piccola Tea. Da qui il suo piano ai danni della famiglia Adacher.

La scena in cui la protagonista punisce il suo carnefice è fortemente liberatoria ed evocativa, perché rappresenta il primo passo di Irena per riappropriarsi della propria libertà. Irena sorprende Muffa e lo sventra con lunghe forbici e ricorda “Kill Bill” di Tarantino: la morte del boss della Yakuza Matsumoto per mano di O-Ren Ishii bambina è quasi identica, la differenza è che la piccola utilizza una katana.Dopo l’uccisione del suo aguzzino il cammino di vendetta prosegue con una escalation di vittime: prima Gina (Piera Degli Espositi), la governante di casa Adacher, dove risiede la presunta figlia Tea. Poi le due vittime indirette di Irena: il suo amante Nello (Paolo Elmo), ucciso da Muffa per non farla fuggire e Valeria Adacher, la madre di Tea, anch’essa uccisa dal mostro suddetto per poterla ricattare. Il lungo “cammino di vendetta” si conclude con la resa. La protagonista viene arrestata, giudicata per vari reati (concorso in omicidio, occultamento di cadavere), e condannata alla prigione.
Ma il finale del film ci lascia un altro messaggio importante: Irena, uscita dal carcere, si siede su una panchina; arriva una ragazza con l’aria di aspettare qualcuno. I capelli, il sorriso, lo sguardo di reciproco riconoscimento delle identità come del reciproco affetto rivelano che quella ragazza è proprio Tea, che non l’ha mai dimenticata. Poco importa se Irena le ha ammazzato la vera madre e la tata, alla fine ogni colpa è perdonata e ogni macchia è lavata via. Così come nello spettatore si crea fin dall’inizio una disponibilità alla comprensione del personaggio, al perdono delle sue azioni perché la valutazione della vita della protagonista, con ciò che ha subìto, con ciò che le è stato tolto, e la visione del riappropriarsi delle propria libertà, il sacrificio supremo di ricercare l’amore, la figlia, consente allo spettatore di identificarsi con Irena e di conseguenza essere indulgente con lei e arrivare a sperare che raggiunga i suoi obiettivi.
“La sconosciuta” è un film che si basa su fatti di cronaca riguardanti il giro della prostituzione di ragazze dell’Europa dell’Est e sulla vendita clandestina dei loro figli a coppie sterili. È un tema ancora profondamente attuale ma il successo della pellicola si deve, secondo me, ai temi psicologici trattati, all’introspezione che il lungometraggio permette di fare ad ognuno di noi. Lo scopo è quello di ritrarre una condizione, quella di Irena, che è la condizione di tante donne come lei, provenienti da paesi poveri, oppure no, vittime di uomini senza scrupoli, incapaci di ribellarsi al proprio destino, a causa soprattutto dello stato di prostrazione psicologica in cui sono costrette a vivere. Ma il messaggio di libertà di cui Irena è portatrice è un segnale forte, di rivincita. E questo si deve ad un grande progetto di scrittura della pellicola.
Sara Riccio