Anno d’uscita: 2021
Sito web: https://www.facebook.com/itwilllastband/

Siamo veramente pronti al futuro che ci aspetta? Siamo veramente pronti a tutta questa tecnologia che ormai ci circonda? Secondo gli It Will Last no, ma così credo che la pensino anche molte altre persone, le quali vedono il mondo ormai in degrado; tutto nella civiltà di oggi, purtroppo, viene usato in malo modo…

It Will Last è un progetto creato da Simone Carnaghi, musicista polistrumentista e maestro di musica, (ha infatti il suo studio privato “Rock & Music” a Rescaldina) il quale aveva già dato vita ad un album, “Slender Hopes” nel 2011 (qui la recensione: https://www.artovercovers.com/2017/10/01/slender-hopes-slender-hopes/); l’album nasce dalla sua grande passione per la musica hard rock-heavy e il filo conduttore del sound è l’accostamento infatti di un metal Anni’80, stile Iron Maiden.
La voce solista di questo album intitolato “Nightmares in Daylight” appartiene a Daniel Reda che cantava nel gruppo Pandaemonium e Dying Moon; in questo disco si è voluto sperimentare una tipologia di voce epica, alquanto particolare ed originale.

E allora andiamo a visionare, dettaglio per dettaglio, questo artwork realizzato da Aeglos Art (eh si, sono proprio io che ho avuto il piacere e l’onore di realizzarlo! https://www.facebook.com/aeglosartphoto). Nella copertina che vediamo saltano subito all’occhio i colori caldi che circondano un omino seduto, con le mani sulla testa, in segno quasi di sofferenza, rassegnazione e pessimismo, davanti ad un mondo che non sembra più appartenergli. Quest’uomo sta a simboleggiare ognuno di noi.

Ogni canzone contenuta nell’album narra questi incubi notturni, ogni traccia rappresenta un aspetto che sta consumando la Terra in cui viviamo. Intorno a lui, infatti, oltre ad una cascata e un po’ di verde dietro (elementi quindi che ancora possiamo trovare in natura come fossero un appiglio), c’è una città in devasto, causato dalle guerre e dai terremoti.

Soldi che scorrono nella clessidra, soldi che chiaramente sono la parte ormai fondamentale per poter vivere bene, ma anche simbolo di sofferenza per molta gente, soprattutto in questo brutto periodo in cui purtroppo tutto gira intorno alla ricchezza e molte persone hanno perso il posto di lavoro.

La clessidra va interpretata in termini di vanitas e ha diversi significati, tutti chiaramente legati a quello che è lo scorrere del tempo e a persone che hanno la sensazione che la vita stia correndo troppo velocemente; è un collegamento con la memoria, con le varie esperienze fatte nel corso della propria esistenza ed un inevitabile cambiamento. Questo elemento viene e veniva spesso usato specialmente nei dipinti, come possiamo vedere ad esempio nel quadro “Natura morta con teschio” di Philippe De Champaigne, del 1671.
Per non parlare poi dell’allarme di dipendenza tecnologica, evidenziata da simboli realizzati sotto all’uomo, che sta piano piano distruggendo l’anima e tutto ciò che una volta era scontato. Ormai, ammettiamolo, siamo vittime di social network, in pochi sono rimasti a trovarsi e a parlarsi faccia a faccia; si preferisce il cellulare o comunque lasciare un messaggio su Whatsapp, tanto per fare un esempio. O quante volte ci si ritrova ad un ristorante e la coppia non parla, non si guarda negli occhi perché impegnata a guardare le proprie notifiche. Il cellulare e internet in sé non sono il male: bisogna solo imparare ad usarli nella maniera più giusta. Insomma, da abitudine a dipendenza il passo è davvero breve e la comunicazione di rete sembra divenuta ormai l’occasione privilegiata per porre fine al vero contatto umano.

A destra dell’immagine vi è anche una corona che poggia sulle rovine; un elemento vuol far riferimento alla canzone “Money and Power”; questo oggetto, stando per terra e non in testa a qualcuno, sta ad indicare che il potere, prima o poi, è destinato in qualche modo a scomparire. Ecco quindi che ci si chiede a cosa mai potrà servire il potere se alla fine di tutto ci ritroveremo soli ad ammirare la distruzione del mondo che noi stessi abbiamo contribuito a creare.

Un argomento che comunque sia in passato sia ultimamente è un grido di rabbia da parte di alcuni artisti, come ad esempio i fotografi ambientalisti, che, oltre a fotografare la bellezza della natura, cercano anche di denunciare ciò che l’uomo sta danneggiando, cioè l’ambiente e di conseguenza l’intero ecosistema. Un esempio è il fotografo italiano Uliano Lucas noto per la realizzazione di documentari sulla contestazione giovanile, le proteste di piazza, l’immigrazione, l’industrializzazione e la conseguente devastazione del territorio.
O ancora possiamo fare il nome del fotografo romano Alessandro Quintiliani, il quale vanta anche una lunga esperienza come cameraman in TV e ha deciso di affiancarsi a Save the Planet facendo un reportage sui siti industriali dismessi in Italia, avvicinandosi al problema ambientale.

Esiste un libro, scritto da Umberto Galimberti, “Psiche e Techne” (Feltrinelli, 2016) il cui incipit fa riferimento ad una notazione di Martin Heidegger, filosofo tedesco, relativa all’ipotesi che l’aspetto più inquietante della nostra epoca non consiste tanto nel completo dominio del mondo da parte della tecnologia, ma solo nella probabile circostanza che l’uomo non sia ancora pronto di fronte a questa nuova situazione.
Di qui la diagnosi proposta da Galimberti: «Nata sotto il segno dell’anticipazione, di cui Prometeo, “colui che pensa in anticipo”, è il simbolo, la tecnica finisce in questo modo col sottrarre all’uomo ogni possibilità anticipatrice, e con essa quella responsabilità e padronanza che deriva dalla capacità di prevedere. In questa incapacità, divenuta ormai inadeguatezza psichica, si nasconde per l’uomo il massimo pericolo, così come nell’ampliamento della sua capacità di comprensione la sua flebile speranza».

Scopriamo quindi di essere totalmente impreparati ad affrontare le rischiose conseguenze dell’ormai odierna espansione di ciò che è la modernità, poiché ne facciamo un uso alquanto maldestro e ossessivo.
Antonella “Aeglos” Astori