Anno d’uscita: 1981
Regia: Carlo Verdone

Fermi tutti, qui è successo un incidente! Sulla locandina di “Bianco, rosso e Verdone” c’è una scena che capitava spesso sulle autostrade italiane, dovuta alla fretta di raggiungere la meta delle vacanze o qualsiasi altra destinazione, oppure ad una distrazione. Tutti e tre i coinvolti, dinanzi al danno, si scusano e si giustificano in tutti i modi, con fare molto caciarone e gestuale, quasi ad invocare un’assoluzione, e a scaricare nettamente la responsabilità dell’accaduto sugli altri. Dall’immagine, come in una qualsiasi scena del misfatto, è possibile risalire alla dinamica degli eventi, quindi tutti calmi, non disperiamoci e vediamo di raccontare tutto dall’inizio!

Tre comitive; una famiglia costruita in modo rigido e paranoico, un bonaccione con appresso la lamentosa nonnina e un orgoglioso migrante che rientra dall’estero; tutti in marcia verso quelle località che hanno abbandonato fisicamente ma non burocraticamente, per poter esercitare il loro, “sacrosanto” diritto-dovere a votare alle elezioni. Questi tre sventurati, così diversi ed inconciliabili fra loro, hanno un qualcosa in comune: tutti e tre sono impersonati da Carlo Verdone, che nell’arco della sua carriera ha sempre mostrato abilmente virtù e lati deboli di quell’eterogeneo, quanto complicato, mosaico che è la popolazione di questo paese. Un puzzle di pezzi che si fa spesso molta fatica a mettere insieme, come ben dimostra il povero Volkswagen Maggiolone raffigurato nel poster.
L’iconica decapottabile è quella di Raoul, col volto di Angelo Infanti, il romantico e spensierato musicista, senza problemi e che vive di sogni, che nel film fa di tutto per strappare la mamma indaffarata e triste dalle grinfie della cupa e mediocre realtà, ottenebrata dal fare insopportabile di Furio Zoccano. Un modello che ha fatto storia, consacrato a simbolo degli hippie e della colorata rivoluzione progressista, che s’intona perfettamente col carattere di questo personaggio misterioso e solare.
Sul manifesto, tipicamente italiano d’annata, c’è una ricostruzione abbastanza fedele dell’incidente che, sempre per colpa dell’ottuso Furio, con la sua altrettanto rappresentativa Fiat 131 Panorama, va a schiantarsi contro il camion in galleria, nel tentativo di compiere un sorpasso azzardato. La scena, in una sorta di simpatica disperazione, vede i tre protagonisti, in piedi sulla macchina, a rimproverarsi mentre ne guardano il muso sfigurato, il tutto mentre ai lati ci sono Teresa, al secolo Elena Fabrizi, la nonna bacchettona di Mimmo, e una prostituta.
Teresa sta guardando, arrabbiata e rimproverosa, al fatto compiuto, come per dire al nipote, nel suo spiccatissimo romanesco “ahò ma che stai a fa’?” mentre dalla parte opposta l’avvenente professionista, impersonata da Milena Vukotic, già nota per aver vestito successivamente i panni di Pina Fantozzi; cerca di catturare lo sguardo dell’osservatore.
Nello stesso modo in cui, nel film, adesca il timido e ingenuo Mimmo pur di avere una scusa con cui terminare decentemente una serata di lavoro.

Non possiamo ovviamente tralasciare lo sfortunatissimo Pasquale Amitrano, la cui massacratissima Alfasud prima serie, senza la benché minima ombra di dubbio la più ricordata tra le tre auto della pellicola, non appare nella locandina, ma anche lui è in piedi sul Maggiolone, come ad assistere all’ennesima magagna che è costretto ad incassare.Hey ma, un momento! Non avete notato nulla di strano voi? Pare che nel trambusto il nome sulla maglietta di Mimmo, (come spesso si è usato fino agli Anni’90 tra bambini e ragazzini, allegandolo spesso a qualche eroe dei cartoon); sia scappato sulle sue gambe e sia piombato su quella bianca e candida di Pasquale. Una svista dell’illustratore, che forse non aveva ancora chiara la trama del capolavoro di Verdone? Può darsi, ma a noi piace pensare che sia uno dei tanti traumi di questo divertente, e fortunatamente per nulla tragico, incidente.“Bianco, rosso e Verdone” è un film che, a distanza di molti anni, per merito anche delle musiche del sommo Ennio Morricone, riesce ancora a conquistare tante generazioni di cinefili, anche quelli che, nel 1982, non erano ancora al mondo. Un film che ci aiuta serenamente a comprendere i nostri difetti e a limarli e che celebra anche un rituale quasi abituale, l’appuntamento con la scheda e l’urna, con cui abbiamo da sempre un rapporto spinoso di amore e odio, e a rapportarci meglio, con meno paranoie, ai vizi di questo sgangherato ma appassionato paese.
Augusto Pellucchi