“Screaming for Vengeance” –  Judas Priest
Anno di uscita: 1982
Sito web: http://www.judaspriest.com/home/

 “Burn the Night” – Riot City
Anno di uscita: 2019
Sito web: https://www.facebook.com/RIOTCITYOFFICIAL/

Citazione di un soggetto che indubbiamente colpisce l’attenzione? Atto di deferenza verso il maestro? Dichiarazione schietta del proprio albero genealogico musicale? Un accorgimento per accattivarsi “a priori” la simpatia dei fan?… Certo: per spiegare il collegamento tra le due immagini di copertina di cui parleremo oggi, ognuna di queste singole motivazioni è ammissibile. Anzi, forse occorrerà addirittura sommarle tutte.

Ma andiamo con ordine: anzitutto presentiamo i primi protagonisti di questo articolo, cioè i Judas Priest… –  Sì, lo so: una gran parte di voi conosce già la storia di questi musicisti a fondo, perciò un altro riassunto biografico su di loro rischia di essere utile come la crema solare in miniera. Lasciatemi però inserire almeno qualche doverosa riga di introduzione per chi non ha ancora sentito parlare dei “Defenders of the Faith” per antonomasia – Dicevo… questa band di Birmingham, nata nel 1969, vide il proprio esordio discografico nel 1974 con l’album “Rocka Rolla”: un lavoro legato al progressive rock, molto lontano da ciò che la formazione inglese avrebbe prodotto negli anni successivi, distinguendosi radicalmente in termini di personalità.
Nel 1976, infatti, i Judas Priest pubblicarono un secondo full-length, intitolato “Sad Wings of Destiny”, caratterizzato da un suono decisamente più pesante rispetto agli standard precedenti della band; tanto che il disco può essere definito come un autentico laboratorio sperimentale del primo heavy-metal propriamente detto. Dopo questa prova, il gruppo proseguì coerente sulle nuove coordinate stilistiche, come dimostra ad esempio l’album “Stained Class” pubblicato nel 1978.
Nel frattempo, i progressi della band di Birmingham furono attentamente studiati e assimilati da numerose altre formazioni britanniche, che di lì a poco avrebbero plasmato il suono definitivo dell’heavy-metal inteso, per la prima volta, come genere a sé stante. Tra il 1979 e il 1980, difatti, si pone convenzionalmente l’origine della New Wave of British Heavy Metal (di seguito NWOBHM): una scena musicale inedita che, pur attingendo le sue influenze in gran parte dall’hard-rock del decennio precedente, risultò comunque ricca di inventiva propria. I Judas Priest giocarono un doppio ruolo all’interno di questo nuovo movimento: ne furono sia i precursori, sia degli attivissimi interpreti di primo piano.

Sul versante della funzione “pionieristica”, l’impulso dato dalla formazione di Birmingham alla NWOBHM non si esaurì peraltro nel solo aspetto musicale: anche l’abbigliamento adottato ebbe un ruolo considerevole. Riguardo questo argomento, il cantante del gruppo Rob Halford fa infatti risalire al “fatidico” 1979 la sua scelta di indossare per la prima volta nell’ambito della band abiti che richiamassero l’immaginario motociclistico: un’idea che avrebbe poi “fatto scuola” tra i giovani metalhead, fino a costituire un autentico simbolo di riconoscimento (per rendersene conto, è sufficiente leggere il testo della canzone “Denim and Leather” pubblicata dal gruppo heavy-metal del South Yorkshire Saxon nel 1981).
Rispetto invece alla partecipazione in prima e “contemporanea” persona alla NWOBHM da parte dei Judas Priest, si può senz’altro affermare che la formazione entrò “da padrone di casa” nella scena nascente, pubblicando nel 1980 il full-length “British Steel”, inequivocabile nelle intenzioni fin dal titolo. Anche gli anni seguenti fino al nostro 2021, d’altronde, sono stati nel complesso fortunati per il gruppo, e c’è un significativo (seppure curioso) “indice di successo” che può confermarlo: l’alto numero di casi in cui altri musicisti citino esplicitamente il valore d’ispirazione che la band di Birmingham ha avuto su di loro. Queste citazioni possono ovviamente concernere gli aspetti più diversi di una proposta musicale: dallo stile delle canzoni agli argomenti dei testi; dall’abbigliamento di scena a dettagli comunque in evidenza, come il logo del gruppo, o il suo stesso nome. Due ottimi esempi di quest’ultimo caso sono offerti da band molto note nell’ambito metal fin dagli anni’80: i tedeschi Running Wild e i canadesi Exciter. I musicisti fondatori di entrambe le formazioni scelsero per l’appunto di adottare proprio dei titoli di canzoni dei Judas Priest come nomi per i loro progetti.
Ma se il richiamo alla band ispiratrice si manifesta invece attraverso l’immagine di copertina? Magari riferendosi a soggetti a metà strada tra creatura vivente e congegno bellico, come quelli concepiti dall’artista Doug Johnson, che riuscì ad amalgamare influenze artistiche veramente disparate (tra cui addirittura la Pop-art) con l’immaginario dirompente della formazione di Birmingham? Allora abbiamo esattamente il caso del secondo gruppo musicale protagonista di questo articolo: i Riot City.Fondata nel 2011 a Calgary, in Canada, questa band può essere inserita senza difficoltà tra le numerose formazioni, quasi tutte costituite negli ultimi 15 anni, che hanno adottato lo stile heavy-metal “tradizionale” degli anni ’80, aggiornandolo, ma senza stravolgimenti di sorta. I riff di chitarra, il cantato, i testi, l’abbigliamento, i metodi di produzione dei dischi, e numerosi altri elementi tipici del “decennio d’oro” della musica pesante sono per l’appunto recuperati oggi fedelmente da queste band contemporanee, con un approccio che però trascende la semplice nostalgia del passato, ponendosi invece nell’ottica di una proposta moderna e dinamica.

Come anticipato, i Riot City sono un perfetto esempio di questo fenomeno di “attualizzazione”. Il loro full-length di debutto “Burn the Night” del 2019 ha infatti solide radici negli anni in cui “il metal era solo heavy-metal”, e, nello specifico, è facile riconoscere il “conio” della musica di Halford & Compagni nella tracklist del disco.
Allo stesso modo è facile riconoscere anche la somiglianza tra il rapace metallico in primo piano sulla copertina di “Burn the Night” e l’artigliato “Hellion” in picchiata sulla copertina di “Screaming for Vengeance”, album pubblicato dai Judas Priest nel 1982. Chi conosce a fondo la tracklist di questo secondo disco coglierà inoltre anche un’altra possibile citazione ideata dai Riot City: il laser che esplode dall’occhio del predatore alato e che, con ogni probabilità, si riferisce allo spietato sorvegliante dai circuiti eterni ed onniscienti protagonista della canzone “Electric Eye”, tra le più note di “Screaming for Vengeance”.
Di fatto, alla luce di queste osservazioni, possiamo senz’altro concludere – con una parola di certo inusuale tra aquile e affini (anche quelli metallici) – che il rapace di “Burn the Night” sia un vero e proprio “erede” dell’Hellion; e che quindi l’immagine di copertina concepita dalla band di Calgary riassuma in sé davvero tutti i motivi ipotizzati all’inizio di questo articolo: a partire dalla scelta di citare un’immagine di sicuro impatto, passando per l’omaggio ai “mentori”, fino alla dichiarazione del proprio DNA musicale attraverso l’illustrazione. E… certo, non dimentichiamo neppure l’intento di attirare fin dalla prima occhiata la simpatia dei potenziali metal-fan: giusto per restare in tema, una strizzata d’occhio (laser) non è mica peccato!
Paolo Crugnola

Nota per i lettori
Oltre ai Judas Priest, le band che diedero vita alla NWOBHM furono numerose e ricche di diverse sfaccettature. Per chi volesse scoprire di più sui protagonisti di questo movimento musicale, è disponibile sempre su Art Over Covers un’approfondita monografia a puntate che analizza nel dettaglio la peculiare iconografia di una delle formazioni-simbolo della NWOBHM: gli Iron Maiden partendo da qui: https://www.artovercovers.com/2020/05/15/derek-riggs-e-i-simboli-ricorrenti-nelle-copertine-degli-iron-maiden/

Abbiamo inoltre in programma altre uscite riguardo l’immagine delle band hard-rock ed heavy-metal degli anni’80: continuate a seguirci!