Anno d’uscita: 1985
Sito web: http://www.paulweller.com

A chi non piacerebbe entrare in un negozio dove poter trovare in assortimento tutto il proprio immaginario musicale, artistico, visuale? Con i dischi dei nostri artisti preferiti, locandine di film, poster di cantanti, attori, calciatori, e altri personaggi per noi iconici? Con scaffali sui quali poter trovare i nostri libri preferiti? Con capi di abbigliamento, strumenti musicali e altri oggetti che esprimano la nostra autentica essenza, i nostri gusti, gli affetti e le esperienze accumulate negli anni?

E se non esistesse un negozio del genere, perché non ricreare uno spazio analogo? Una stanza tutta nostra dove collezionare simboli, volti, pensieri, parole, note, indumenti che possano rappresentarci? Magari qualcuno di noi, più fortunato di altri, ha nella propria casa uno spazio simile, “a room of one’s own” citando Virginia Woolf, dove coltivare i propri interessi, isolarsi momentaneamente dal resto del mondo, contemplare fotografie, cimeli e ricordi. Può bastare anche una libreria o un angolo di casa, dove i nostri vinili, CD, volumi, souvenir facciano bella mostra di sé e dove possiamo posare lo sguardo di tanto in tanto per assaporare una sorsata di bellezza, di ottimismo, di fiducia nella vita.

Osservare la copertina di “Our Favourite Shop”, album del 1985 degli Style Council, mi ha sempre dato questa sensazione. Il ristretto spazio dove Paul Weller e Mick Talbot si trovano, rappresentato sul gatefold, ritrae un accumulo di oggetti, appesi alle pareti, accatastati, appoggiati per terra, alcuni immediatamente riconoscibili, altri meno, che sono comunque una sorta di biglietto d’ingresso nella sfera personale dei due musicisti, poiché rappresentano le loro passioni giovanili, gli artisti e personaggi che in qualche modo li hanno influenzati o, semplicemente, i loro interessi.
Responsabile dell’artwork fu Simon Halfon, un vecchio amico dello stesso Paul, che ricreò all’interno di uno studio fotografico un negozio immaginario dove potessero trovare posto effetti personali e memorabilia appartenenti ai due artisti. L’autore dello scatto fu Olly Ball.
Gli Style Council, in apparenza un duo, in realtà un “collettivo” nell’intento del loro fondatore Weller “The Modfather”, erano al loro secondo LP. Molti dei brani in esso contenuti erano già usciti come singoli e, come nel precedente disco “Cafè Bleu”, differenti generi si mescolano: pop, soul, jazz, funk. Il frontman della band dichiarò in proposito: «L’idea originale alla base dell’album è una specie di parallelismo con un negozio in cui sono mescolate le nostre cose preferite, allo stesso modo in cui la nostra musica prende spunto da stili molto diversi». “Bringing it all back home”, quindi, per citare Bob Dylan: le influenze subite negli anni della propria formazione vengono dichiaratamente esposte dai due e possono dare origine a nuove esperienze artistiche e a nuove sonorità.

Osservando la copertina non si può fare a meno di notare, nella collezione di oggetti, la preponderante presenza dei Beatles: Weller è sempre stato, infatti, un grande fan dei Fab Four. Troviamo così la locandina del film “A Hard Day’s Night” e un celebre ritratto di Lennon & McCartney realizzato dal fotografo David Bailey.
Si continua con una gigantografia di John Lennon a mo’ di manichino con indosso una camicia, una chitarra Rickenbacker simile a quelle utilizzate da George Harrison e dallo stesso Lennon e con la copia di una rivista vintage con John e Paul in copertina, con i costumi di “Sgt. Pepper”. Ma sono presenti anche Otis Redding, il cui volto campeggia su una t-shirt appesa ad una gruccia con il volto della modella Twiggy, Alain Delon, il calciatore George Best, Greta Garbo e Brigitte Bardot, le cui foto sono appese al muro. Altri musicisti ammirati da Weller sono gli Small Faces e gli Isley Brothers, dei quali sono visibili dei vinili.

Tra gli altri oggetti, sulla sinistra compare un espositore con dei libri, accanto al quale c’è una mensola con una fisarmonica, un peluche e altri volumi; a terra è appoggiato un grammofono. Appesi al muro o sparsi qua e là ci sono vari capi di abbigliamento, come cappelli, sciarpe, foulard, una giacca militare, una maglia da ciclismo “Raileigh- Campagnolo”, un paio di scarpe Converse All Star, numerose cravatte e una cassettiera piena di camicie. Tra i libri sono riconoscibili “1984” di George Orwell, “L’amante di Lady Chatterley” di D. H. Lawrence, un volume dei fratelli Marx, “Prick Up Your Ears” di Joe Orton, “Suedehead” di Richard Allen, “Arms and The Man” di G. B. Shaw, “The Making of the English Working Class” di E. P. Thompson; in modo diverso, essi esprimono istanze progressiste e di critica sociale, in linea con le posizioni socialiste-internazionaliste di Weller in quel periodo, veicolate in modo manifesto nei testi di canzoni come “Come To Milton Keynes”, “Internationalists”, “The Lodgers” (in cui si fa riferimento a Margaret  Thatcher, “the shopkeeper’s daughter”) e “Walls Come Tumbling Down”.
Alle spalle di Weller campeggia la locandina di “Another Country” di Marek Kanievska, un film britannico del 1984 con Rupert Everett e Colin Firth.
La pellicola, che godette all’epoca di una certa popolarità, narra le vicende di Guy Burgess, spia britannica al servizio dell’Unione Sovietica. Il protagonista è un omosessuale coinvolto inizialmente in uno scandalo presso il college di Eton, dove è studente, negli anni Trenta; in seguito egli si trasferisce in Russia, mentre il suo migliore amico, il marxista Todd, prende parte alla guerra civile spagnola, nella quale perde la vita. Il fumettista Tiziano Sclavi dichiarò di aver preso la decisione di raffigurare il celebre “indagatore dell’incubo” Dylan Dog con le sembianze di Everett dopo aver visto questo film.
Sono presenti tanti altri elementi, ma non è necessario identificarli tutti: nell’insieme, essi rappresentano comunque un significativo campionario dell’immaginario del musicista di Woking e del suo “socio” Talbot. Gli Style Council non sopravviveranno agli anni Ottanta e Weller si dedicherà a partire dal decennio successivo ad una prolifica carriera solista.
Questo disco, tuttavia, resterà una pietra miliare nella storia della musica britannica del secolo scorso, sia per le ricercate sonorità che per l’impegno politico e sociale che esprime, ma soprattutto perché rappresenta una tappa fondamentale del percorso artistico e umano del “Modfather”, un artista che attraverso i decenni è stato in grado di restare al passo con i tempi e, nel contempo, di reinventarsi, sempre rimanendo un’icona di stile.
Maria Macchia