Anno d’uscita: 1932
Regia:
Jean Renoir

In un’epoca in cui si parla di accoglienza, il film che consacrò il regista francese Jean Renoir è quanto mai attuale. “Boudu salvato dalle acque” mantiene da quasi novant’anni una sagace critica alla borghesia progressista. La locandina stessa del film sbeffeggia certe ipocrisie non ancora superate.

Dei cerchi nell’acqua fanno emergere un uomo. Vediamo la testa e una mano uscire dall’acqua, quasi come ci trovassimo di fronte a un mostro. Su un’immaginaria riva ci sono, proporzionalmente molto più piccoli rispetto al protagonista di film e manifesto, tre persone. Sono marito, moglie e giovane cameriera, con le braccia spalancate ad accogliere l’uomo salvato dalle acque. Dietro i tre c’è pure il cane, anche lui a zampe sollevate. Come in ogni famigliola borghese che si rispetti, ci dev’essere anche l’animale domestico di compagnia.

L’uomo in questione dovrebbe essere un disperato, un senzatetto che ha tentato il suicidio, la cui grandezza sproporzionata nel poster ci anticipa il senso del film. Boudu, il barbone protagonista della pellicola, dopo aver tentato il suicidio gettandosi nella Senna, viene salvato da un libraio di Parigi, che lo porta in casa per dargli un’opportunità di riscatto. Boudu ricambierà la generosità del libraio progressista insidiando, con successo, la sua moglie e la sua amante (la cameriera).

Una sana satira sociale contro la borghesia democratica francese degli anni Trenta non poteva essere portata in pellicola e sul poster in modo migliore. Il libraio è l’antesignano di quelli che oggi vengono chiamati buonisti, propugnatori di buoni sentimenti più a parole che nei fatti.

Il gigante Boudou, con una barba folta e dei capelli sparigliati che ricordano quelli di Telespalla Bob dei Simpson, è troppo grande per la famigliola borghese pronta ad accoglierlo a braccia a aperte.
Le sopracciglia aggrottate e le guance rosse come pomodori non promettono nulla di buono. L’esito del salvataggio non sarà positivo, anzi, diventerà la cartina di tornasole delle ipocrisie taciute nella famiglia. Chi tradisce verrà a sua volta tradito e ci si pentirà di tanta generosità.

Il Boudu della locandina più che essere salvato si appropria della famiglia, riprodotta piccolissima e in procinto di essere schiacciata dal senzatetto. Così il clochard rovinerà i libri del suo benefattore, molesterà prima sua moglie e poi la sua amante e arriverà anche a maltrattare il cane.

Non sono i borghesi benpensanti a salvare Boudu. Nell’affiche è lui a precipitarsi dalle acque sui malcapitati. I tratti naif e i colori accesi danno un carattere ironico al disegno, anticipando i toni sprezzanti del film. In blu e in un curioso carattere curvato, leggiamo in alto il titolo della pellicola.

Sotto l’immagine il nome a caratteri più grandi è quello di Michel Simon, affermato attore francese e assoluto istrione nell’opera nei panni del barbone. Sopra c’è il nome del regista Jean Renoir e dell’autore della pièce René Fanchois. Tra gli altri attori spicca il nome di Charles Granval, il libraio di idee progressiste che finirà per rinnegare molte delle sue convinzioni.

“Boudu salvato dalle acque” è un lavoro attuale, anche grazie alla decisione di Renoir di modificare il finale, tradendo, con una punta ulteriore di anarchico cinismo, l’opera di Fanchois. La locandina è lì a dircelo. Più che salvare Boudu, ci si deve salvare da Boudu.
Leonardo Marzorati