Anno d’uscita: 1977
Regia: Stelvio Massi

Maurizio Merli
: un uomo che ha dato un furioso volto a un intero genere cinematografico, animato da rabbia e violenza. Una figura che ha segnato un’epoca, gli Anni ’70, ricordata per un dilagante disagio, che sembrava ormai essersi dimenticata di quell’ottimismo tipico del Boom Economico.
Coi suoi folti baffi e il suo sguardo truce l’attore romano, orgogliosamente privo di controfigura anche nelle scene più difficili, è senza dubbio entrato nell’immaginario collettivo, per i suoi ruoli da commissario giusto ma severo. Un antieroe che non si fa minimamente scrupolo a combattere il crimine con metodi tutt’altro che leciti, sprigionando una cattiveria pari a quella dei suoi avversari, senza minimamente temere i provvedimenti disciplinari che i suoi superiori, incatenati al rispetto delle regole, non mancano di scatenargli contro. Pochi sanno, però, che l’indimenticato Merli ha anche provato a vestire dei panni molto meno cupi e minacciosi.
Nel 1977, incredibilmente sbarbato e con un inaspettato sorrisone, Maurizio Merli è protagonista in “Poliziotto Sprint”, pellicola diretta dal veterano del genere Stelvio Massi, in cui i rocamboleschi inseguimenti prendono totalmente il posto ai crudi massacri che, di norma, insanguinano i poliziotteschi, e con le sparatorie ridotte ai minimi termini, con grande risparmio di piombo. Qui Marco Palma, pilota mancato in forze alla Squadra Mobile e malato di tutto ciò che ha un motore, s’infiltra in una banda di rapinatori d’élite, capitanati dal francese Jean Paul Dossena, noto come Nizzardo, alias Angelo Infanti. Ovviamente, per obbedire all’ordine proveniente dall’alto, Palma fa preoccupare la sua ragazza, portata in scena dalla bella Lilli Carati.
Non dei ladri qualsiasi, ma veri e propri gentlemen driver del furto, che si distinguono tanto per professionalità quanto per i modi estremamente educati, un altro mondo rispetto al marciume malavitoso dei bassifondi mostrati in altri film.
Dossena è anche il vecchio tormento del maresciallo Tagliaferri, il diretto superiore di Palma a cui deve faticosamente star dietro, esasperato dalla sua troppa esuberanza e che farà di tutto pur di farlo diventare un perfetto poliziotto-pilota.
Una pietra miliare liberamente ispirata alle vicende del maresciallo Spatafora, passato alla storia per aver avuto in dotazione l’unica Ferrari ad aver ricoperto il ruolo di Pantera della Polizia.

Il carattere solare e assai poco cattivista della pellicola si nota già dalla locandina, una tipica raffigurazione artistica, un must della settima arte in Italia. In primo piano Merli, dall’aria incredibilmente felice e bonaria, irriconoscibile senza la peluria, sembra rivolgersi all’osservatore con fare molto amichevole, come a dire di essere contento della vita che ha scelto. Una vita spericolata, ma fortunatamente libera da quella paranoia che affligge i personaggi di cui il biondo interprete veste i panni, per gran parte della sua carriera.

Sotto di lui, poggiata solo su due ruote, una misteriosa coupé scura, con una sgargiante striscia gialla sopra. Raffigura la potente, inusuale e grintosa auto civetta con cui Palma deve mostrare alla banda del Nizzardo la sua resistente stoffa, ovviamente sporca d’olio, per poter conquistare la loro ammirazione ed infiltrarsi fra di loro.Nel cartellone il modello in mostra è una ASA 1000 GT, trattasi di una sportiva di cilindrata e dimensioni piccole, un progetto con cui Enzo Ferrari intendeva conquistare un’utenza nuova, più giovane e meno dispendiosa, posizionata al di sotto di quella del Cavallino Rampante. La progettazione di tale gioiellino, dalla linea firmata Bertone, passa ad un imprenditore milanese, che ne riesce a produrre meno di 80 esemplari, tra cui una spider.
Nella pellicola però non appare la “Ferrarina”, così soprannominata per le sue nobili origini, ma come compagna del protagonista troviamo un’altra Ferrari, una Ferrari vera e verace, una 250 GT/E. Una quattro posti, molto veloce e anche lussuosa, che nel decennio precedente conquista gli assegni di tanti ricchi imprenditori e celebrità del jet set, ma negli Anni di Piombo è degradata a ferro vecchio, rimediabile con una spesa contenuta, lontana dalle valutazioni stellari e dall’aura di vintage che, meritatamente, riscuote ai giorni nostri. La vettura, dopo le riprese, fa il tour in alcune sale cinematografiche, dove si tengono le prime proiezioni del film, per poi passare in mani private.
In un altro manifesto del lungometraggio sempre dipinto, ritroviamo Merli, anche stavolta gioioso, con la maglietta una e bisunta da bravo smanettone dei motori, seduto sul cofano della Ferrari, con alle spalle il plotone di Alfa presso il cortile del commissariato. Qui, come sempre, l’attore è munito di pistola in fondina, alla quale in Poliziotto Sprint preferisce di gran lunga la grinta del dodici cilindri a V Made in Maranello della sua 250 GT/E.
Al debutto nelle sale compare anche un terzo poster promozionale: di nuovo lo scapestrato difensore della legge, sempre carico di allegria e ottimismo, che si lascia dietro una vera ecatombe automobilistica, resa grandiosamente dal vero nelle riprese grazie al grande stuntman Remy Julienne, scomparso pochi mesi fa.
Un cataclisma di gomme bruciate e lamiere distorte che comprende anche il folle scontro tra il Tagliaferri e il Nizzardo, un flashback nel racconto girato sulla sontuosa gradinata di Trinità dei Monti a Roma. Una scena presa in prestito dalla leggendaria attività di Spatafora, che proprio in questa incantevole piazza della Capitale ha avuto il più memorabile inseguimento con la sua Ferrari. Oggi una tale impresa, anche se ti chiami Michael Bay, è difficile da svolgere, a meno che non si abusi di effetti speciali fatti al computer. Tutto sommato allo scatenato Palma, a vedere dal suo atteggiamento nell’artwork, sembra importare molto poco delle complicazioni materiali e burocratiche che possono comportare uno stile di guida appassionato, forse anche troppo, come il suo. Questa e altre parti dell’opera, coi rocamboleschi incidenti, sono salite agli onori del cinema mondiale, anche se il film è molto di nicchia e noto solo agli esperti, tanto da aver fatto da insegnamento anche agli autori di film molto più acclamati venuti successivamente.

“Poliziotto Sprint” è, più che un poliziesco, un inno alla passione per le auto e le corse, in cui il confronto fra buoni e cattivi svanisce dinanzi ad uno sportivissimo cavallerismo moderno, dove tra le parti si accende una sintonia che è semplicemente impensabile in un qualsiasi altro racconto.
Augusto Pellucchi