Anno di uscita: 2001
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Eh, sì: «Paese che vai, usanze che trovi» recita un vecchio proverbio. In nazioni diverse, un oggetto, un comportamento, o un determinato stile possono essere interpretati in modi nitidamente differenti. L’heavy-metal non fa eccezione: vediamo perché…

Dopo una fase di relativo appannamento nella seconda metà degli Anni’70, questo genere musicale riacquistò un’alta popolarità nel Regno Unito durante il quinquennio 1979 1984. La “rinascita” in questione ebbe una portata tale, che fu addirittura coniato un nuovo acronimo per inquadrare le giovani band inglesi che ne furono protagoniste:  NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal). È però da notare come il fenomeno abbia superato in fretta i confini della propria “culla inglese”, diffondendosi parallelamente fin dal suo inizio anche nell’Europa Continentale.

Non si può negare che, durante questa fase di propagazione, l’heavy-metal abbia conservato caratteristiche comuni, “sovranazionali”, a livello di temi, di abbigliamento e di immaginario. Tuttavia, ci furono anche sviluppi diversi e inaspettati a seconda della nazione “di innesto”.

Un esempio di ciò si può rinvenire a livello linguistico. Numerose formazioni metal spagnole dei primi Anni’80, come i Baron Rojo, scelsero infatti di adottare nomi e testi in lingua madre, sebbene la grande maggioranza delle “band colleghe” dell’Europa Occidentale optasse piuttosto per la lingua inglese e alcune formazioni italiane arrivassero perfino ad anglicizzare i nomi dei membri (fu così che nei marchigiani Gunfire il bassista Maurizio Leone diventò “Maury Lyon”, e il chitarrista prese invece lo pseudonimo “Lord Blackcat” perché i gatti erano tra i suoi animali domestici preferiti).
Un secondo esempio di “evoluzione locale” del metal europeo si può trovare nei temi delle canzoni proposte dalle band, molto spesso basati sulle avventure di spericolati motociclisti secondo i modelli codificati dalla NWOBHM. Qualche formazione decise per l’appunto di interpretare questi soggetti in chiave personale, calando i “motorcycle men” inglesi… sulle strade patrie. Fu il caso dei toscani Cappanera, che dedicarono una canzone in italiano alla “Aurelia Freeway”, cioè alla Strada Statale Aurelia che collega le tre regioni Liguria, Toscana e Lazio.

Altre band come gli svizzeri Hellhammer, al contrario, abbandonarono totalmente i cliché esteri ispirati al mondo dei bikers, e preferirono invece sperimentare una propria estremizzazione tematica, musicale e visuale dell’heavy-metal, aprendo così la strada a molte formazioni scandinave del decennio successivo che ne seguirono gli intenti.

L’elenco delle peculiarità, delle invenzioni, e delle stravaganze che caratterizzarono la scena metal europea degli Anni’80 potrebbe proseguire praticamente all’infinito. Ha però un difetto non da poco: parte da una premessa sbagliata. Solitamente difatti si considerano erroneamente come “vivaio” dell’heavy-metal europeo le sole nazioni dell’Europa occidentale, tralasciando quindi di menzionare le band attive negli stati del cosiddetto Ex-Blocco orientale.

In Italia, ad esempio, fino ad anni molto recenti si è conosciuto poco riguardo il panorama musicale di nazioni come la Polonia, o la Romania, per quanto concerne il decennio antecedente la caduta del Muro di Berlino. Tanto meno se ci si riferisce a generi con un pubblico oggi relativamente limitato, come l’hard-rock e i suoi derivati.

Proviamo allora a “recuperare il ritardo”, approfittando di questa occasione per scoprire il contenuto e, ovviamente, l’immagine di una band protagonista della musica heavy-metal nell’Europa orientale degli Anni’80. Nelle prossime righe ci concentreremo infatti sugli Ария (traducibile in inglese e italiano con “Aria” nel senso di “brano musicale”, “motivo melodico”): una formazione moscovita fondata nel 1985 e tutt’oggi in attività, costantemente apprezzata tra i metalhead e – fatto non comune in Europa occidentale – anche tra il “grande pubblico” del proprio paese di origine.

Notiamo anzitutto una particolarità per quanto riguarda le canzoni, tutte in lingua madre, proposte da questa band: fin dal 1985, i testi degli Ария sono stati composti dalla scrittrice e paroliera Margarita Puškina e dal poliedrico artista, produttore e giornalista Aleksandr Elin. Un binomio di questo genere è sicuramente un caso raro, e forse unico: schematizzando per sommi capi, si possono ricondurre i temi dei due autori a soggetti storici, ad analisi introspettive espresse attraverso un linguaggio poetico vivido e delicato allo stesso tempo, e a topos caratteristici dell’immaginario heavy-metal.
Un esempio di quest’ultimo gruppo tematico è senza dubbio la title-track dell’album pubblicato dagli Ария nel 1987: Герой асфальта” (“Asphalt Hero”). Il testo della canzone ruota per l’appunto intorno ai concetti di libertà e di indipendenza personificati da un avventuroso motociclista, “tagliato nello stesso legno” dei suoi compagni della NWOBHM. Riconosciamo senz’altro nella copertina di “Герой асфальта” un ritratto di questo personaggio; potremmo anche ipotizzare, sulla base della sua iconicità, che  “l’eroe dell’asfalto” sia poi diventato una vera e propria mascotte per la band russa, assumendo quindi un ruolo equivalente a quello dello zombie Eddie the Head per gli inglesi Iron Maiden (link agli articoli sugli artworks: https://www.artovercovers.com/2020/05/15/copertine-iron-maiden/).
In realtà, il motociclista in armatura non ebbe questo destino, che toccò invece quattordici anni dopo ad un altro personaggio; e proprio questa seconda figura ci permetterà di conoscere un’altra particolarità della band moscovita, stavolta relativa alla sua immagine. Per fare ciò, dobbiamo avanzare nel tempo, come anticipato poche righe fa, fino al 2001. In quell’anno gli Ария pubblicarono l’album “Химера” (“Chimera”), sulla cui illustrazione di copertina risalta una creatura sinistra che tornerà puntualmente nella maggioranza delle front-cover successive della band, fino ad essere identificata come la mascotte della formazione. Questo essere dalle fattezze soprannaturali è la chimera che dà il titolo all’album, e ha un proprio nome: Zhorik; cioè il diminutivo del nome Georgy, corrispondente all’italiano Giorgio e all’inglese George.

Suscita certamente sorpresa il fatto che a una creatura mostruosa sia stato assegnato un nome tutto sommato comune, e per di più con una sfumatura così bonaria. Tuttavia bisogna osservare che non si tratta di un caso isolato: lo stesso discorso vale infatti per il già citato Eddie the Head, oltre che per l’altrettanto minaccioso Adrian che identifica la band tedesca Running Wild.
I tratti fisici della mascotte degli Ария appaiono però ancora più degenerati rispetto ai suoi due “colleghi”: il corpo disfatto di Zhorik e la sua bestialità richiamano alla mente incubi medievali e addirittura paure che non possono essere spiegate ad un livello razionale, quanto piuttosto a un livello istintivo. In qualche modo, la creatura può essere addirittura accostata ai micidiali Xenomorfi che hanno reso universalmente famosa la serie fantascientifica “Alien”; e il paragone non è peraltro privo di basi, se si considera che tra i grandi estimatori di questa saga cinematografica c’è anche Yuri Sokolov, produttore discografico degli Ария e deux ex machina dell’immagine della formazione russa dai primi Anni 2000.

Se possiamo proporre una nostra personale interpretazione, ci sembra ipotizzabile che l’artista Leo Hao, autore della front-cover di “Химера”, abbia rappresentato Zhorik attraverso un’allegoria del “male tentatore” del tutto simile a tetri personaggi come il Mefistofele di J. W. Goethe (17491832). Oppure, l’illustratore potrebbe anche aver sintetizzato nella chimera i personaggi del terrorista fanatico, dei tossicodipendenti alienati, e del vampiro, che sono protagonisti, rispettivamente, nelle canzoni dell’album “Химера” (“Chimera”), “Небо Тебя Найдёт” (“Heaven Will Find You”), e “Вампир” (“Vampire”). La creatura in agguato sembra infatti incarnare la disperazione e il rancore di una persona tormentata ed emarginata, che perde progressivamente la propria umanità fino a regredire alla condizione di un mostro selvaggio nel suo buio rifugio.

Se l’interpretazione fosse giusta, dovremmo anche aggiungere che la perdita di umanità che abbiamo menzionato sarebbe irreversibile, perché, durante la sua successiva “carriera” sulle copertine degli Ария, Zhorik non si è certo rabbonito. Anzi: tutto il contrario. Sulla cover della compilation “Штиль” (“Calm”) del 2002, infatti, il personaggio prende addirittura i tratti di un demone complice in un patto per la vita o la morte, e nello stesso anno veste la corazza di un gladiatore per il singolo “Колизей” (“Colosseum”).
Nel 2006, invece, la chimera è alla guida di una motocicletta in fuga dalla catastrofe dell’album “Армагеддон” (“Armageddon”); mentre due anni dopo la riconosciamo, ancora in abbigliamento da centauro, nella posa del suo predecessore del 1987 per l’album live celebrativo “Герой асфальта: 20 лет” (“Asphalt Hero: 20 Years”).
Le apparizioni di Zhorik che abbiamo elencato fin qui sono comunque solo una minoranza del totale: tra le più recenti includiamo senz’altro il live album del 2019 “Гость из царства теней” (“Guest from the Kingdom of Shadows”), oltre che due ristampe di altrettanti album pubblicate nel 2020. Con un rapido conto, concludiamo così che la chimera ha accompagnato gli Ария per circa due decenni di successi; è un risultato sicuramente invidiabile, e che non ha molti rivali anche tra le mascotte dell’heavy-metal “occidentale”.

Il filosofo francese Ernest Renan (18231892) scrisse: “Niente di grande si fa senza chimere”… Nel caso degli Ария, Renan ha ragione due volte.
Paolo Crugnola con la preziosa collaborazione della co-autrice Ksenia Brigadina