Anno d’uscita: 1962
Regia: Dino Risi

Una calda estate dei primi Anni ’60, una decapottabile e due anime perse che guardano spavaldi la strada, dimenticandosi dei problemi della vita. “Il Sorpasso”, capolavoro di Dino Risi e pietra miliare del cinema italiano, è un racconto in cui tanti vorrebbero trovarsi protagonisti, in bilico tra la commedia scanzonata, la critica sociale e quel desiderio del regista di voler insegnare qualche dritta utile, su come affrontare un mondo che presenta infinite difficoltà.
Un incontro capitato totalmente per caso tra Bruno Cortona, impersonato da Vittorio Gassman, un esuberante ed invadente quarantenne che vive alla giornata; e Roberto Mariani, timido e posato giovane dalle mille preoccupazioni, raffigurato da Jean Louis Trintignant, che passa un’esistenza congestionata nello studio e nelle buone maniere. Un legame d’amicizia che si accende d’improvviso, con lo scapestrato Cortona che trascina il povero Mariani in un viaggio tra Roma e la Toscana, a bordo di una logorata Lancia Aurelia Convertibile, in cui ciascuno impara dall’altro come riscoprire sé stesso. Una cartolina da un’Italia, migliore o peggiore da oggi lo lascio decidere a voi, che sembra lontana ormai millenni, e ben riassunta nella locandina con cui il film è stato distribuito nelle sale all’epoca.
L’Aurelia Convertibile, una delle più belle ed intramontabili vetture del marchio Lancia, disegnata dalla mano magica di Pininfarina, simbolo di classe ed eleganza su ruote nel primo dopoguerra, è negli Anni ’60 un oggetto ormai vecchio, superato da altri modelli, e che per questo è possibile portare a casa con poco. Quale miglior destriero per un fallito squattrinato, ma con tanta voglia di mettersi in mostra, come Bruno Cortona? Durante le riprese se ne usano ben due, di colorazioni differenti, una curiosità che non è mai saltata all’occhio dello spettatore grazie alla pellicola in bianco e nero.
Trattasi di un esemplare azzurro con i sedili in pelle beige, per le scene normali, e di uno verde chiaro con selleria scura, per i primi piani. La Lancia azzurra mostra un vistoso alone di stucco sul davanti, conseguenza di un incidente avvenuto casualmente ma che, ai fini della sceneggiatura, risulta azzeccato. Entrambe le vetture sono tuttora esistenti, in particolare quella azzurra viene portata orgogliosamente dal suo attuale proprietario a raduni e concorsi d’eleganza.

In primo piano il Cortona, alias Gassman, impugna il volante come un condottiero d’altri tempi, mostrando una tempra da buon toscanaccio, con tanto di lingua di fuori in segno di impegno nel sorpassare i mezzi pesanti, da cui il nome al lungometraggio. Alle sue spalle il fondoschiena della figlia Lilly, interpretata da Catherine Spaak, diva e grande sogno sexy che annebbiava le menti di molti maschi del tempo.
In qualche modo anche Lilly, avuta dal naufragato matrimonio con la moglie, ha ereditato il modo di fare del padre Bruno, forse mostrandosi ancora più ribelle di lui, che non accetta di vedere la sua giovane bambina stare insieme con un ricco e distinto industriale del Nord, molto più in là con l’età.

Nello stesso periodo viene pubblicato un secondo manifesto promozionale: su sfondo nero, con la bella Spaak che ammicca all’osservatore, e un segnale stradale che vieta le mosse azzardate in autostrada, su cui svetta il volto spensieratamente menefreghista di Gassman, che si fa beffa del codice della strada.
Stranamente il compagno di viaggio, col volto di Trintignant, non appare sui due manifesti, né durante il film mette le sue mani sul volante dell’Aurelia. Eppure la passione per le auto belle e veloci non è mai mancata nel DNA della sua famiglia. Difatti i suoi zii sono piloti professionisti.
Maurice Trintignant corre in Formula 1, alla Mille Miglia e alla 24 Ore di Le Mans, correndo anche per Ferrari, con cui ottiene la vittoria nell’impegnativa gara francese nel 1954.
Anche Jean Louis, lontano dalle cineprese e dai set, passa il tempo a sprigionare cavalli vapore sui circuiti. Persino Marianne Hoepfner, sua terza moglie, vanta una brillante carriera sportiva.
Uno spaccato di come, a volte, sia giusto anche lasciarsi andare con più leggerezza e, anche porsi qualche sana prudenza.
Una prova di come, quando meno ce lo aspettiamo, ci accorgiamo di come non abbiamo ancora raggiunto la nostra giusta dimensione.
Augusto Pellucchi