Anno d’uscita: 1972
Sito web: https://www.pooh.it/

«L’ho scritta il giorno dopo che è nata mia figlia, e lei di questa dedica è sempre andata fiera. È una melodia molto sentita, nata di getto sull’onda dell’emozione di un padre che vede nascere la sua primogenita. Quando ascoltai il pezzo finito, subito dopo il mixaggio, mi venne giù qualche lacrima. Un giorno ricevetti una telefonata da Giancarlo Lucariello: mi annunciava che secondo lui “Alessandra” era perfetto come titolo per l’intero 33 giri. Un omaggio che mi ha fatto un piacere immenso».

Queste commosse parole di Roby Facchinetti si riferiscono al brano “Alessandra”, che diede appunto nome all’album che uscì 1972. Si trattava del quinto disco in studio per i Pooh, che erano in attività dal 1966. La formazione era composta da Riccardo Fogli, Dodi Battaglia, lo stesso Facchinetti e la new entry Stefano D’Orazio. Il batterista Valerio Negrini, il “quinto Pooh”, aveva lasciato il gruppo l’anno precedente, ma continuava a collaborare alla stesura dei testi, firmando tutti i brani in coppia con Roby tranne uno, “Io in una storia”, che vide l’esordio di Battaglia alla composizione.

Reduci dal successo di “Opera prima” del 1971, i quattro avevano soggiornato per qualche tempo a Londra per registrare un programma televisivo e, in quell’occasione, avevano sentito parlare di una invenzione relativamente recente, che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il loro modo di suonare: il sintetizzatore. Combinarono un incontro con l’ingegner Robert Moog, inventore dell’apparecchio, ed acquistarono uno dei prototipi di “Minimoog”, la versione portatile della tastiera elettronica. La “macchina della musica” entrò a far parte del sound Pooh e subito dopo l’uscita dell’album “Alessandra” fu utilizzata dal vivo nella tournée che il gruppo fece con l’Orchestra della Scala di Milano, che toccò teatri storici in tutta Italia.

Il disco, come si è detto, porta il nome della figlia primogenita del tastierista, nata il 2 giugno 1972 ed ora stilista di moda di una certa notorietà. Esso reca in copertina la foto in bianco e nero di due bambini, un maschietto e una femmina, presumibilmente dell’età di tre-quattro anni.Non ci è dato di sapere chi fossero i due modelli, perché l’immagine è la riproduzione di un poster acquistato negli Stati Uniti dal produttore Gianfranco Lucariello, sempre molto presente nelle scelte stilistiche della band.

Lo scatto esprime tenerezza e complicità e in qualche modo allude al contenuto del lavoro: la coppietta in erba prefigura infatti una trattazione del sentimento amoroso in tutte le sue sfaccettature. Lo sguardo dei due piccoli è rivolto verso l’alto, con aria sognante per lui, forse più imbarazzata per lei. Il bimbo, più basso di statura e forse più giovane di età, tiene in mano un mazzo di fiori di campo. Entrambi sono a piedi nudi.

Non è da escludere che la scelta dell’immagine volesse in qualche modo riflettere la popolarità della striscia “Love Is…” della fumettista neozelandese Kim Casali. Le vignette nacquero nel 1970, sull’onda della popolarità del film “Love Story”, e furono dedicate dalla disegnatrice al marito Roberto; quando quest’ultimo morì di cancro nel 1975, la pubblicazione venne sospesa.
La striscia divenne celebre proprio nel 1972, quando riprodusse la frase “Love is… being able to say you are sorry”, che “ribaltava” la memorabile affermazione  “Love is never having to say you are sorry” contenuta nel film di Arthur Hiller.

Fu la prima ed ultima volta che un album dei Pooh, per volontà del producer, conteneva esclusivamente canzoni d’amore: la più celebre di esse è l’immortale “Noi due nel mondo e nell’anima”, mentre gli altri brani raccontano di sentimenti giovanili ostacolati dagli adulti, di fresche passioni, di cocenti delusioni, di legami infranti. La title track è la canzone più lunga composta fino a quel momento dal duo Facchinetti/ Negrini (6’ 51”) e chiude il lato B. L’arrangiamento orchestrale, in cui prevalgono gli archi, sottolinea il carattere emotivo dei testi. Si tratta, pertanto, dell’album meno rock della storia della band.

Il gatefold reca all’interno foto dei componenti del gruppo scattate in studio. Significativamente, tutti i full-length dei Pooh, fino a “Forse ancora poesia” del 1975, presentavano copertine apribili.
Questo disco fu l’ultimo realizzato mediante il sodalizio con Lucariello; con il successivo “Poohlover”, il gruppo bolognese giunse ad una svolta sotto il profilo musicale, con più frequenti assoli strumentali, e dal punto di vista dei testi, che abbandonavano in parte le tematiche sentimentali predilette dal produttore per volgersi verso contenuti differenti.
Ma, poiché i Pooh avevano deciso di autoprodursi, dovettero patteggiare la loro esigenza di maggiore libertà artistica con condizioni economiche meno vantaggiose, ed ecco perché l’album del 1976 fu il primo realizzato con una copertina non apribile, proprio per contenere i costi.

Tornando all’artwork di “Alessandra”, sul retro sono presenti le foto dei singoli componenti del complesso.
All’album è poi allegato un cartoncino con un lato che riproduce le immagini dei quattro inserite in una sorta di negativo fotografico. Sull’altro lato sono invece elencati i crediti del disco e l’intera discografia della band per la CBS. Le successive ristampe mantennero invariata la veste grafica dell’LP. Nel 2014, l’etichetta BTF ha ripubblicato il vinile in tiratura limitata.

Ecco un appassionato ricordo di Riccardo Fogli, che da lì a poco avrebbe abbandonato il gruppo per dedicarsi alla carriera solista: «Fui vicino a ogni fase di “Alessandra”, inteso come album, come brano e come la prima figlia di Facchinetti a cui è dedicata la canzone. Ho ancora davanti ai miei occhi quelli di Roby, azzurri, trasparenti e forti, quando mi rivelò di essersi innamorato perdutamente di una donna bellissima, quella che poi sarebbe diventata la sua prima moglie: l’ho conosciuta, sono stato testimone della crescita del loro amore, sono andato al matrimonio e ho visto nascere la loro bambina. È come se avessi visto le dita di Roby sul pianoforte mentre scriveva quella canzone, pensando a sua figlia. Anche se la interpretai al culmine della mia crisi con i Pooh, essa rimane da tanti anni un punto fermo nei miei concerti: la canto da sempre verso la fine raccontando l’affetto che ci fu, e che continua a esserci, tra me e Roby».
Maria Macchia