Anno d’uscita: 2016
Sito web: Jason Zada

La foresta, in genere suscita sempre un po’ di inquietudine, essendo un luogo sconfinato, pieno di perdizione e soprattutto avvolto da assurdi e ambigui misteri. Se andiamo poi a fondo e ricerchiamo in internet scopriamo di una foresta in particolare, ossia la ormai famosa foresta di Jukai in Giappone (Aokigahara). Questa sì che fa accapponare la pelle! Perché sembrerebbe custodire un terribile segreto nascosto nella gran quantità di alberi presenti in essa.
Questa assurda storia ha ispirato il film “Jukai: La foresta dei Suicidi” diretto dal regista Jason Zada che vede come protagonista Sara, interpretata da Natalie Dormer meglio conosciuta sul piccolo schermo grazie alla serie “Il Trono di Spade”. Zada però non è l’unico che ha voluto girare un film dedicato a questa foresta; c’è stato il lungometraggio del 2013, “Grave Halloween” e la pellicola del 2015 “La foresta dei sogni” di Gus Van Sant.
Come nella realtà, o almeno così sembrerebbe, la foresta sembrerebbe innescare nella mente umana una serie di sentimenti negativi come odio, rancore ed emozioni che, apparentemente, non sembrano spaventare Sara. Ben presto però ella si dovrà ricredere perché la sua psiche inizierà piano piano vacillare e comincerà ad avere strane visioni e apparizioni terrificanti. Qui entra in gioco il responsabile di fotografia Mattias Troelstrup che usa abilmente sul set delle luci particolari, dapprima quasi calde per poi scendere lentamente verso toni più freddi e cupi. Questo gioco di colori è anche presente nella stessa locandina, dove mani terrificanti, provenienti dalle radici di alberi, cercano di intrappolare il corpo della ragazza. Quest’immagine riprende le scene del film quando l’horror cede il passo al racconto della diffidenza, in cui la realtà e l’irrealtà diventano sempre meno distinguibili.
Il gioco delle mani che sbucano dal terreno era stato già visto nel film “Labyrinth” del 1986, diretto da Jim Henson, (link alla recensione sulla locandina: https://www.artovercovers.com/2017/07/05/labyrinth/) – (anche se erano chiaramente mani meno teatrali e terrificanti rispetto a quelle del film), o nella locandina de “I morti non muoiono”, del 2019 scritto e diretto da Jim Jarmusch.
Aokigahara ha un’estensione di 35 km quadrati e si colloca alla base del Monte Fuji. Per via della posizione sotto un vulcano è composta in gran parte da rocce laviche ed ecco perché le radici sono colorate di rosso, come se fosse la lava stessa del vulcano, oltre che ad intendere il colore rosso del sangue. Dietro ecco invece sorgere un sacco di alti alberi proprio perché nella realtà la vegetazione è talmente fitta di conifere e cipressi, che frenano addirittura l’azione del vento rendendola silenziosa e certamente ancora più inquietante.

La densità di arbusti nel sottobosco è tale da renderla all’interno quasi inaccessibile, e chi si addentra nei suoi sentieri senza punti di riferimento spesso non è più in grado di trovare la via d’uscita. Le mani che spuntano dal terreno potrebbero essere gli spiriti Yurei, ovvero spiriti senza pace e arrabbiati, che attirano i passanti, spingendoli a lasciare la loro anima in quel luogo.
Si narra infatti che durante i periodi di carestia, in epoche passate, in Giappone era usanza della comunità l’abbandono di una donna anziana o di un malato nelle montagne: antica tradizione che prende il nome di Ubasute. Queste persone venivano portate nella foresta di Aokigahara le quali, non volendosi lasciare morire di morte naturale, (disidratazione, freddo o fame) si suicidavano. Nacque così la leggenda di questi spiriti, che secondo alcuni sarebbero ancora presenti nella foresta.

Altri spiriti presenti in questa foresta potrebbero essere i Kodama (spiriti degli alberi in grado di imitare le voci dei defunti, conosciuti come gli abitanti della foresta nel lungometraggio animato di Hayao Miyazaki, “La principessa Mononoke”) e i Jubokko (spiriti impersonificati da “alberi vampiri” che tramutando i loro rami in tubi, si attaccano ai passanti e si nutrono del loro sangue per rimanere sempre verdi).
Molto bello è il particolare della corteccia che viene raffigurata sulle braccia e sulle dita, evidenziano che non sono e non saranno mai più umani. A sinistra dell’affiche, giusto per renderla ancora più macabra e credibile, ecco spuntare un teschio con uno sguardo davvero raggelante. Una luce salvatrice invece arriva dall’alto, come a voler aiutare in qualche modo la nostra protagonista ad uscire viva da questa situazione di morte. Ma com’è nata la maledizione di questa terrificante foresta?

In molti hanno dato la colpa a diversi libri, come “Nami No To” degli Anni’60 dove nel finale si narra del suicidio di due amanti ad Aokigahara. Un altro libro pubblicato nel 1993 intitolato “Il manuale completo del suicidio” afferma che Aokigahara sarebbe il luogo perfetto per morire. In questo libro si possono trovare undici diversi metodi di suicidio e il volume inserisce il riferimento alla foresta nella sezione “appesi”.

Insomma, dopo aver visto questo film ed esservi interessati a queste tragiche vicende, avrete ancora voglia di addentrarvi nella foresta? A voi la scelta!
Antonella “Aeglos” Astori