Anno di uscita: 2019
Sito web: https://m.facebook.com/OrderoftheEbonHand666
Il gioco dei Tarocchi è un passatempo basato su un mazzo di 78 carte, di cui 22 a sfondo allegorico dette Trionfi, e le restanti 56 contrassegnate da 4 semi (Spade, Coppe, Bastoni, Denari). Nel secondo gruppo si distinguono ulteriormente, per ogni seme, le 10 carte numerali e le 4 carte degli Onori, quest’ultime intese a rappresentare i personaggi di una corte regale (Fante, Cavaliere, Regina, Re).
Come largamente testimoniato dalla letteratura e dal cinema, nell’immaginario collettivo la finalità ricreativa dei Tarocchi è stata superata dalle presunte capacità divinatorie dei medesimi. C’è però al riguardo un paradosso dovuto ad un bizzarro scherzo del destino: queste carte, che dovrebbero fare luce sul futuro, hanno un passato tutt’ora oscuro.

L’origine del gioco dei Tarocchi è infatti ancora oggetto di discussione. Un suo possibile “progenitore” è tuttavia rintracciato dagli studiosi della materia nelle prime carte da gioco giunte in Europa, durante il Trecento, dai domini musulmani lungo le coste mediterranee. Si tratta di un passatempo chiamato “naips”, menzionato nel 1371 dal poeta catalano Jaume March. Analogo al “naips” di March dovette essere inoltre il gioco di carte chiamato «in saracino parlare» nayb, così come citato in una “Cronaca di Viterbo” redatta al termine del Trecento, in cui si registra nell’anno 1379 la prima introduzione in città di questo svago.

Bisognerà aspettare poi alcuni decenni per trovare tracce di un vero e proprio “Ludus Triumphorum”, cioè del gioco dei Trionfi, che in seguito prenderà appunto il nome tra noi diffuso di gioco dei Tarocchi. È interessante individuare le idee che portarono all’invenzione di questo passatempo, perché ci aiuteranno ad esaminare il lavoro grafico che potete vedere in apertura: la copertina dell’album musicale “VII: The Chariot” pubblicato nel 2019 dalla black-metal band greca Order of the Ebon Hand.

Riprendiamo allora il discorso dal punto in cui l’abbiamo sospeso: la prima apparizione del gioco dei Trionfi. Certamente non si può collocare questo evento dopo del 16 settembre 1440, perché già in quel giorno Sigismondo Malatesta (1417 – 1468), signore di Rimini, riceveva in regalo “naibi a trionfi” ornati appositamente con le sue insegne nobiliari, come scrisse in una nota l’autore del dono.
Mancano però altri documenti che possano aiutare ad individuare con esattezza “l’anno zero” del gioco. Una teoria ne pone l’invenzione attorno al 1430, e ipotizza “come laboratorio” la corte di Filippo Maria Visconti (1392 – 1447), duca di Milano. Una seconda ricostruzione assegna invece la paternità del passatempo ad un principe pisano morto nel 1419, sulla base di un discusso dipinto anonimo del Seicento. Un’altra ipotesi ancora indica la “culla” dei Trionfi a Ferrara presso la corte estense sulla base di un documento del 1442.

Indipendentemente però dalla data precisa d’ideazione e dall’identità dell’inventore, è condiviso un elemento: il “Ludus Triumphorum” nacque nei primi decenni del Quattrocento nel contesto aristocratico di una corte situata in Italia. Di fatto, la novità del gioco consistette nell’aggiungere alle 56 carte “comuni” altre 22 carte impreziosite da un significato allegorico (appunto i Trionfi). Le allegorie in questione avevano finalità d’insegnamento morale e di elevazione spirituale: è il caso ad esempio delle carte che rappresentano, rispettivamente, la virtù della Temperanza e quella della Giustizia; così come comunica indubbiamente un monito alla riflessione la carta della Ruota.
A questo proposito, proprio per quanto riguardo le finalità etiche, si può riscontrare un’evidente somiglianza tra il gioco dei Trionfi e un’opera in versi, intitolata proprio “Trionfi”, elaborata nel corso di circa vent’anni dal letterato italiano Francesco Petrarca (1304 – 1374).
L’autore pose infatti alla base del poema l’intento di celebrare le virtù che avvicinano l’uomo al divino; questo intento encomiastico è dimostrato dalla struttura stessa dell’opera, che è divisa per l’appunto in 6 Trionfi descritti in modo che il successivo prevalga sul precedente. Quindi, partendo dall’iniziale Trionfo dell’Amore, segue il Trionfo della Pudicizia sull’Amore; quindi il Trionfo della Morte sulla Pudicizia; il Trionfo della Fama sulla Morte; il Trionfo del Tempo sulla Fama; fino al conclusivo Trionfo dell’Eternità sul Tempo.

I 6 Trionfi petrarcheschi hanno chiara corrispondenza con altrettante carte del gioco, ma non spiegano il significato delle restanti 16 figure, e ciò è comprensibile: data la varietà e la complessità dei loro soggetti, è evidente che le opere artistiche, filosofiche e religiose che ispirarono le carte dei Trionfi siano state molteplici, e che sarebbero da ricercare perlomeno in tutto l’arco del Trecento.

Concentriamoci allora su una sola carta, cioè su quella di cui troviamo una versione nell’illustrazione posta in apertura: il Carro, appunto “The Chariot”. I connotati iconografici di questo Trionfo sono rimasti pressoché invariati nel corso dei secoli: esso ritrae costantemente la figura di un uomo in armi saldamente alla guida di un veicolo simile ad un’antica biga, trainato con impeto da due cavalli. Il tono marziale dell’immagine richiama evidentemente il desiderio di affermazione, la volontà determinata di raggiungere un intento. Il lavoro grafico scelto dagli Order of the Ebon Hand è già dalla prima occhiata coerente con questo significato. Nelle note d’introduzione a “VII: The Chariot” la band greca ha infatti riassunto con le parole “conflitto” e “destino” l’allegoria alla base della carta, e ha spiegato come appunto lo scontro tra i concetti di Identità e Morte, e tra Libertà e Oblio, sia il filo conduttore dell’album. La conquista di un obiettivo diventa, sempre utilizzando le parole della band, una corsa spietata in cui il Carro, inteso metaforicamente come “strumento di manifestazione” dello scontro, assume volta per volta forme diverse a seconda del conflitto in atto.

Ad esempio, esso prende inizialmente le fattezze dell’imponente nave corazzata che intitola il brano in apertura di “VII: The Chariot”. Invece, nella sesta canzone dell’album, dedicata all’eroe omerico Aiace Telamonio, la battaglia non si svolge sul mare, e neppure nei campi di fronte alla città di Troia: bensì nell’animo del campione greco stesso. Aiace non può soffrire il proprio avvenuto fallimento come guerriero, né la vergogna che ne deriva. Conseguentemente, egli è sgomentato dalla consapevolezza che ognuno dei suoi prossimi giorni sarà inesorabilmente vuoto, che ognuno di essi avrà solamente il compito di avvicinarlo alla morte. La decisone dell’eroe è però chiara, il suo grido di ribellione che troviamo nel testo della canzone («This I Cannot Stand») è inequivocabile: Aiace sale sul Carro del proprio disperato orgoglio in una corsa contro l’oblio.
Lascio senz’altro alla curiosità del lettore il rinvenire, nelle restanti composizioni dell’album, le altre espressioni del concetto di conflitto che gli Order of the Ebon Hand hanno illustrato con la loro musica. Però, prima di concludere, c’è da evidenziare un’ultima particolarità dell’illustrazione di copertina: il manto dei due cavalli. Bianco uno, nero l’altro, se considerati nel contesto del Carro e del suo conducente, essi richiamano la teoria con cui Platone (428 a. C. – 347 a.C.) provò a rappresentare il concetto di anima.
Il Filosofo greco ne propose infatti un’allegoria nel suo scritto “Fedro” in questi termini: un auriga desidera guidare una biga alata verso la regione sopracceleste (“iperuranio”) che è la sede delle idee, e perciò egli deve necessariamente indirizzarvi sia il cavallo bianco sia il cavallo nero che trainano il veicolo. L’auriga rappresenta l’anima razionale; il docile cavallo bianco la volontà al servizio della ragione; e il cavallo nero recalcitrante esprime «l’amore per cibi, bevande e piaceri amorosi» ed è anche detto “anima concupiscibile”. Il compito più difficile per il conducente è metaforicamente proprio quello di convincere anche il cavallo nero a seguire la strada verso l’iperuranio.

Come anticipato più sopra, le opere che ispirarono le carte dei Trionfi furono senz’altro molteplici. Date le sue caratteristiche che abbiamo appena esaminato, è più che possibile che la biga alata di Platone abbia contribuito a determinare nello specifico l’iconografia e il concetto allegorico del Carro dei Trionfi, tanto più considerando che alcune rappresentazioni della carta mostrano espressamente i due cavalli come contrapposti.

È inoltre innegabile che il dissidio tra il cavallo bianco e il cavallo nero del Filosofo abbia nello specifico molti punti in comune con l’interpretazione della carta del Carro proposta dagli Order of the Ebon Hand, e quindi con  il concetto di conflitto trattato nel loro album. L’intera figura della biga alata di Platone, infatti, può essere letta anche come un’allegoria dello scontro dell’essere umano prima di tutto con sé stesso. L’auriga-anima razionale lotta per l’appunto per raggiungere una condizione ideale, ma una parte di sé, cioè il cavallo nero-anima concupiscibile, lo strattona nella direzione opposta: l’anima è quindi coinvolta sia in un conflitto “esterno” sia in un conflitto “interiore”. L’auriga affronta ed “è” il conflitto, e si dibatte in questa continua battaglia per spingersi verso “l’alto”, verso la perfezione delle idee… verso il Trionfo.
Paolo Crugnola