Anno d’uscita: 1972
Sito web:
https://it.wikipedia.org/wiki/Quella_Vecchia_Locanda
Il mondo del rock progressive italiano, che nella prima metà degli anni Settanta ebbe il suo apogeo, apprezzato e celebrato anche oltre i confini nazionali, ha avuto una incantevole e sottovalutata chimera: Quella Vecchia Locanda. Formatosi nella provincia di Roma, a Monteverde, il gruppo esordisce nel 1972 con un concept album che ha come titolo il nome stesso della band. Giorgio Giorgi alla voce e flauto, Raimondo Maria Cocco alla chitarra e clarino, Patrick Traina alla batteria, Romualdo Coletta al basso, Donald Lax al violino e Massimo Roselli alle tastiere, sono ottimi musicisti di preparazione classica, con una grande passione per i compositori barocchi, in particolare Johann Sebastian Bach e Antonio Vivaldi, e con un occhio al rock progressivo, con una menzione speciale per i Jethro Tull.

La copertina vede come unica scritta “Quella Vecchia Locanda”, in quanto nome del gruppo e del disco stesso. La scritta nera, in caratteri gotici, emerge da un paesaggio quasi fatato, che richiama parecchio ai piccoli borghi appenninici, quelli vissuti dai componenti della band. L’immagine dell’artwork rappresenta la seconda metà di un disegno più ampio, di cui la prima parte sta sul retro. È un vero e proprio quadro dai toni naif e dai contrasti di colore, quasi fossimo in un’opera di Marc Chagall.
I colori che dominano la scena sono due: giallo e blu. Un colore caldo e uno freddo, entrambi primari, si scontrano come fossero due venti che soffiano in senso opposto. Vento caldo e vento freddo si affrontano, come quando, proprio nel Centro Italia, lo Scirocco proveniente da Sud si scontra con la Tramontana proveniente da Nord.

Come cantato nella terza traccia del disco, “Realtà”, “tempesta si scatena”. In un vecchio paese, con porticati ormai fatiscenti ma al tempo stesso forti di un senso di ordine ancestrale, il giallo scuro del tramonto o dell’alba domina. Le abitazioni presentano crepe, ma quei mattoni a vista, appena scaldati da un sole debole, ci danno comunque un senso di sicurezza, di silenzio e pace. A guardare la parte di sinistra del disegno, abbiamo sensazioni di tepore e di tranquillità, quasi a voler vivere tra quelle vecchie case di un borgo rurale e sonnacchioso.

Proseguendo verso destra, ci imbattiamo nel protagonista del dipinto. Una figura umana, abbastanza stilizzata da non capirne il sesso, si allontana dal centro abitato per affrontare il verde incontaminato. Di verde, in quanto colore, però non ce n’è traccia. Se nel paese aveva dominato il giallo, eccezion fatta per alcuni tratti della pavimentazione, qui è il blu a prendere il sopravvento. Il protagonista dell’immagine è blu, come pure un albero spoglio che ci dà informazioni sulla stagione. Siamo in autunno inoltrato o in inverno, sull’albero non ci sono foglie. La temperatura è bassa. Il protagonista probabilmente patisce il freddo, eppure intraprende il suo cammino, in un ambiente decisamente più buio e ostile rispetto al borgo, dove ci si deve fare spazio con le braccia per scostare i rami invadenti. Sopra le morbide montagne all’orizzonte, forse gli Appennini, la luna e le stelle sono le uniche fonti di luce per il pellegrino. Non sembra più l’alba o il tramonto, ma notte fonda.

Nella parte alta dell’immagine c’è di fatti un salto spaziale, dove dai muri delle abitazioni si passa improvvisamente alle montagne all’orizzonte. Questo stacco nell’immagine non viene però mantenuto nella parte bassa, dove anzi una spruzzata di giallo prosegue indisturbata dalle vie del paese ai prati incolti. Un filo di luce, che indica la strada al coraggioso viandante, c’è. Quel filo di luce porta proprio a “Quella Vecchia Locanda”, la cui scritta sembra quasi indicare al protagonista la strada da percorrere.

Ascoltando le otto canzoni di “Quella Vecchia Locanda”, riusciamo a identificarci nel protagonista della copertina, e ripercorrere con lui il suo cammino. Si esce da “Un villaggio, un’illusione”, verso una buia “Realtà”, dove abbiamo “Immagini sfuocate” e siamo come “Il cieco” che non vede cosa lo attende. “Il dialogo” porterà “Verso la locanda”, ma forse è solo “Sogno, risveglio, e…”. Il caldo borgo deserto è quindi un’illusione e l’unica realtà che ci attende è una natura fredda, ostile e incontaminata? Sono domande che ci poniamo ascoltando questo meraviglioso disco e ammirando la sua copertina. Al termine del viaggio si arriva finalmente a Quella Vecchia Locanda. Ma forse abbiamo solo sognato, incantati dalle note del flauto e dagli assoli di clarinetto. Terminato l’ascolto, quasi ci si desta, come se queste otto canzoni fossero state un breve viaggio onirico, alla ricerca di una locanda che forse è dentro di noi.
Leonardo Marzorati