Nei precedenti articoli abbiamo analizzato le copertine degli album disegnate (rigorosamente a mano) per gli Iron Maiden dal talentuoso Riggs, ricercando gli elementi ricorrenti, nello specifico gatti neri e logo-firma, che l’eclettico disegnatore infilava qua e là nei sui lavori. Ci siamo spinti fino alla copertina di “Seventh Son of the Seventh Son”, album pubblicato nel 1988. Così faremo anche questa volta, cambiando però il nostro punto di vista. Cercheremo infatti di cogliere il senso generale della scena che, attraverso l’artwork, l’autore e la band hanno cercato di trasmettere ai propri fan.

Le illustrazioni dei singoli offrono molti spunti di analisi, motivo per cui anche queste produzioni passeranno sotto la nostra lente esaminatrice. Come già ben saprete, protagonista sarà la figura di Eddie, la super-iconica mascotte degli Iron Maiden, che vedremo calata di volta in volta in situazioni completamente diverse fra loro, simboleggianti il messaggio del brano che rappresentano.

Di Eddie ne vedremo anche l’evoluzione, attraverso il susseguirsi delle copertine, fino ad una specie di ritorno alle origini, nelle ultime immagini presenti in questo articolo. Ma come nacque il nostro amato mostro-zombie, secondo i racconti degli attori di questa storia? Contestualizziamo intanto questa breve narrazione:
Siamo nella seconda metà degli anni ’70, nei sobborghi britannici qualcosa di nuovo sta prendendo vita, un movimento che andrà a contrapporsi a quello punk, che in quegli anni era in pieno fermento, abbracciato soprattutto tra i giovani della low-class delle periferie inglesi, che urlavano la loro rabbia nei confronti della borghesia di allora, musicalmente rappresentati da una generazione di band, chiamata Punk77, che comprendeva, per citarne solo alcune, Ramones, The Clash e Sex Pistols. Gli Iron Maiden, pur facendo le cose in maniera completamente differente, muovevano il loro primi passi.

Per quanto a più riprese Harris e Dickinson abbiano espresso il loro astio verso il Punk, non possiamo ignorare che fossero anche loro immersi in quel contesto sociale, urbano, culturale; la voce di Paul Di’Anno è lì a ricordarcelo, immortalata a perenne memoria nei loro lavori, fino a “Made in Japan”.
Tornando alla nostra mascotte, come ha spiegato Steve Harris, «Il concetto di Eddie nasceva da una battuta su una coppia che aveva un figlio nato solo con la testa. I genitori parlarono con un medico che ha detto che quando il bambino fosse cresciuto gli avrebbero dato un corpo di fortuna. La coppia mise la testa di Eddie su un piedistallo e si prese cura di lui per anni, fino a quando non riuscirono a fargli fare un corpo di fortuna. Un compleanno, il padre dice al ragazzo che ha un regalo per lui. Il ragazzo dice: “Oh, no, un altro dannato cappello!”.

“Eddie la testa” è una maschera in cartapesta presente dietro il batterista durante i concerti; quando la band suona la canzone “Iron Maiden”, dalla bocca di Eddie fuoriesce sangue, spruzzato con l’ausilio di una pompa da acquario.
Meanwhile, a un’ora da Londra, nella città costiera di Portsmouth, un diciottenne di nome Derek Riggs si sta godendo il principio del “fai da te” introdotto, per necessità, dal movimento punk: «C’erano milioni di disoccupati; è un bel po’ di roba per un paese come l’Inghilterra. Alcune parti di Londra erano completamente degradate… Io vivevo a Finsbury Park – ora è alla moda – e gli edifici stavano letteralmente crollando. Erano pieni di abusivi. E quello era il mio quartiere. E qui è da dove viene il punk rock inglese. Questo da un gruppo di ragazzini a cui era stato detto che non erano niente, che non sarebbero mai stati buoni, che non sarebbero mai stati niente».

Riggs ricorda che «Prima di collaborare con gli Iron Maiden stavo dipingendo ogni sorta di cose. Copertine di disco music, jazz, punk, vendevo qualche ritratto… Cose un po’ strane, surreali, che non erano dipinte molto bene… perché non mi davano abbastanza tempo per farlo. La storia della mia vita…».Riggs disegna quello che sarebbe diventato la base di partenza di Eddie durante il periodo d’oro del punk rock, cercando di creare un simbolo delle idee che la società stava sprecando per i giovani, in cui la generazione senza futuro di allora potesse identificarsi.

È il ritratto di uno zombie in t-shirt, con i capelli alla mohicana, che ti fissa, bucando il quarto muro, da una non precisata via in un sobborgo britannico. Riggs chiama il suo quadro “Electric Matthew says hello”. Passa l’opera d’arte al suo agente che la tiene per qualche settimana, per poi restituirla, giudicandola non molto commerciale.
Anche se allora non lo sapeva, questo personaggio dai capelli punk, che aveva disegnato due anni prima di incontrare gli Iron Maiden e prima che avessero un contratto discografico, sarebbe diventato il componente della band più riconoscibile. Riggs rimette il dipinto nel suo portfolio e se ne dimentica, fino al giorno in cui Rod Smallwood, il manager dei Maiden, e Steve Harris, in cerca di un’immagine per la copertina del loro primo album, ricercando nei portfolio degli studenti di arte squattrinati, non lo vedono e lo scelgono come icona del gruppo.

Harris aveva già pensato ad una fisionomia simile per Eddie the Head, bastava solo qualche ritocco e la testa usata nei concerti avrebbe assunto una forma definitiva. Dalla fusione della maschera in cartapesta e del ritratto di Electric Matthew si era infine approdati alla figura che conosciamo. Dopo l’aggiunta dei capelli per renderlo più vicino all’heavy metal e più lontano possibile dal punk, Eddie è pronto per l’omonimo album d’esordio.
«Ho inventato il personaggio di Eddie. Eddie è venuto prima dei Maiden». – Derek Riggs.
…to be continued…
Fabio Vannucci