Nato a Vancouver nel 1970 ma legato all’Italia da un rapporto privilegiato, Bocephus King, pseudonimo di Jamie Perry, è un eclettico personaggio tutto da scoprire.  Lo scorso febbraio, quando è scoppiata l’epidemia di Covid-19, il cantautore canadese era in tour in Italia ed ora è tornato da noi per salutare nuovamente il suo affezionato pubblico e presentare il suo ultimo album, “The Infinite and the Autogrill- vol.1”, uscito proprio a febbraio sul mercato italiano e il 31 luglio nel resto del mondo. Abbiamo avuto il privilegio di intervistarlo e dalle sue parole, a conferma di quanto emerge nelle sue canzoni e nelle sue esibizioni, abbiamo ricavato la sensazione di trovarci di fronte ad un artista autentico, toccato dalla grazia divina, che osserva la propria e l’altrui esistenza con saggezza e con distacco, ma allo stesso tempo è profondamente innamorato della vita e del “bel Paese”.

Ciao Jamie, e benvenuto da parte dello staff di Art Over Covers. Lo scorso febbraio, come si è detto, quando è iniziata qui da noi l’emergenza sanitaria stavi girando l’Italia con la tua band. Personalmente, l’ultimo concerto a cui ho assistito prima del lockdown è stato proprio il tuo, a Verano Brianza, il 16 febbraio. Come ti sei sentito quanto hai avuto notizia dello scoppio dell’epidemia?
Ero appena arrivato in Italia quando tutto è iniziato e mi sono reso conto che mi sarei trovato nel bel mezzo di una situazione complessa. Fin da subito ho cercato di mantenere la calma e di consultare tutte le possibili fonti di informazione per comprendere cosa stava accadendo e come era meglio affrontare questa circostanza. I miei programmi comprendevano il fatto di girare 5 stati passando per 8 aeroporti durante una vera e propria tempesta, vale a dire mentre il virus circolava incontrollato. Pertanto mi sono sentito come sempre mi sento, cioè consapevole del fatto che la vita sia precaria e fragile. La paura può divorarti l’anima. Così ho cercato di rimanere “centrato”, grato per tutto ciò che di positivo avevo e per le splendide persone come Max, Alex, Angie (i musicisti Max Malavasi, Alex Gariazzo e Angie, membri della band, ndr), che mi circondavano e che continuavano con me il tour di buon umore, nonostante tutto, mentre intorno a noi si scatenava l’inferno.
In qualità di artista, puoi affermare che la situazione di emergenza sanitaria abbia influito sul tuo punto di vista nei confronti dell’esistenza?
Essendo un musicista sono spesso in tour e conduco una vita itinerante, come un menestrello che gira per le corti (“One More Troubadour” è il titolo della traccia che apre l’ultimo album, ndr.). Lo stile di vita di un artista implica il fatto trovarsi in una situazione piuttosto precaria, in bilico tra le realtà altrui. Viviamo di poco o nulla, a parte la grazia divina. Quando la paura si insinua nella vita di ciascuno di noi in questo modo – paura della morte, paura di perdere tutto e così via – la fede è l’unica possibilità che abbiamo in contrapposizione ad essa. Cerco di focalizzarmi sul fatto che le cose stiano andando come devono andare. Qualsiasi cosa accada, non posso controllare gli eventi, ma solo la mia reazione ad essi. Io respiro, canto, aiuto chiunque io incontri lungo la mia strada ed abbia bisogno di me. L’arte è immaginazione, capacità di inventare nuove possibilità. Quando fuori è buio, io non guardo l’oscurità, ma cerco le stelle.

Da 21 anni hai un rapporto davvero speciale con l’Italia (Bocephus è stato per la prima volta nel nostro Paese nel 1999, ndr.) Perché essa è un luogo così particolare per te?
I motivi per i quali amo l’Italia sono tanti. Sicuramente il cibo, la storia, l’arte, l’architettura, l’atmosfera catturano i cuori di tutti coloro che visitano questo Paese, ma sotto certi aspetti credo che il mio legame con esso sia voluto dal destino. Ho “ereditato”, assorbito molti tratti tipicamente italiani, come le bellissime tradizioni legate alla convivialità, li ho portati con me, diffondendoli tra le persone che amo in Canada e altrove, e li ho osservati crescere, svilupparsi, come le piante crescono in un giardino. Inoltre i miei amici italiani sono per me una vera famiglia e mi sento davvero fortunato per il fatto di aver avuto la possibilità di trascorrere così tanto tempo qui. L’Italia è un luogo di autentica magia, che comunica direttamente con l’anima.

A proposito di Italia, si può affermare che la copertina del tuo ultimo album sia un tributo ai tuoi artisti e musicisti italiani preferiti, come Giacomo Leopardi, Caravaggio, Ennio Morricone, Francesco Guccini, Fabrizio De André, Ivan Graziani e Bobo Rondelli, tutti raffigurati nell’immagine insieme a te. Qual è stato il riscontro incontrato da questo particolarissimo artwork?
A causa della pandemia,  l’uscita dell’album nel resto del mondo è stata posticipata al 31 luglio, quindi al momento non ho avuto molti riscontri dall’estero, tuttavia tutti coloro che hanno visto la cover l’hanno apprezzata immensamente. Dori (Dorota Drodziel, l’artista polacca che ha realizzato il disegno, ndr) ha svolto un lavoro davvero straordinario.
A parte quella di “The Infinite and the Autogrill”, c’è un’altra copertina fra quelle dei tuoi album a cui sei particolarmente affezionato?
Sono molto legato alla cover di “The Illusion of Permanence”, che rappresenta il dio indiano Shiva. Il titolo dell’album, il contenuto delle canzoni e la presenza di questa divinità sono strettamente legati e veicolano il messaggio che volevo trasmettere. Shiva, infatti, distrugge il mondo allo scopo di ricostruirlo. La sua immagine è un monito affinché possiamo ricordarci che nulla di ciò che è tangibile dura in eterno (“all things must pass” direbbe George Harrison; ndr) e che la permanenza è un’illusione, pertanto la vita è adesso, bisogna vivere il presente.
Qual è stato il primo album che hai acquistato sentendoti attirato dalla sua copertina?
Da bambino trascorrevo moltissimo tempo ammirando le collezioni di dischi di altre persone e una copertina che ho contemplato a lungo è quella di “Goodbye Yellow Brick Road” di Elton John, ma non ricordo  di aver mai acquistato un album sentendomi specificatamente attratto dalla sua cover.

Quanto è importante l’artwork per il successo di un album, secondo te?
Al giorno d’oggi, nell’era della musica digitale, le copertine degli album sono spesso soltanto delle piccole icone sullo schermo dei nostri smartphone. Sicuramente rivestono meno importanza rispetto al passato. Detto questo, esse hanno ancora un ruolo di rilievo, ma soprattutto in termini di immagine e di marketing. Dal mio punto di vista, io presto la massima attenzione alla cover di un album, se la trovo interessante o attraente, perché mi aspetto che la stessa “magia”, la stessa spiritualità che essa trasmette siano presenti nel contenuto del disco.

Quali sono le copertine di altri artisti che apprezzi particolarmente?
Ce ne sono moltissime, ma quelle che amo di più sono tutte le copertine dell’etichetta Blue Note, “American Beauty” dei Grateful Dead, “Chicken Skin Music” di Ry Cooder, “Post “di Bjork, “Undercover” dei Rolling Stones, “Achtung Baby” degli U2, “Axis” e “Bold As Love” di Jimi Hendrix, “Time Out Of Mind” di Bob Dylan, “The Hissing Of Summer” di Joni Mitchell e, per tornare in Italia, “Anime Salve” di Fabrizio De André.
Benissimo, Jamie, ora dobbiamo salutarci, in attesa di rivederti nei prossimi giorni dal vivo! Per concludere, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho intenzione di essere felice e divertirmi finché sarò in vita, per poi ritornare sulla Terra e rifare tutto da capo!

Pensieri profondi, intrisi di spiritualità, di saggezza ma anche di infinito amore per tutto ciò che l’esistenza, per quanto effimera, ci può donare: tutto questo è l’uomo e l’artista Bocephus King.
Queste le date dei suoi prossimi concerti:
5 agosto, Lissone (MB), Museo d’Arte Contemporanea con Borderlobo
8 agosto, Somma Lombardo, Cortile del Municipio, con Dona Flor
16 agosto, Piombino (LI), Porticciolo di Marina, con Andrea Scanzi.
Sito internet: www.bocephusking.ca