Anno d’uscita: 1997
Sito web:
https://www.oasisinet.com/
“Be Here Now” (1997),
il terzo album degli Oasis, vede proseguire la collaborazione, per quanto riguarda la parte visuale, con l’agenzia Microdot di Brian Cannon. Divenuti ormai star internazionali, Liam e Noel affidano nuovamente la realizzazione della copertina dell’album al fotografo Michael Spencer-Jones, autore degli scatti per i precedenti “Definitely Maybe” (1994) e (What’s the Story?) Morning Glory” (1995). Il disco fu oggetto di una spasmodica attesa da parte degli ammiratori ed è tuttora il long playing venduto più velocemente sul mercato britannico: soltanto il primo giorno vendette nel Regno Unito 424.000 copie.

“Be Here Now” rappresenta probabilmente il vertice, ma anche il primo momento di decadenza, del movimento Britpop, che successivamente cominciò a vacillare nella propria integrità. Tuttavia è sulla sua copertina, meno spontanea e più autoreferenziale delle due precedenti, che si concentra la nostra attenzione.

Ancora una volta, infatti, sulla cover di un full-length del gruppo di Manchester compaiono simboli e citazioni, ma anche elementi accostati in modo casuale per “giocare” con i fans alla ricerca di chissà quale recondito significato apparentemente insito nella scelta degli oggetti rappresentati.

Il riferimento al “qui ed ora” del titolo fu l’elemento di partenza per la scelta della messinscena da rappresentare. Inizialmente ciascun membro della band pensò di ricreare sulla copertina il set del proprio film preferito. Noel Gallagher, ad esempio, avrebbe voluto essere fotografato in cima ad una montagna dove gli alieni sarebbero atterrati, come nella pellicola “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Alla fine, però, venne accolta la proposta di Bonehead di ritrarre i componenti del gruppo ai bordi di una piscina con una Rolls Royce cadutavi dentro: un vero eccesso da rockstar, degno di un personaggio come Keith Moon.
Celebre è l’episodio, infatti, in cui il batterista degli Who finì nella piscina di casa sua con una lussuosa auto, modello Lincoln Continental, mentre era ubriaco fradicio durante il party per il suo ventunesimo compleanno, nel 1967.

La location individuata a questo scopo fu lo Stocks Hotel and Country Club ad Albury, il cui padrone era Victor Lowes, braccio destro di Hugh Hefner e responsabile dell’impero di Playboy in Europa. L’edificio del club, una antica residenza di campagna situata nell’Hertfordshire e risalente al 1773,  è visibile nella foto di copertina sulla destra.
Nel giardino sono presenti i membri della band, in varie posizioni, per lo più in lontananza. Sulla sinistra, sullo sfondo, un grande albero; al centro dell’immagine una piscina, circondata da una pavimentazione in pietra, contiene una Rolls Royce. L’auto era in realtà una carcassa priva di motore, che fu affittata da Cannon per due giorni a mille sterline. Venne usata una gru per posizionarla su dei piedistalli all’interno della piscina che era stata prosciugata la notte precedente.
Subito dopo la piscina venne riempita nuovamente, causando l’esaurimento delle risorse idriche del paese per un’intera giornata, vale a dire per la durata della sessione fotografica. Poiché l’auto era anche priva di targa, si decise di inserire quella dell’auto della polizia che compare sulla copertina di “Abbey Road” dei Beatles: 5YD 724F (potete leggere la recensione della copertina qui: https://www.artovercovers.com/2017/09/20/abbey-road-the-beatles/)
Le immagini del batterista Alan White e di McGuigan vennero aggiunte successivamente nella foto, insieme alla già citata targa dell’auto e alla figura presente sullo schermo del televisore, che è quella della copertina stessa.

Tutti gli oggetti presenti sul set, come la TV, il calendario, il mappamondo e il grammofono, vennero presi in prestito dagli archivi della BBC. Il mappamondo era un riferimento a quello presente sulla copertina di “Definitely Maybe”. Gli altri elementi, invece,vennero accostati tra di loro senza un particolare significato.
Lo scooter Zundapp Bella, accanto al quale è visibile Liam, unica figura umana in primo piano rispetto alle altre apparteneva a Noel. La data presente sul calendario rappresenta quella di pubblicazione dell’album: giovedì 21 agosto 1997 in Europa, martedì 26 agosto negli USA.
Il “tributo” ai Beatles, ai quali spesso la band di Manchester è stata paragonata, non si limita al particolare della targa dell’auto, ma è presente fin dallo stesso titolo del disco: “Be Here Now” è infatti un brano di George Harrison del 1973, contenuto nell’album “Living in the Material World”.
In realtà Harrison prese spunto da una fonte legata al suo interesse per lo spiritualismo: “Be Here Now” era infatti il titolo di un libro del 1971 del ricercatore e psicologo americano Ram Dass, che aveva lavorato a lungo con Timothy Leary. Quest’ultimo, famoso per le sue sperimentazioni con l’LSD, è considerato uno dei padri del movimento psichedelico degli anni Sessanta per l’influenza che le droghe che allargavano le “porte della percezione” ebbero su di esso.
Leary era ben noto a John Lennon, che fu ispirato dalle sue teorie quando scrisse il testo di “Tomorrow Never Knows” nell’album “Revolver” (1966) (qui la recensione sulla copertina: https://www.artovercovers.com/2019/09/05/revolver). Noel era un grande fan di Lennon, e così il cerchio si chiude.

I legami con i Fab Four  sono però anche altri. Nella title track è infatti presente un verso che si riferisce direttamente alla band di Liverpool: «Sing a song for me, one from Let it Be». Anche il titolo del brano “It’s Getting Better” rievoca il quasi omonimo pezzo di “Sgt. Pepper”(link per l’articolo sulla copertina: https://www.artovercovers.com/2017/09/10/sgt-peppers-lonely-hearts-club-band-the-beatles/). Echi di canzoni dei Beatles sono disseminati, come è noto, in tutta la produzione dei fratelli Gallagher.

Nonostante lo strepitoso successo, come si è detto, l’album segna il primo momento di involuzione per la band di Manchester, legato anche all’abuso di alcool e droghe e agli “eccessi da rockstar” a cui soprattutto il frontman Liam si lasciò andare. L’immagine di copertina, comunque, fotografa un momento della carriera degli Oasis in cui, all’apice del successo, si sentivano davvero più grandi di Dio: «we are bigger than God» ebbe a dire quell’anno Noel, citando la celeberrima affermazione «We are more popular than Jesus» di John Lennon del 1966 che tante polemiche scatenò contro i Beatles.

Non siamo sicuri che gli Oasis siano stati “i nuovi Beatles”, come qualcuno li ha definiti, ma indubbiamente ci provarono, dichiarando apertamente in più occasioni, tra le quali le stesse copertine, il legame che li univa ai Fab Four.
Maria Macchia