I Wet Floor sono una Garage-Rock band nata nel 2005. Musicalmente prendono spunto dalla filosofia del Garage rock, suonando un rock grezzo, che passa dall’alternative, all’indie e soprattutto al punk-rock. Dopo svariati concerti nell’hinterland milanese e due EP, nel 2011 la band presenta il primo album autoprodotto “L’effetto del Curaro” a cui seguirà nel 2014 un nuovo full-length intitolato “Profezia in 12 Pezzi”. Il 10 Aprile 2020 vede l’uscita della loro ultima raccolta di inediti: “La Città Era Piena di Rumore”; la cui suggestiva copertina presentataci dalla Bagana Records ha attirato la nostra attenzione tanto da aver stimolato la nostra curiosità per conoscere meglio questi ragazzi e i loro gusti visuali. Ecco la nostra chiacchierata…

Ciao ragazzi e benvenuti su Art Over Covers, avete voglia di parlarci un po’ di come è nata la vostra band?
Staglia: Io e Luke andavamo a scuola insieme. Un giorno passo a fianco al suo banco al cambio dell’ora, mentre sta organizzandosi con un altro compagno di scuola per suonare insieme. Li sento parlare e gli dico: “Ehi volete formare una band? Io suono la chitarra”. Ci siamo trovati alla prima prova in 4, ma l’altro ragazzo, quello con cui Luke si stava organizzando, non aveva imparato la cover che dovevamo suonare. Fondamentalmente non aveva voglia. Noi abbiamo suonato per due ore la stessa canzone. Facevamo schifo, ma avevamo una voglia matta di suonare in una band. 15 anni dopo eccoci qui con tre dischi, svariati concerti e qualche cambio di formazione. Da un paio d’anni suoniamo con Ste e Fabietto e mi sento di poter dire che abbiamo trovato quello che cercavamo come band. Non li vedo come turnisti o aiutanti, ma come parte fondamentale di questa band. E spero che anche loro si sentano così.

Siamo curiosi di conoscere com’è nata l’immagine di copertina del vostro ultimo lavoro “La Città Era Piena di Rumore”;. 
Tutto è partito da una foto, sembrerà assurdo, ma possiamo dire che abbiamo scelto prima la copertina dell’album di tutto il resto. Eravamo a Torino per un concerto e dopo il sound check abbiamo fatto un giro per la città. C’erano degli amici con noi, venuti apposta per il nostro live e volevamo passare un po’ di tempo insieme prima di iniziare a suonare. Marina aveva portato la macchina fotografica per farci qualche scatto al concerto, ma ha colto l’occasione per farne delle altre in città. Non so se ci fosse un festival o qualche ricorrenza, non lo ricordo, sta di fatto che c’erano luminarie in tutta l’area pedonale in cui stavamo passeggiando. Le foto le abbiamo riviste giorni dopo e ci hanno colpito. Abbiamo quasi lasciato perdere quelle del concerto, perché nelle foto della città c’era qualcosa che ci aveva attirato. Una di queste ci sembrava evocativa: una città fatta di edifici immobili e di una folla di persone che camminano in varie direzioni, alcune opposte. E poi la luminaria con scritto “La città era piena di rumore”, girata al contrario, quasi fosse sballottata da tutta quella confusione. Sembrava messa lì apposta per la foto, quasi come una didascalia. Non sono un esperto di fotografia e non so in generale definire se una foto è bella secondo i canoni e non mi interessava molto. Mi ha stupito, emozionato e fatto riflettere su come io e gli altri della band ci sentivamo in quel momento. E questo mood l’avevamo iniziato a mettere dentro le canzoni che stavamo scrivendo, inconsapevolmente.  Se non ci fosse stata quella foto forse non avremmo scritto questo album. Abbiamo mandato la foto ad Ari, che spesso ha curato la parte grafica di tutte le nostre cose ed aveva già lavorato al nostro primo album “L’effetto del curaro”. Ari credo abbia la capacità, forse perché ci conosce da tempo, di rendere sensate le cose che gli proponiamo, anche se sono idee messe giù alla rinfusa. Siamo stati una band anche nel lavoro grafico: 4 teste che si mettono di impegno e si scontrano tra loro per far valere la propria idea ed alla fine trovare la quadra. Il bianco – nero doveva restare, ci ricorda album fondamentali per noi: il primo album dei Rage Against the Machine, il primo dei Ramones, gli American Recordings di Johnny Cash ecc.., ma volevamo che il titolo venisse evidenziato, senza “rovinare” la foto. Siamo andati anche a cercare quella frase ed abbiamo scoperto che fa parte di un racconto di Guido Quarzo, intitolato Luì e l’arte di andare nel bosco. Racconta di come “armonizzare” le paure attraverso i suoni, la musica. La musica come via di fuga, come “valvola di sfogo”, come stimolo a cercare la propria strada è quello che volevamo raccontare in questo disco non solo a parole. Abbiamo anche pensato ad un formato fisico dell’album, non il classico CD e non solo il vinile, per alimentare questa influenza tra parole, foto e musica. Abbiamo selezionato delle foto e le abbiamo associate alle canzoni dell’album. Quando finirà questo periodo speriamo di poterlo portare a termine.
Artwork: Arianna Fedele
Foto di copertina: Marina Bonomi
Quant’è importante secondo voi l’immagine per la vostra musica?
Ste: Sul palco e nella dimensione “live” è tutto. Fa parte del gioco: suoni, sali su un palco, ti esponi, devi intrattenere le persone per 45 minuti, devi colpire chi ti sta ascoltando, devi rapire chi ti sta guardando. Quante volte capita che una band suoni benissimo dal vivo ma che sia una noia da guardare? Quante volte capita che una band magari non suoni benissimo ma fa uno show della Madonna? Ecco, è una delle poche volte che la verità sta nel mezzo. Un aneddoto divertente: mi da anche fastidio quando le persone che suonano si presentano prima, durante e dopo lo show vestiti ancora uguali. Vuol dire non avere rispetto per chi è lì a vederti: cambiati! Che senso ha farti vedere con gli “abiti di scena” prima di salire sul palco? Togli tutto l’effetto della sorpresa e anche un po’ di divertimento ai fotografi che sono lì a lavorare per te. Se sul palco catturi l’attenzione anche le foto verranno sicuramente meglio.

In che modo questa copertina vi ricorda l’omonimo disco dei Rage Against the Machine, il primo lavoro dei Ramones, e gli American Recordings di Johnny Cash? Forse solo per il bianco e nero, perché tutti questi artworks hanno contesti completamente diversi rispetto al vostro.
Staglia: Sono tutti album che abbiamo in originale e la cui copertina ci ha colpito. Pur nella semplicità di un ritratto, la copertina di “When the Men Comes Around” è evocativa nel richiamare le caratteristiche del disco: essenziale, profondo, vintage, personale. La copertina dell’album dei Ramones è poi un classico: quante band hanno fatto una foto come loro?! Direi praticamente tutti. Qualche anno fa mi hanno regalato il vinile. La cover è bella anche ora, più delle altre loro copertine a colori. Nel nostro caso, abbiamo visto una foto bella, già in bianco nero ed abbiamo pensato che, anche come copertina di un disco, non dovesse avere niente di più, proprio perché avevamo in mente questi riferimenti. È chiaro che quei dischi appartengono a mondi musicali diversi dal nostro, ma mi piace pensare che tutto ciò che ascolti, vedi e vivi possa aiutarti in scelte apparentemente molto lontane dalla fonte.
Siccome la scelta di questa copertina è partita prima della lavorazione del disco, ha influenzato i testi delle vostre canzoni? L’avete presa anche come punto di riferimento?
Staglia: la foto di copertina ci ha fatto rendere conto di quello che già stavamo cominciando a scrivere. Da quando abbiamo realizzato la cosa, abbiamo continuato in quella direzione, ma la cosa è venuta molto naturale. La foto ha solo acceso i fari della macchina con cui stavamo percorrendo una strada buia. Ci ha aiutato a vederci chiaro.

Ho studiato arte contemporanea per molti anni e appena ho visto la vostra copertina l’ho associata molto alle opere al neon di Bruce Nauman e di Joseph Kosuth, il cui intento è definire l’arte unicamente come una comunicazione verbale. In questo caso la vostra frase pensate che abbia la giusta forza per attirare l’attenzione della gente e di rivelare delle verità mistiche come dicono gli artisti?
Staglia
: cerchiamo sempre di evitare di scrivere pensando di dover rivelare qualcosa. Scriviamo il nostro vivere e le nostre percezioni della società in cui siamo immersi, cercando di raccontarlo in un linguaggio intimo, ma non troppo personale, in modo che, anche gli altri, possano farle proprie e cercando di far qualcosa di positivo. Crediamo che sia un’immagine forte, che ha attirato fin da subito la nostra attenzione. Più che rivelare delle risposte, speriamo susciti delle domande negli altri ed in noi stessi.
Ste: se devo essere sincero è una delle domande più difficili che mi abbiano mai fatto dai tempi dell’università. Scherzi a parte, Andre ha pienamente ragione. Non abbiamo la presunzione di insegnare o convincere qualcuno di quello che noi pensiamo. Non siamo politici e non facciamo come loro, siamo quattro amici che suonano e vogliono comunicare qualcosa che hanno dentro. Poi, libera interpretazione della gente. Odio con tutto me stesso quelli che suonano e che vogliono fare propaganda (non per forza politica). Suona e non rompere le palle, non fare di tutto per cercare di imporre quello che pensi. Quando vai oltre… il 90% delle volte fai ridere o non sei per niente credibile.
I vostri full-lenght precedenti hanno copertine molto diverse l’una dall’altra, quale delle tre è stata più difficile da realizzare e anche da pensare?
Staglia: Direi quella del nostro primo album “L’Effetto del Curaro”. Eravamo alla nostra prima esperienza e volevamo mettere giù tutte le idee che avevamo in mente. Anche la copertina è così: piena di riferimenti che, alla fine, abbiamo capito solo noi.

Per i vostri prossimi dischi pensate di affidarvi nuovamente all’occhio fotografico di Marina Bonomi?
Staglia: per ora abbiamo in mente il disco appena uscito ed il tornare a suonare dal vivo il prima possibile. Quando sarà il momento ci penseremo.
Ste: perché Staglia fa il timidone e non può sbilanciarsi per evitare il classico conflitto di interessi… ma Marina è stata veramente brava nel catturare quella foto! Questo complimento se lo merita.

Le immagini delle vostre copertine sono tutte correlate con i testi delle canzoni?
Staglia: in questo disco si ripete spesso la parola “rumore”, non solo nella title track. È la parola chiave dell’album, che ne racchiude il concept ed è nella copertina, non solo perché è scritto. La copertina ti dice con che cosa hai a che fare, sarebbe strano se non fosse così. È come avere un bicchiere di tequila con dentro dell’acqua o viceversa. In ogni caso ti aspetti una cosa e quando bevi rischi di rimanerci male.
Da cosa è derivata la scelta del vostro moniker e cosa significa?
Staglia: Cercavamo un nome che suonasse bene e, dopo svariati tentativi, ne abbiamo trovato uno con anche un simbolo già pronto. Meglio di così! Nel corso del tempo poi abbiamo provato a dargli un senso: l’omino del simbolo scivola su questo pavimento bagnato che rappresenta la società in cui viviamo, che ci rende instabili. “Scivolo, ma non precipito su questo pavimento” dice la nostra “Rock Therapy”. Ci piace pensare che l’omino del simbolo non sia ancora caduto ed anzi voglia rialzarsi. La musica ti aiuta a farlo ed è per questo che diciamo che è terapeutica.
Vi è mai capitato di acquistare un disco solo per l’immagine della cover? Se sì, quale?
Fabio: Quando acquisti un disco, al giorno d’oggi, vuoi che sia un’opera d’arte completa: deve contenere ottima musica, ma anche bello da vedere, da toccare, con un booklet studiato e impaginato bene. Uscire con un disco significa tutto questo, altrimenti ci limiteremmo ad ascoltarlo in streaming. Se penso all’ultimo cd acquistato solo per la copertina, la risposta è senza ombra di dubbio “In the Court of the Crimson King”, in vinile. Oltre al valore storico che rappresenta, una delle pietre miliari del prog, rappresenta esattamente l’espressione che ebbi quando l’ascoltai per la prima volta.
Quali sono secondo voi le copertine migliori della musica?
Fabio: Per un elenco esauriente ma non esaustivo, il consiglio è quello di ascoltare “Cover” di Caparezza: una straordinaria metafora in cui le copertine dei dischi che hanno fatto la storia e la vita del narratore si intrecciano dalla nascita alla morte. Innuendo (Queen), The Dark Side of the Moon (Pink Floyd), Pet Sounds (The Beach Boys), Fragile (Yes), Nevermind (Nirvana), Music for the Masses (Depeche Mode) giusto per citarne qualcuno. Personalmente, amo le copertine che “parlano” da sole, senza alcuna scritta, per citarne qualcuna: Abbey Road (The Beatles), In Absentia (Porcupine Tree), Led Zeppelin IV. Alcune raccontano una storia, altre sono semplicemente opere d’arte. La copertina che sicuramente mi ha lasciato più allibito è “Making Movies” dei Dire Straits: solo rosso, ma uno di quei rossi che ti da rabbia e fastidio, in ossimoro con quello che contiene. Dentro poesie che ti sciolgono come “Tunnel of Love” e “Romeo and Juliet”, fuori la rabbia. Ancora non sono riuscito a digerirlo.
I vostri artisti figurativi preferiti o fotografi?
Fabio: Vale nella fotografia, nell’arte come nella musica: amo chiunque riesca a trasmettermi un’idea, un sentimento, una storia. Sono un amante dell’arte rinascimentale italiana, da Michelangelo a Caravaggio, più per le storie che trasmettono attraverso ogni loro opera che per la maestria tecnica. Basta pensare a ” Giuditta che decapita Oloferne” di Artemisia Gentileschi, uno dei primi tentativi di emancipazione femminile della storia, in cui prevale rabbia e desiderio di trovare il proprio posto in un mondo che non è ancora pronto per accettarti, e si parla dei primi anni del 1600. Maestria tecnica, sentimenti e storie: impossibile non pensare agli scatti di Steve McCurry, se devo pensare a un fotografo. Al giorno d’oggi l’arte figurativa è secondo me diventata un bene di consumo: basta aprire un social qualunque come Instagram e si è sommersi di “rumore” nel senso wetfloriano del termine. Chiunque può fare una fotografia, un ritratto, un esecuzione musicale perfetta tecnicamente, e nel caso ci sono sempre i filtri o la post produzione. Cito una massima di Gavin Harrison, uno dei batteristi che plasmano quotidianamente il mio modo di suonare. “I’m very impressed by technique, but I’m moved by ideas. And I wanna be moved.”

C’è qualcosa che vorreste aggiungere e che non è ancora stato detto?
Aggiungiamo che vi ringraziamo davvero tanto per averci dato e per dare spazio a band come la nostra. Parlare di musica è terapeutico sia per noi che proviamo a farla nel miglior modo possibile e per chi (ci) ascolta.