Gli anni Sessanta e Settanta sono quelli in cui la Factory di Andy Warhol produce le copertine più note di sempre, accanto a progetti meno conosciuti dal grande pubblico. I Sixties sono indubbiamente un periodo di fervente attività per Warhol e il suo entourage. Le immagini realizzate spaziano attraverso generi, artisti e produzioni molto differenti tra loro. Il decennio si inaugura con la cover della registrazione di un reading del poeta Tennessee Williams (1960), per poi proseguire con la già citata raccolta di interviste “Giant Size $ 1.57 Each” che vira nettamente in direzione della Pop Art (1963), passando per i due dischi del cabarettista John Wallowitch e i relativi esperimenti con le istantanee da cabina (1964).
Successivamente la Factory è coinvolta in produzioni più articolate, con compilations come “The East Village Other” (1965), in cui compaiono i Velvet Underground e lo stesso Andy in veste di compositore.

Il team si occupa poi, l’anno seguente, di realizzare un numero della rivista di avanguardia “Aspen Magazine”, contenente un flexi disc che, ricordando le “Brillo Boxes” del 1964, riproduce sulla copertina dell’album la pubblicità di un detergente per lavatrice, in puro spirito Pop Art.
Il 1967 non è solo l’anno di “The Velvet Underground & Nico”, ma anche di “Andy Warhol’s Index Book”, un volume fotografico contenente un flexi disc e numerosi gadget. Il 1968 vede quindi l’uscita di “White Light/White Heat” dei Velvet Underground, album con una cover molto diversa rispetto agli standard della Factory in cui, su uno sfondo completamente nero, si intravede la sagoma di un teschio. L’estetica dell’artwork fa riferimento all’underground e non alla Pop Art e riflette il ruolo di Lou Reed come leader della band. Reed, infatti, disegnò la copertina personalmente, in collaborazione con il fotografo della Factory Billy Name.
Il decennio seguente viene inaugurato da un’altra memorabile produzione, marchio di fabbrica del team di Warhol: di tratta della celeberrima “Sticky Fingers” (1971) dei Rolling Stones. Tra le realizzazioni più significative degli anni Settanta merita poi una citazione “The Academy in Peril” di John Cale, sulla quale compaiono trenta diapositive Kodachrome con particolari del viso del musicista. Dal 1973 in poi le cover sono per lo più ritratti realizzati con varie tecniche: ricordiamo tra le altre “The Painter” di Paul Anka (1976).Quella del ritratto diverrà una tipologia quasi esclusiva fino al 1987, anno a cui risale l’ultima cover prima della morte di Warhol, realizzata per una compilation di MTV. L’ultimo ritratto, comunque, è l’intenso e iconico volto di Debbie Harry per il suo “Rockbird” (1986).

Maria Macchia