Andy Warhol, il leader della Pop Art, è noto per aver disegnato copertine rimaste nella storia del rock e del design, come quella con la celeberrima “peel off banana” per i Velvet Underground (https://www.artovercovers.com/the-velvet-underground-the-velvet-underground-nico) e la provocatoria cover con cerniera incorporata di “Sticky Fingers” dei Rolling Stones (https://www.artovercovers.com/sticky-fingers-rolling-stones). Ma l’attività dell’artista di Pittsburgh in questo campo fu molto vasta, in quanto egli, tra il 1949 e il 1987, l’anno della sua scomparsa, progettò oltre 50 copertine di dischi jazz, pop, rock e di musica classica.
Se uno degli assunti della Pop Art e dello stesso Warhol è quello di considerare l’opera d’arte come un prodotto seriale, il disco rappresenta indubbiamente un oggetto che, venduto in centinaia di migliaia di copie ad un prezzo accessibile, ha la massima diffusione tra un pubblico vasto e variegato e diventa pertanto il veicolo di diffusione per eccellenza di questa concezione artistica.

La carriera di Warhol in questo settore si snoda lungo l’arco di trentotto anni, durante il quale anche il supporto fonografico si evolve, dal 78 giri al 33 giri, al 45 giri fino al compact disc. L’evoluzione della tecnologia musicale va quindi di pari passo con le tappe della carriera dell’eclettico artista.

Prima del 1938 le buste dei dischi erano prive di illustrazioni e fu la Columbia Records a introdurre questa importante innovazione. Negli Stati Uniti del dopoguerra la copertina di un disco e, più in generale, l’imballaggio di un prodotto divennero fondamentali per offrire ai consumatori un’idea del contenuto ma, soprattutto, per incrementarne le vendite.

Quando, nel 1949, iniziò a disegnare copertine, Andy era un artista sconosciuto e squattrinato. Il suo primo lavoro per la Columbia Records fu per un disco di musica classica intitolato “A Program of Mexican Music”.  In seguito realizzò disegni per registrazioni di jazz e di programmi radiofonici riversati su vinile. In questi primi progetti la grafica è essenziale e prevale l’uso del bianco e nero. I progetti più elaborati, con immagini a tutto campo e la presenza del colore, risalgono alla metà degli anni Cinquanta, alternati però a raffigurazioni più essenziali e stilizzate.
Per tutto il decennio la produzione dell’artista è dedicata all’illustrazione per registrazioni di jazz (Count Basie, Thelonious Monk, Kenny Burrell, Artie Shaw) e classica (Mozart, Strauss, Rossini). Nelle cover degli anni Cinquanta domina la tecnica “a linea macchiata” (blotted line), che consiste nel trasferire un disegno a inchiostro da un foglio di carta impermeabile a uno di carta assorbente, con un conseguente effetto frastagliato nel contorno della figura.
Così sono realizzati, ad esempio, i disegni sulla copertina di “Kenny Burrell Volume 2” (1956) .
Un punto di svolta è rappresentato, nel 1963, dalla copertina di una serie di registrazioni di interviste di artisti della Pop Art, intitolata “Giant Size S.1.57 each” . È il primo lavoro che esprime l’essenza del movimento: se l’intento della Pop Art era quello di raffigurare oggetti della quotidianità al di fuori del loro contesto per trasformarli in opere d’arte, questo è quello che avviene in questo caso: la pubblicità di un’offerta speciale di un supermercato diviene un’immagine iconica da riprodurre in migliaia di copie,come involucro delle dichiarazioni di intenti dei rappresentanti della Pop Art stessa.
Altrettanto emblematica è la cover di “This is John Wallowitch” (1964),che riprende gli esperimenti fotografici di Warhol con la fototessera, la cui struttura torna anche in molte serigrafie di quegli anni.
Da questo punto in poi l’evoluzione dell’artista statunitense è inarrestabile e, da qui alla storica cover di “The Velvet Underground & Nico“, il passo sarà breve.
Maria Macchia