Anno d’uscita: 2015
Sito web: https://www.levanteofficial.com/
«Al diavolo i labirinti cerebrali, io seguo il mio istinto e questa penso sia la strada giusta per la felicità». (http://popsoap.it/levante-con-abbi-cura-di-te-ho-salvato-il-cuore/).
È quello che ha fatto Claudia Lagona in arte Levante e ce lo ha recentemente dimostrato anche la sua energica apparizione al Festival di Saremo 2020 con la canzone “Tikibombom”.
Con “Abbi Cura di Te”, Levante ha affilato il suo personale sound pop-rock, amaro e dolce al contempo, arricchendolo e venandolo di elementi di musica elettronica. Si tratta infatti di un disco pop composto con chitarre, batterie elettroniche, banjo e testi onesti e diretti, tipici dell’area della musica indipendent. È un suono che convince molti. Sembra dunque legittimo concludere che l’artista è riuscita e riesce tutt’ora a connettere in modo leggero e naturale il mainstream con la musica indipendente.

In un’intervista per Onstage, rispondendo alla domanda cosa significa il titolo e a chi è rivolto risponde: «Mi fu detto in un momento nel quale mi stavo inconsciamente facendo del male: arrivò all’improvviso una chiamata dalla mia insegnante di canto che mi disse «abbi cura di te» e quella frase, così semplice, in quel momento, suonava come la cosa più bella che potessero dirmi e il consiglio più grande che potessero darmi». In seguito svela «Non ho mai avuto paura di mostrarmi, il percorso che faccio nel comporre è come scrivere un diario: sarebbe una cosa segreta, ma farlo leggere agli altri è una cura». (https://www.onstageweb.com/interviste/levante-racconta-abbi-cura-di-te-non-abbiate-paura-della-felicita/)

In copertina tutto questo viene ripreso con un linguaggio visivo esplicito e diretto come i testi delle canzoni. Si tratta senz’altro di un’opera fotografica che funziona: pulita e ben composta, inscena perfettamente quello che l’artista ha a cuore, ovvero la decisione per e il percorso verso la felicità.
Levante si trova in una stanza bianco crema con riproduzioni di crani e corna di animali, sempre candidi e un po’ astratti, appesi ai muri che fanno da sfondo. Sono interpretabili come simbolo dei vecchi mostri che si è lasciata dietro. In secondo piano e sempre dietro di lei, dei palloncini bianchi, legati a una borsa di viaggio pure bianca e collocata a terra, sono pronti al decollo. In questo scenario l’artista, posta in primo piano, accoltella un enorme cervello su cui siede e tiene in mano un cuore un po’ sovradimensionato, dunque un “grande cuore”. Il suo vestito, lattescente crema con una leggera tendenza al rosa è semitrasparente. Si fa simbolo del carattere autobiografico e del mettersi parzialmente a nudo.

L’uccisione del cervello può essere vista come metafora visiva della frase citata all’inizio di questa recensione: evoca il superamento delle gabbie mentali che precludono il percorso della vita e del cuore e dunque della felicità.  È la metafora al rovescio del Cuore trafitto, al cui posto c’è la Mente. Non solo l’artista vi si siede sopra, in segno di dominio del “corpo” sulla “mente”, ma addirittura lo pugnala, come spesso il cuore viene trafitto. La scelta di bianco crema e rosa come colori principali fa anche pensare alla funzione della tenerezza, della purezza che segue al processo di liberazione dalla mente, da cui sgorgano spontaneità e una sorta di innocenza.

Ma la cover non funziona solamente attraverso i suoi contenuti metaforici e la composizione. Funziona, diventando bella anche perché segue due regole fondamentali del linguaggio visivo e dell’arte in generale: la coerenza e la semplicità! Così anche le scritte si tingono dei colori presenti nella fotografia: il nero dei capelli per il nome dell’artista e il rosa del cuore come pure del rossetto posto sulle sue labbra, per il nome dell’album. Risulta funzionale al contenuto autobiografico anche l’utilizzo di caratteri che ricordano una scrittura di pugno.
Tutti i colori sono pacatamente caldi.  Si tratta di colori pastello, soavi e vicini al rosa i quali si abbinano non solo perfettamente tra di loro in armonie di colori analoghi senza arrivare mai ai loro complementari, ma anche al tono della voce mai grezzo che l’artista usa nel suo canto. Rinunciando ai colori complementari la color palette utilizzata nell’immagine trasmette assenza di conflittualità. Il concetto è rigorosamente mantenuto nel corposo booklet, all’interno del quale troviamo molte foto che riprendono elementi della scena della copertina spesso affiancati a frammenti significativi dei testi delle canzoni. Mini-opere di questo tipo sono inoltre state utilizzate nella campagna promozionale nei social media, aggiungendoci vari hashtag.
Tornando alla cover, il cerchio della coerenza si chiude con l’espressività del ritratto. Levante ci guarda leggermente dall’altro con occhi scuri e misteriosi, pacati ma anche sfidanti. Qui il fotografo Riccardo La Valle è riuscito a catturare in modo congruo il sentimento e dunque l’anima dell’album. Da un intervista rilasciata a Musica delle Sfere trapela infine che il concetto di tutto l’immaginario visivo qui discusso, è stato creato e realizzato sulla base delle idee della musicista e cantautrice stessa. (https://musica-delle-sfere.blogspot.com/2015/)
Fabian Von Unwerth
coedited by Lucia Fontana