Anno d’uscita: 1999
Ragia: Frank Darabont
“Il Miglio Verde”
è un film del 1999 prodotto, scritto e diretto da Frank Darabont, dove troviamo come protagonisti il bravissimo Tom Hanks e Michael Clarke Duncan. La pellicola è stata tratta dal romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1996, ed è vincitore del Premio Bram Stoker.

La locandina è stata realizzata dall’illustratore statunitense Drew Struzan, il quale dominò negli anni ’80; infatti, la maggior parte dei successi di quegli anni ebbero poster firmati proprio da questo artista, come quelli di “Indiana Jones” e “Star Wars”. Le sue caratteristiche principali sono l’iperrealismo dei volti e la patinatura delle immagini data grazie al corretto uso dell’aerografo e dei colori acrilici. In questa affiche invece usa un effetto fotografico, dove in primo piano viene rappresentato proprio Tom Hanks (che nel film interpreta il personaggio Paul Edgecombe, capo guardia del carcere di Cold Mountain).
Ha uno sguardo che trasmette qualcosa, si può dire quasi magnetico, riconducibile alla frase nel film “Non sono più sicuro di cosa sono sicuro“; un viso pieno di angoscia, dubbio e malinconia verso un qualcosa che non riesce a capire… Durante il 1935, la vita di Paul cambia quando nell’istituzione giunge John Coffey, un gigante di colore accusato di aver massacrato due bambine. John è un uomo di quasi due metri che teme il buio e si prende cura di un piccolo topolino nella sua cella. La sua corporatura massiccia mal si adatta alla sua indole buona e alla condanna da scontare, così Paul inizia a dubitare della sua colpevolezza.

Il miglio verde è il percorso che i condannati a morte compiono dalla propria cella al luogo dell’esecuzione, un corridoio di linoleum verde che doveva condurre i carcerati alla stanza della temuta sedia elettrica. Strana scelta quindi di non rappresentare questo percorso tutto verde (come invece possiamo notare nella copertina del libro), ma bensì ciò che viene focalizzato sono le carceri illuminate da una piccola finestra. Si snoda attorno ad un filo conduttore che marca una netta distinzione tra bene e male. Forse la scelta è stata fatta per non essere banale e per, in qualche modo, trasmettere i sentimenti puri ed emotivi del protagonista. Prevale l’arancione ed il giallo, colori quindi caldi.
L’arancione, a causa della sua associazione con il variare delle stagioni, può anche rappresentare il cambiamento ed il movimento. Attira quindi l’attenzione dello spettatore senza però essere invadente come il rosso. Il giallo, invece, può anche essere associato con l’inganno e la codardia, ma anche alla speranza, come si può vedere in alcuni paesi in cui dei nastri gialli vengono appesi fuori dalla porta da quelle famiglie che hanno persone care in guerra di cui attendono il ritorno. (In questo caso qualche persona attenderà a casa con la speranza nel cuore che il suo caro non venga ucciso dalla sedie elettrica, insomma un miracolo). Quindi ecco forse spiegata la caratteristica principale dei colori scelti per il poster di questo film. Inoltre, questi colori rendono bene l’idea della luce calda che penetra dalla finestra, simbolo di passaggio obbligato tra spazio chiuso e libertà, un luogo definito dove volgere l’attenzione. Chi non vorrebbe essere là fuori, invece che rinchiuso nella prigione e passare il resto dei giorni dietro alle sbarre, sopratutto se si sa di essere innocenti?

Se vogliamo invece guardare un significato più spirituale, a me personalmente piace anche pensare che l’uomo che sta attraversando la camera fuori dalle grate delle carceri, sia lo spirito dell’incriminato, ormai morto dopo l’esecuzione; si sta preparando per raggiungere la libertà definitiva e la luce lo aiuta ad attraversare il confine con l’Aldilà. Sono comunque molti gli artisti che nel rappresentare le carceri inseriscono l’elemento della finestra e la luce che da essa proviene, debole o forte che sia. (Ne vediamo qua due esempi: Mazzini e il quadro di Rembrant “Paolo in prigione”).
Particolare è invece il dipinto di Antonio Campi “Santa Caterina visitata in carcere dall’imperatrice Faustina”, in quanto sembra avere proprio tutte le caratteristiche luminose del manifesto, il nero intorno fa da cornice a colori caldi che illuminano la scena centrale. Il buio, e quindi il colore nero che invece fa da sfondo sopra e sotto, evidenzia proprio l’oscurità del carcere e la vita triste dei prigionieri.
Ricordiamo poi che, come già detto prima, il prigioniero John ha paura del buio; ecco quindi un richiamo proprio al film. Questo lungometraggio abbraccia il soprannaturale senza però inserire il genere horror; l’orrore proviene in realtà direttamente dalle reali esecuzioni sulla sedia elettrica… Un film che fa riflettere e non lascia sicuramente indifferenti; senza dubbio emoziona e tocca in profondità dell’anima.
Antonella “Aeglos” Astori