Alberto Massaccesi è più un ricercatore musicale che un collezionista, più un affamato sperimentatore che un musicista. Deejay, sassofonista e cantante ha suonato live nei Leukemia, storica band new wave comasca. Rumorista nelle duo noise Agamotto e cantante/compositore degli Avalon Tattoo. Più molte altre cose.

Alberto! Amico, nonché nostro illustre redattore di copertine di nicchia
! Orsù, raccontaci, quando e perché hai iniziato a collezionare dischi?
Ricordo con esattezza l’anno, era il 2004. In quel periodo acquistai “Madvillainy” (Stones Throw Records, 2004) di MF Doom e Madlib, in uno storico negozio di dischi in Via De Amicis, a Milano. In quel preciso istante ho deciso di collezionare vinili e non solo, invero. Il motivo per me è molto semplice da ricordare, quella sensazione di entrare in un nuovo mondo, allontanarmi da questa realtà ogni volta che stringevo una copertina tra le mani, mentre il disco suonava.
Qual è il primo disco che hai comprato?
Qui invece ci potrebbe essere un po’ di diatriba (con me stesso). Ovviamente si potrebbe pensare che “Madvillainy” sia stato il primo ma probabilmente no. A Seregno (MB), anni addietro, era sito il classico “negozio di CD”, di quelli che avevano quasi interamente eliminato il vinile. Lì acquistai quello che potrebbe essere il primo ovvero “The Miseducation of Lauryn Hill” (Ruffhouse Records, 1998) di Lauryn Hill (di cui è stata recensita la copertina: https://www.artovercovers.com/2017/08/01/the-miseducation-of-lauryn-hill-lauryn-hill/). Successivamente, in quel negozio di cui non rammento il nome, presi anche “Post” (One Little Indian, 1995) di Björk, in un’edizione limitata del 2000; credo di non averlo mai fatto girare quel disco.
Quanti dischi possiedi e come è composta la tua collezione?
Considerando che regalai dei dischi della Salsoul Orchestra a mio fratello, direi 1086 pezzi. Questo potrebbe non fare di me un grandissimo collezionista, certo, ma l’effetto è comunque suggestivo, quando la si guarda nell’interezza; poi a me interessa ascoltare i dischi più che godere della quantità e della completezza. L’inizio del collezionismo coincide con il mio passaggio da ascoltatore quasi esclusivamente Hip Hop (sono tuttora un rapper) a dj Funk/Soul. Quindi una buona metà sono di musica nera, divisi nelle decadi ’70/’80. A seguire più o meno in egual numero c’è Hip Hop appunto, Rock e Jazz. Ora anche Post Punk, che è la mia nuova droga. Ora ho un programma radiofonico, Spazzolino – Underground Music, a Radio RBS, dove tratto principalmente di quello e di tutta la musica dimenticata.
Hai degli artisti preferiti dei quali possiedi molti dischi?
La cosa bella di passare in rassegna i miei dischi è quella di ripercorrere le fasi della mia esperienza musicale. Ci sono musicisti che ormai ho praticamente quasi del tutto abbandonato, come Stevie Wonder ad esempio, vero e proprio tormentone nella mia vita. Di Stevland ho più o meno venti pezzi, tra 12” e 7” e cassette. Il problema con lui é una altro, ad esempio, di “In Square Circle” (Tamla, 1985) ho quattro copie, due originali Tamla e due Motown, di cui un’edizione italiana. Ecco, ancora oggi mi chiedo perché, non è neppure un “disco della vita”, forse perché uscì l’anno in cui sono nato. Poi c’è Miles. Miles Davis è stato per me l’inizio di un viaggio. Un viaggio non nel Jazz che già ascoltavo, bensì nella musica sperimentale ed un po’ pazza. Infatti il primo Miles fu “On The Corner” (Columbia, 1972), preso in CD e successivamente il cofanetto di 6 CD “The Complete On The Corner Sessions” (Columbia Legacy, 2007). Non proprio un disco Jazz canonico insomma, più una Fusion tribale come non si vedrà più. Penso sia stato quello l’inizio della mia voglia di sperimentare nelle mie composizioni. Con Miles ho cercato di non limitarmi, così mi son preso appena usciti i cofanetti (CD/Vinile/DVD) di “Bitches Brew” (Columbia Legacy, 1970/2010), “Kind of Blue” (Columbia Legacy, 1959/2008) e 2 A Tribute to Jack Johnson” (Columbia Legacy, 1971/2005), di quest’ultimo posseggo pure la seconda ristampa in vinile.

Sei uno dei nostri redattori e sicuramente avrai una tua copertina preferita tra i tuoi 33 giri. Se sì quale? Ce n’è più di una?
Dipende in realtà dal periodo, la preferita può cambiare di continuo. Adesso potrei dirti quella di “Pink Flag” (Harvest, 1977) degli Wire. Quella bandiera rosa che svetta nel cielo azzurro è l’inizio di un mondo, del Post Punk e della libertà e menefreghismo musicale, l’allontanarsi dalle sue regole.
Della tua “Vinyl Wall” (posso chiamarla così? È letteralmente un muro di vinili!) qual è il pezzo più antico?
Puoi chiamarla così! Un nome direi perfetto. Il pezzo più antico…  “La Boutique Fantasque / L’Apprenti Sorcier” (Decca, 1958), un disco di Classica della “The Israel Philharmonic Orchestra”. Qualcuno di particolarmente geniale me lo regalò!
C’è un vinile a cui sei più affezionato?
Sinceramente no, almeno non di vinile ma di musicassetta, tipo qualche mixtape Hip Hop comprato in un negozio di vestiti a Seregno (MB). Dj Double S o Dj Silver K, perché mi rammentano uno dei periodi più belli di sempre. Parliamo del ’97/’98, ero un giovanissimo borderline, in una provincia arida e culturalmente inospitale.
Ovviamente non potevamo non chiederti… che importanza ha per te la copertina di un disco? Pensi che sia un elemento fondamentale per un disco avere una immagine accattivante?
Aiuta quando il disco è particolarmente brutto… scherzi a parte credo che difficilmente possa esistere musica senza un apparato visivo. Tutto è e sarà estetica. Quando scelgo un disco lo faccio spesso per la copertina, come quando comprai “Déjà Vu” (Atlantic, 1970) di Crosby, Stills, Nash & Young; Un disco fondamentale di cui ignoravo la sua importanza e i quattro giganti nel disco mi erano completamente sconosciuti ma la copertina, ecco, la copertina mi ha guidato.
La copertina più strana che ti è capitata tra le mani e anche la più indecifrabile pure per scriverci una recensione!
“Untilted” (Warp, 2005) degli Autechre. Tra l’altro è pure stupenda!
C’è un pezzo che stai cercando da tanto che brami ancora di reperire?
Direi “Everything You See is Me” (Govinda, 1978) dei Rasa, band Soul Disco di Ithaca, nello stato di New York. Che poi ho trovato e continuo a trovare in giro. Pensavo fosse così difficile eppure…

Gestisci un tuo programma radiofonico “Spazzolino Underground Music” è vero che il nome descrive già l’intento ma come spieghiamo il significato dei nomi delle band siamo curiosi di sapere perché lo hai chiamato proprio “Spazzolino”.
Me lo chiedono in molti e capisco che suona strano. La realtà invero è più semplice di quello che si possa pensare… l’ho scelto a caso, cioè, ho pensato “il primo nome che mi viene in mente sarà quello buono”. Ho realizzato solo poi che lo spazzolino scava come io scovo gruppi sfortunati e dischi dimenticati!
Ho avuto l’onore di essere stata tua ospite nella tua trasmissione del Giovedì sera su RBS Radio. Com’è nata questa collaborazione? Descrivici il tuo programma!
Tutto iniziò nel settembre del 2019, durante la settima edizione del Brianza Film Corto Festival, di cui sono il presidente. Inizialmente doveva essere una collaborazione tra Radio RBS ed Festival ma, a pensarci bene, la cosa non andò a buon fine, il che suona curioso in realtà. Ciò nonostante sono rimasto trovando un bellissimo ambiente ed una piccola radio con tanta voglia di crescere era quello che cercavo, per il mio programma e per dar voce alle mie passioni: lo studio, la ricerca musicale e la voglia di mettere la musica che ho sempre sognato di trovare in radio! Spazzolino – Underground Music tratta quindi di piccole perle nascoste, per lo più post punk ma non solo. Scelgo sempre delle tematiche da trattare che può essere uno specifico “sotto genere” o il paese di origine, invitando piccole band locali o studiosi di cinema per creare una combo tra visivo e uditivo. Pensando comunque che sono partito da podcast e dirette Facebook, essere in una “vera” radio non ha prezzo.