Anno di uscita: 2016 (Ristampa in Vinile per Pharagon Records)
Sito web:  https://www.facebook.com/spitfiremetal
“The Fall of Babylon”, “The Opening of the Seventh Seal”, “The Last Judgment”, “The Ruined Castle”… Se siete fan del genere heavy-metal e questi titoli vi suonano familiari, perché vi sembra di averli già incontrati almeno una volta nelle tracklists della vostra collezione di dischi, è difficile darvi torto: al di là dello specifico musicista o della specifica band, i temi e i simboli di questi titoli rimandano ad un immaginario che nel corso degli anni l’heavy-metal ha raffigurato assiduamente attraverso la sua musica e i suoi testi. Però qualcun altro aveva già raffigurato questo immaginario in precedenza, e nel significato più letterale del termine “raffigurare”, perché quelli elencati in apertura non sono propriamente titoli di canzoni, bensì titoli di quadri.Si tratta infatti di alcuni dipinti realizzati tra il 1831 e il 1853 dal pittore inglese John Martin, nato a Haydon Bridge il 19 Luglio 1789 e deceduto a Douglas, sull’Isola di Man, il 17 Febbraio 1854. Permettetemi ora un inciso. Secondo me, se Martin non fosse nato nel 1789 ma negli ultimi decenni del secolo scorso, sarebbe diventato un metalhead convinto. O meglio: forse è più corretto affermare che già ai suoi tempi Martin fu un “metalhead ante litteram”, perché la sua arte anticipò molti dei cardini che caratterizzano ancora oggi l’heavy-metal a livello di tematiche, di atmosfere, e di – concedetemi il termine – “quintessenza”.

Abbiamo visto una prima prova di ciò nei dipinti che abbiamo nominato finora (ai quali potremmo senz’altro aggiungere “The Bard” del 1817, di cui ci siamo già occupati in un precedente articolo: https://www.artovercovers.com/2018/01/05/stronghold-summoning/), tuttavia ne possiamo facilmente identificare altre di carattere più generale.
In primo luogo, cosa ispirò l’arte di Martin, «whose originality of conception has startled all Europe», come recitò il suo necrologio pubblicato su “The Observer”? L’Artista stesso ne individuò i semi descrivendo il suo vagabondare per le colline all’alba, «exulting in the sublime grandeur of the surrounding beauties of Nature», attento agli effetti di luce e ombra nel tentativo di imprimerli nella memoria per poi riprodurli attraverso il proprio estro.

Il termine “sublime” utilizzato dal Pittore ci offre una chiave di comprensione ulteriore, e una prova aggiuntiva. Come teorizzato dallo scrittore inglese Edmund Burke (1729 – 1797), il concetto di sublime riguarda l’infinito e il soprasensibile, ed è fondato sulle emozioni suscitate dal grandioso e dall’orrido, che evidentemente abbondano nei dipinti di Martin.

Ancora l’Artista ce ne offre una conferma nelle parole con cui presentò i soggetti  alla base delle sue “Illustrations of the Bible”: «vast and magnificent edifices of the ancient world, its forests, wilds, interminable plains, its caverns and rocks and mountains». E, subito di seguito, Martin rivelò ciò che maggiormente lo affascinava di questo “mondo antico” fino a farne un vero e proprio strumento di espressione: «by freely employing the aid of its powerful and primitive elements of fire and water, which, when agitated by their Almighty Disposer between the green sea and the azure vaults sets roaring war.».

Leggendo queste righe, è difficile non riconoscere in sottogeneri come l’epic-metal, il black-metal, e il doom metal i naturali eredi ed interpreti in musica dell’opera di Martin. E quindi neppure stupisce che alcuni suoi dipinti siano stati adottati in tutto o in parte come illustrazioni di copertina per dischi appartenenti a questi sottogeneri, così come al genere heavy-metal nel suo complesso.

A questo proposito abbiamo già visto il caso degli austriaci Summoning impegnati in una forma peculiare di ambient black-metal, e possiamo senz’altro aggiungere ora gli italiani Spitfire. La band, fondata a Verona nei primissimi anni ’80 e ancora vigorosamente attiva, è composta ancora oggi da autentici pionieri dell’heavy-metal italiano. A questo riguardo sembra perfino improprio definire la proposta musicale degli Spitfire come “tradizionale” nel genere, se si considera che questa proposta nacque e si sviluppò praticamente in contemporanea al genere stesso. Una prima pietra miliare di questo percorso si trova nei solchi del “45 giri” “Blade Runner/A Quiet Man”, pubblicato dalla band nel 1984.
L’uscita più recente targata Spitfire risale invece al 2016, ed è costituita dalla pubblicazione dell’album-antologia “Heroes in the Storm” in un’edizione limitata in vinile. Proprio la cover di questo ultimo disco, di cui possiamo ammirare i dettagli nell’illustrazione posta in apertura, ci mostra un soggetto che a questo punto possiamo definire quasi familiare…
L’immagine combina infatti abilmente elementi tratti dal dipinto ad olio “Pandemonium”, realizzato da Martin nel 1841, con una figura aggiuntiva di guerriero in armatura pronto allo scontro.
L’inserimento del guerriero nel contesto è perfettamente armonioso, sia per il soggetto, sia per le tonalità furiose dei colori che animano la corazza e il mantello. I barbagli di fiamma delineano anche il profilo minaccioso di una creatura soprannaturale su cui monta in sella il combattente, che sembra lanciarsi alla carica dalla città sullo sfondo. Quest’ultima è proprio la sinistra Pandemonium che offrì il nome al dipinto di Martin, e la cui ispirazione giunse al Pittore da alcuni versi (Libro I, 710) del poema “Paradise Lost”, pubblicato nel 1667 dal letterato inglese John Milton (1608 -1674):

«Anon out of the earth, a fabric huge
Rose like an exhalation, with the sound
Of dulcet symphonies and voices sweet,
Built like a temple, where pilasters round
Were set, and Doric pillars overlaid
With golden architrave…»

Secondo l’immaginazione di Milton, la città fu innalzata da Satana nelle profondità dell’Inferno dopo che egli stesso e le schiere di angeli ribelli furono banditi dal Paradiso. Riconosciamo infatti la fedele trasposizione di questo prodigio nel quadro di Martin, in cui un Satana marziale sovrasta la sua creazione dalla cima di una rupe scabra, e sembra intento a proclamare quelli che sono forse i versi più famosi e significativi del “Paradise Lost” (Libro I, 263): «Better to reign in Hell than serve in Heav’n».

Nella copertina di “Heroes in the Storm” il tenace demonio ribelle non è presente, sostituito come abbiamo visto dal guerriero circondato di fiamme. Tuttavia, lo spirito indomabile che accomuna i due personaggi è chiaramente pari, e lega con un ideale filo comune la maestosità del poema di Milton, l’ira titanica dell’arte di Martin, e la musica impetuosa degli Spitfire… Un filo di irriducibile fuoco, naturalmente.
Paolo Crugnola