Anno d’uscita: 2019
Regia:
Bong Joon-ho
“Parasite” è il nuovo film del regista coreano Bong Joon-Ho. Non solo vince come miglior film – ed è la prima volta in assoluto che una pellicola non in lingua inglese ottiene questo risultato – ma a “Parasite” vanno i riconoscimenti per la migliore sceneggiatura, miglior film internazionale, la miglior regia.  L’eterno conflitto tra differenti classi socio-economiche è il tema principale del settimo lungometraggio di Bong.

In particolare si narrano le vicende di due nuclei familiari (che poi diventano tre) speculari, quanto a composizione, ma molto distanti tra loro, la famiglia Kim, poverissima, formata dal padre Ki-taek (Kang-ho Song), dalla madre Chung-sook (Hye-jin Jang) e due figli, la 25enne Ki-jeong (So-dam Park) e il minore, Ki-woo (Woo-sik Choi). Vivono in uno squallido appartamento nel seminterrato di un palazzo di Seoul: sono molto legati tra loro, ma senza un soldo in tasca né un lavoro né una speranza per il futuro.
La seconda famiglia, quella ricca, è la famiglia dei Park, mamma, padre dirigente di un’azienda informatica, due figli e tre cagnolini: vivono in una grande villa, fatta di spazi ampi, legno ed immense vetrate con vista giardino.
 Il piano, studiato con arguzia nei minimi particolari dai Kim, prevede la manipolazione psicologica della vulnerabile signora Park, per farsi assumere presso la villa, fingendosi nell’ordine: insegnante di inglese, insegnante d’arte, autista e governante. L’obiettivo è uscire dalla miseria, non appropriandosi di “cose”, bensì sperimentando un benessere mai esperito. La truffa non è una vera truffa, poiché i servizi lavorativi sono resi nel migliore dei modi, piuttosto è il tentativo di uscire da una miseria abitativa quotidiana ed impreziosire se stessi, sperimentando gli ambienti di vita dei ricchi nei momenti di presenza nella villa.

L’evoluzione della vicenda è poi così interessante perché evolve (o degenera) dalla commedia al dramma più nero, fino all’horror, tanto che i Kim si introdurranno sempre più nella routine dei Park, come un “parassita” fa con un organismo estraneo. Questo è ciò che suggerisce la prima parte del film: che i parassiti del siano i Kim che si insinuano nella vita dei Park.
Ma nella seconda parte, i “parassiti” dovranno fare i conti con un parassita altrettanto disperato e collocato ancora più in basso: una terza famiglia vive nel bunker sotterraneo della stupenda casa, un bunker della cui esistenza nemmeno i padroni di casa sono al corrente. È la coppia formata dalla governante storica di casa Park, Moon-gwang (Lee Jeong-eun) e il marito Geun-se (Myeong-hoon) dilaniato dai debiti e nascosto nel bunker segreto nel quale dimora senza finestre e senza luce. E la battaglia sociale che all’inizio era fra ricchi e poveri diventa in una spirale sempre più feroce, una guerra fra poveri, che lascia tutti sconfitti.

Molto interessante il confronto fra la locandina originale – quella coreana – e quella italiana, entrambe molto belle e piene di simboli. L’ambientazione del poster originale è il giardino, luogo in cui avverrà la scena più epica del film, quella in cui l’atteggiamento razzista del padrone di casa Park (afferma che i poveri puzzano) scatena la violenza di Ki-taek. Sullo sfondo del manifesto c’è l’enorme villa dei Park, l’ambiente protagonista dentro il quale praticamente si ritroveranno a vivere ben tre famiglie.

Guardando il manifesto, la prima cosa che si vede è il mezzo primo piano dell’attore Song Kang-ho, straordinario interprete di diversi film di Bong, in una delle sue classiche posture da disagio crescente. I coniugi Park si rilassano al sole, godendosi due calici di vino. Il giardino, che è luogo di relax e di giochi (si intravede anche il pallone) è contaminato da un cadavere disteso.
Tutti i personaggi del poster sono rivolti al cadavere: sulla porta finestra è fermo il giovane della famiglia Kim, Ki-woo, con in mano una grossa pietra: la pietra è l’arma con cui Ki-woo è determinato a sbarazzarsi per sempre di Moon-gwang e del marito. Ma la pietra ha un valore altamente simbolico in tutto il film: arriva come regalo dall’amico Min-Hyuk alla famiglia Kim, è considerata un auspicio di fortuna, visto che è una pietra da collezione, e proviene da Min-Hyuk, un ragazzo di ceto sociale più alto, quindi la Pietra ha un valore magico. Questa pietra sembra una montagna, altro simbolismo dunque, un invito a salire, a migliorare. La prima offerta di lavoro al giovane Ki-woo proviene da Min-Hyuk proprio dopo il dono della Pietra.
L’ampia vetrata della villa, che dà sul giardino, riflette la sagoma di un bambino che sta in piedi accanto al suo “tipi” indiano, la classica tenda a forma di cono resa famosa dai nativi americani delle Grandi Pianure del nord degli Stati Uniti d’America. Il bambino è Da-song Park (Hyun-jun Jung) il vispo figlioletto dei Park. Guardando attentamente il poster si può notare che Da-song ha un braccio meccanico: chissà che non sia un riferimento al fatto che la Corea del Sud è attualmente il paese più robot-friendly al mondo…

Gli occhi dei personaggi nel poster sono nascosti da strisce censorie. Le strisce sono bianche nel caso dei Park, mentre sono nere, nel caso dei Kim. Chissà che l’autore non abbia voluto differenziare il bene dal male, l’innocenza dalla colpevolezza, il ricco e il povero. In fondo i Park sono milionari, ma non hanno colpe, sono fin troppo ingenui e si lasciano invadere ingenuamente sia dalla famiglia di Ki-woo sia da chi vive nel bunker.

Nella versione italiana del manifesto, che vede tutti i protagonisti del film insieme, mescolati, in posa per un unico grande ritratto di famiglia, le strisce che coprono gli occhi diventano per tutti di colore Nero. Le strisce nere che coprono gli sguardi, provano ad annullare l’identità, come a non voler distinguere i buoni dai cattivi o i ricchi dai poveri. Fanno la differenza i piedi: i componenti della famiglia dei Park hanno le scarpe e sono ben vestiti. La famiglia Kim invece è scalza e abbigliata con abiti modesti.
Le strisce nere censorie sui volti bene si correlano alla scritta “cerca l’intruso”, come se tutto fosse un Rebus, un misterioso gioco: viene da chiedersi se l’intruso è il cadavere che si intravede a sinistra del gruppo oppure la grande Pietra collocata alle spalle del gruppo sotto la scala. O forse l’intruso è il disegno del piccolo Da-song appeso alla parete, alle spalle della famiglia riunita?
Il disegno è frutto di un suo trauma infantile, quello di aver visto un fantasma. In realtà, il fantasma è il marito della governante dei Park, che emerge dal sottosuolo del suo bunker e sorprende Da-song nel cuore della notte.
L’architettura della casa è di un’eleganza suprema, si intravede un pezzetto di scala che conduce al piano superiore: non è un elemento casuale, le scale hanno un grande valore simbolico e sono molto presenti in tutto il film: il conflitto sociale di cui racconta il film “Parasite” è un conflitto che si sviluppa proprio in “verticale“, attraverso scale, sottoscala, e rifugi sotterranei. Le scene più intense del film sono infatti quelle che si svolgono su e giù per le scale, dal seminterrato al bunker sottostante.

La grossa pietra alle spalle del gruppo, sotto la scala è la stessa che nell’affiche originale, era in mano al giovane Ki-woo, che la reggeva come un’arma, deciso a farsi giustizia da solo. In questo poster invece la pietra collocata lì da sola alle spalle del gruppo riacquista la sua valenza magica, la sua funzione protettiva.
Il quadretto familiare nasconde un angolo problematico: un cadavere spunta dalla foto e nessuno sembra essere riuscito a nasconderne i piedi. Chi ha visto il film ovviamente intuisce subito di chi sia il cadavere: di Moon-gwang, la governante di casa Park, che è l’unico personaggio a mancare nella foto.

Ogni singolo dettaglio, anche il più piccolo del manifesto (e dell’intera pellicola) è curato e studiato ogni minimo particolare. Niente, ma proprio niente è lasciato al caso, c’è un’attenzione meticolosa ai dettagli. Chi ha visto il film può apprezzare anche una particolarità nel poster: la lampadina gialla che si nota in cucina è la lampadina che l’ospite del bunker, Geun-se aziona seguendo devotamente i passi di Mr. Park sostenendolo nella convinzione di avere una casa domotica…

Lasciatemi dire che il film “Parasite” è sontuoso: dalla fotografia di Hong Kyung-pyo, alle musiche ipnotiche di Jung JaeiI; dalla “creazione” degli spazi dello scenografo Lee Ha Jun alla caratterizzazione dei personaggi. Tutto è perfetto, compresa l’alternanza di generi cinematografici. Un film che più che uno scontro di classi racconta un incontro fra persone, tumultuoso e sorprendente.

Ho amato particolarmente due momenti del film: il momento perfetto e ingegnoso in cui Ki-Teak e Ki-woo pianificano di sostituire la governante Moon-gwang facendo lavorare al suo posto Chung-sook. Per fare ciò, “manipolano” la signora Park facendole credere che l’allergia alle pesche della governante sia tubercolosi.

E per finire la scena dell’acquazzone torrenziale che di notte, allaga completamente il seminterrato in cui vivono i Kim: un diluvio universale “punitivo” a causa del quale i Kim – padre, figlio e figlia – sono costretti a “discendere” letteralmente dal Paradiso agli Inferi: dalla villa dei Park attraverso un’infinità di scale giungono in fondo alla loro dimora, che è quasi tutta sommersa.
L’acqua è un elemento molto presente nel film e cade cadendo dall’alto al basso portando con sé rifiuti e detriti che finiscono in basso, negli ambienti dei poveri. Il diluvio metaforicamente simboleggia la punizione per il fatto che i Kim abbiano desiderato e raggiunto e invaso l’eden personale dei Park; e mentre la loro dimora scompare sotto l’acqua, Mr. Park e signora “ammirano” la pioggia, dalle enormi vetrate della villa, comodamente seduti sul divano, guardando giocare il figlioletto fuori, riparato da una tenda indiana.
Sara Riccio

 

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: