Anno d’uscita: 1929
Regia:
Dziga Vertov
“L’Uomo con la Macchina da Presa” per espressa volontà del suo autore Dziga Vertov, doveva essere un film senza sceneggiatura, senza scenografia e pure senza attori. Il cinema tradizionale per Vertov è borghese, quindi va creata un’opera sinceramente rivoluzionaria. Il regista diventa deus ex machina dell’opera, o meglio, diventa direttamente una macchina da presa. Con il suo occhio riprende una comune giornata moscovita del 1929. “L’Uomo con la Macchina da Presa” non è un film tradizionale ma nemmeno un documentario: non ha infatti le didascalie fondamentali per raccontare un’opera senza sonoro.
La locandina di quest’opera, che rappresenta un unicum nella storia del cinema, è originale quanto il film stesso. Artista di studi futuristi (ammira le opere di Umberto Boccioni e i racconti di fantascienza), Vertov realizza un poster in cui una città è ripresa con l’obiettivo puntato verso il cielo, su cui si affacciano dei moderni grattacieli.

Amante del progresso, il regista sovietico celebra nell’affiche lo sviluppo urbanistico della società socialista. Come gli artisti futuristi, anche Vertov vuole celebrare ciò che nuovo, ciò che ha scalzato i ruderi del passato. In questo gli artisti costruttivisti sovietici come Vertov hanno molti punti in comune con i futuristi quali Boccioni, Giacomo Balla e Gerardo Dottori. Il rifiuto dell’estetismo abbraccia coloro che si schierarono per il nazionalismo più aggressivo, come coloro che aderirono all’ideale comunista.
La locandina ha molto in comune con le opere costruttiviste, così come quelle futuriste. La Mosca di Vertov non è poi così distante dalla Milano di Mario Sironi. Grandi edifici che non sembrano avere anima viva. È la città a essere viva! È Mosca a ruggire, grazie allo sviluppo socialista.

La città è ripresa dal basso e l’occhio della macchina da presa è formato da parole scritte in cirillico. Le parole formano cerchi concentrici, come se si stesse operando uno zoom, specialità del regista Vertov. La scritta maggiore è riservata al titolo del film, le altre ci addentrano nel movimento Cineocchio (kinoglaz), esperimento effimero di Vertov che lascerà principalmente solo il suo capolavoro “L’Uomo con la macchina da presa”.
Tra i palazzi dai colori vivi e un cielo nero che pare morto, vediamo l’oggetto delle ripresa: una donna. Come nei migliori trucchi cinematografici, il manifesto mostra un effetto speciale, di cui Vertov è stato uno dei primi maestri. La donna è difatti scorporata. Sembra stia ballando o invitando gli spettatori al cinema, ma lo fa senza il busto. Quello è cancellato e della donna vediamo solo gambe, braccia e testa. La giovane donna porta le gambe scoperte e dei tacchi a spillo. È una donna sovietica, emancipata, come le tante ragazze riprese, forse ignare, dallo stesso autore del film.

Cemento e donne: è questo il curioso accostamento che troviamo sulla locandina del capolavoro di Vertov. Ci si deve eccitare per il progresso del socialismo, come per una bella donna. L’avanguardia cinematografica sovietica, grazie a Vertov, si è spinta dove altri arriveranno diversi decenni dopo, negli anni sessanta. Proprio per questo, la locandina di “L’Uomo con la macchina da presa” è un capolavoro artistico al pari di tanti quadri futuristi o costruttivisti.
Leonardo Marzorati