Anno di uscita: 2004
Sito web: https://www.facebook.com/WOTAN-Official-Page
I barbari… Già: i barbari. Storicamente, sono stati definiti per antonomasia con questo termine gli appartenenti alle tribù guerriere germaniche che, incalzati dalle avanguardie unne, invasero i confini dell’Impero Romano d’Occidente portandolo al crollo nel 476 d.C.. San Gerolamo (ca 347 – 420 d.C.) nel 409 d.C. scrisse di loro (Epistulae123,15-16): “Popolazioni senza numero e ferocissime hanno occupato tutte le Gallie. Tutto ciò che è compreso tra le Alpi e i Pirenei, tra l’Oceano e il Reno, i Quadi, i Vandali, i Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alemanni e… i Pannoni, nostri nemici, tutto quanto hanno saccheggiato… Magonza, quell’illustre città di un tempo, è stata presa e rasa al suolo.
Pochi anni dopo, tra il 415 e il 417 d.C., il poeta romano Rutilio Namaziano descrisse nell’opera in versi De Reditu suo (I,26-30) i panorami miserabili che il passaggio di queste tribù, e di altre ancora, avevano lasciato nell’odierna Francia (sua terra natia):
“… Come potremmo chiudere
di più gli occhi sulle lunghe rovine,
che il ritardo degli aiuti moltiplica?
Dopo furiosi incendi nelle campagne desolate,
è tempo di costruire, almeno, capanne di pastori.”
Eppure, prima ancora di aver compiuto queste scorrerie, prima addirittura di essere stati visti, ai barbari era già stato imputato un altro misfatto: di avere devastato… la grammatica.
Se infatti risaliamo all’etimologia della parola “barbaro” presso gli antichi Greci e Romani, non troviamo immediatamente il significato di “predone invasore”, bensì quello di “straniero” in un’accezione specifica che sottolineava l’incapacità di parlare correttamente il Greco o il Latino. Esprimendosi appunto in modo comprensibilmente limitato, se non proprio sgangherato, negli idiomi considerati all’epoca “alti per eccellenza”, i “barbari” citati da San Gerolamo e da Rutilio Namaziano si attirarono automaticamente la nomea di rozzi e incivili; e a questa fama negativa si aggiunse in seguito la ferocia sanguinaria delle loro azioni militari.

Il risultato di ciò fu l’adozione della parola “barbaro” anche in contesti storici successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente per identificare popoli che, volontariamente o meno, si discostassero dalle civiltà organizzate, finendo anzi per essere percepiti come un pericolo per quest’ultime a causa della loro natura aggressiva e indomabile.

Parallelamente, però, un secondo connotato che spesso compare nelle descrizioni di queste popolazioni a compensarne gli aspetti caotici è la fierezza istintiva accompagnata all’insofferenza per sotterfugi e corruzione. Proprio questa bilancia oscillante tra ferocia e grandezza potrebbe essere individuata oggi come uno dei temi portanti delle composizioni musicali realizzate dalla band heavy-metal Wotan. Gli album pubblicati da questa formazione italiana offrono infatti una vera e propria raccolta espositiva di avvenimenti e soggetti storici e mitici, in cui i ritratti di protagonisti assimilabili all’archetipo dei “barbari” hanno ampio spazio.
È il caso ad esempio del primo “full-lenght” pubblicato dalla band nel 2004, intitolato “Carmina Barbarica”. La traduzione del titolo è già significativa a questo proposito, se consideriamo infatti che carminacorrisponde al plurale del sostantivo latinocarmen, traducibile con “poema”, “versi”, e anche con “canto”, “canzone”. “Canti barbarici”, per l’appunto.

Esaminando poi le singole composizioni dell’album, troviamo presto i ritratti dei protagonisti, reali o leggendari, sopra accennati. Per iniziare possiamo senz’altro citare “Innoxia (Vercingetorix)”, dedicata al supplizio del condottiero gallico Vercingetorige (m. 46 a. C.) di fronte all’avanzata romana. Abbiamo poi la canzone “Under the Sign of Odin’s Ravens” a ricreare il passo cadenzato delle orde pagane in marcia, vicina per tema e atmosfere alla successiva “Wrath of North”. Non si muove invece a piedi, ma al contrario è in balia di un cavallo demoniaco, lo sventurato re ostrogoto Teodorico: figura centrale dell’omonima “Leggenda di Teodorico” scritta in poesia dal Carducci (1835-1907), nonché protagonista anche della composizione “Black Conqueror” dei Wotan.

All’apparenza potrebbe sembrare più rassicurante la vicenda interpretata dalla band in “King of Crows (the Dream of Ronabwy)”, per il fatto che si tratti di una visione avuta dal protagonista in sogno; in realtà il guerriero Ronabwy vede in essa gli eroi combattenti del ciclo arturiano al centro di una sinistra e soprannaturale partita di scacchi. L’avventura narrata trae spunto dal “Libro Rosso di Hengest”: un manoscritto gallese del XIV secolo in cui è tramandato appunto il racconto del “Sogno di Ronabwy”.

Ultima, ma solo per la posizione nella tracklist, è da menzionare “Iron Shadows”: la canzone dell’album che omaggia il “barbaro per eccellenza” della letteratura Conan di Cimmeria, nato dalla fantasia dello scrittore americano Robert E. Howard.

Dopo aver scorso questa lunga schiera di campioni e condottieri, è lecito domandarsi a questo punto se il gioiello a forma di aquila che spicca sulla copertina di “Carmina Barbarica” sia riconducibile a qualcuno di essi, o forse ad altre personalità regali “barbariche”.

Il soggetto maestoso e la ricchezza dei materiali suggeriscono in effetti che si tratti di un ornamento militare. Tuttavia, l’esame approfondito del gioiello – una “fibula”, cioè l’equivalente di una moderna fibbia o spilla – e la sua contestualizzazione archeologica danno una risposta completamente inaspettata.
La “fibula” è parte del cosiddetto “tesoro di Domagnano”, dal nome del comune della Repubblica di San Marino dove i preziosi furono scoperti per caso nel 1893 durante dei lavori agricoli. Il tesoro conta attualmente ventidue pezzi, conservati in vari musei del mondo, che si considerano risalenti al V o VI secolo d.C..
Il “tesoro” costituiva secondo una teoria accreditata il corredo funebre di un personaggio aristocratico appartenente al popolo degli Ostrogoti: una stirpe barbarica originaria dell’area baltica che fondò un regno in Italia a partire dal 488 d.C. e ne resse bellicosamente le redini fino al 562 d.C. contro le armate bizantine.

Come anticipato, l’esame del gruppo di preziosi e la sua contestualizzazione hanno generato una sorpresa inaspettata: i reperti affermano infatti che il corredo funebre non sia appartenuto ad un signore guerriero, bensì ad una dama.

La fibula a forma di aquila (che nel “tesoro” è parte di una coppia contrapposta), è infatti caratteristica degli abiti femminili delle popolazioni gotiche (Ostrogoti e Visigoti), come attestano altri ritrovamenti in Europa. A loro volta, anche gli altri gioielli del complesso di Domagnano – un’ulteriore fibula a forma di cicala, un paio di orecchini, una collana, un anello, una coppia di puntali per foderi di coltellini – trovano corrispondenza in tombe femminili germano-gotiche del V – VI secolo d.C..

Tutti i pezzi del “tesoro” sono in oro, con una purezza compresa tra il novantuno e il novantotto per cento. Gli orecchini e la collana raggiungono il peso di circa 120 grammi, gli altri pezzi 266 grammi, per un valore complessivo di 386 grammi corrispondenti, nella moneta dell’epoca, a 85 solidi d’oro.

Tornando nel dettaglio alle fibule a forma d’aquila, risulta che esse raggiungessero un valore equivalente a 55 solidi aurei. Entrambe sono lunghe 12 centimetri e hanno una sezione piatta e intarsiata, con una borchia a cupola nel centro; quest’ultima contiene una croce con braccia uguali. Come altri reperti del “tesoro”, la coppia di preziosi fu lavorata con la tecnica en cloisonné su tutta la superficie: si tratta di una tecnica di pittura a smalto, che consiste nello stendere pasta vitrea di diversi colori in scomparti (cloisons) delimitati da sottili nastri d’oro, argento o rame, saldati su fondo metallico. Molti inserti delle fibule aquiline sono di granati piatti: ciascuno posto su una lamina sagomata d’argento dorato, per riflettere la luce attraverso il granato e renderne più brillante il colore; alla coppia di gioielli furono anche aggiunti elementi decorativi policromatici per mezzo di lapislazzuli e avorio.

Da ultimo, oltre ad un anello posto sul retro per agganciare una collana, c’è un altro dettaglio, che costituisce in un certo senso “l’anima” in ognuna delle due fibule: l’occhio dell’aquila, formato da una conchiglia bianca lavorata a cabochon, cioè con la parte superiore curva levigata e non sfaccettata. A sua volta, la conchiglia contiene un granato centrale a cabochon in un anello d’oro.

La magnificenza di un simile corredo richiama alla mente pochi paragoni nella storiografia coeva al regno degli Ostrogoti in Italia: forse solo i mosaici della basilica di San Vitale a Ravenna (costruita a partire dal 525 d.C.) mostrano figure femminili in tenute imponenti come la dama di Domagnano.

Eppure, nonostante la sua maestosità, per uno scherzo paradossale del caso la dama, intesa nella sua persona, rimane comunque per noi un mistero. Di lei non conosciamo il nome, né il viso, né un solo accenno alla sua vita. Possiamo ragionevolmente attribuirle i modi eleganti propri del suo rango, ma il suo animo ci resta sconosciuto, distante. Potrebbe essere stata somigliante ai cupi e tragici, ma mai inermi, personaggi femminili che proprio le leggende barbariche ricordano; come ad esempio la straziata e inarrestabile regina dei Longobardi Rosamunda, descritta dallo storico Paolo Diacono (Historia Langobardorum 2, 28), e soggetto acutamente ripreso ancora dai Wotan nella canzone “Drink in the Skull of your Father” contenuta nell’album “Epos”.

O forse potrebbe aver posseduto l’assennata amabilità della regina dei Danesi Wealhþēow: “ingemmata di anelli e di mente cortese”, come la rappresenta il poema altomedievale “Beowulf” in tempi di poco posteriori (VII – VIII secolo d. C.) all’epoca degli Ostrogoti in Italia.

Il mistero rimarrà purtroppo senza risposta, almeno finché non giungeranno gli echi di un altro lontano canto barbarico che narri la storia della dama dalle fibule d’oro.
Paolo Crugnola