Luogo e anno di formazione: Stati Uniti d’America, 1965
Sito web: https://www.thedoors.com/
Spesso gli artisti rock si nutrono di ispirazioni provenienti dalle proprie letture e si appropriano di concetti appartenenti ad autori classici o contemporanei, dilatandoli e personificandoli sino a diventare essi stessi incarnazione di queste idee. Se poi l’artista ha il temperamento e il carisma di Jim Morrison, esso può condurre con sé proprio pubblico, tramite la musica, i versi e la performance, verso l’infinito, superando i limiti dell’esperienza ordinaria e terrena. Stiamo quindi parlando dei Doors, e nel nome della band californiana c’è davvero un varco per accedere a ciò che ci può condurre al di là di noi stessi per diventare tutt’uno con l’Universo.

Per comprendere l’origine del nome del gruppo dobbiamo tornare indietro al Pre-romanticismo letterario inglese e accostarci ad un autore che precorse i tempi a un punto tale da essere incompreso e sottovalutato all’epoca, mentre oggi viene reputato uno dei più grandi artisti britannici  in assoluto: William Blake. In “The Marriage of Heaven and Hell”  (1790) il visionario poeta – celebre ai suoi tempi come illustratore  ed incisore – scrisse: «If the doors of perceptions were cleansed, everything would appear as it is, infinite». Questa enigmatica frase, ricca di suggestioni, venne in seguito ripresa da Aldous Huxley, romanziere e saggista britannico, per il titolo del suo libro “The Doors of Perception”.
Il saggio di Huxley, scritto nel 1954, narra esperienze vissute tramite l’uso della mescalina, principio attivo del cactus Lophophora williamsii, più noto come peyote. Il peyote, il cui nome in azteco significa “pane degli dei”, era notoriamente usato dagli sciamani e da molti abitanti del Messico per comunicare con divinità e spiriti, per curare malattie e per prepararsi alla caccia. Huxley descriveva le percezioni di natura estetica e mistica vissute durante il “trip” per poi riflettere sul fatto che fin dalle antiche civiltà l’ebbrezza fosse un modo per accostarsi al sacro e al divino. Le esperienze psichedeliche dovute alle droghe allucinogene sono pertanto in grado di aprire le porte della percezione umana ad una realtà invisibile ma reale, fatta di entità e conoscenze ultraterrene.
Jim Morrison, quando era  studente di cinematografia all’università della California, non poté non essere affascinato da questi concetti e pertanto scelse di chiamare The Doors la sua band. Un appellativo programmatico che lasciava presagire  una concezione della musica come esperienza psichedelica, in grado quindi di allargare la coscienza degli ascoltatori e di trasportarli verso territori poetici e musical inesplorati sotto la guida dal genio sregolato e visionario del “Re Lucertola”. Partendo da questi presupposti ed essendo dotato di una personalità magnetica e di un talento poetico straordinario, Morrison fu davvero un sciamano del rock e affermò che la musica dei Doors fosse in grado di condurre il pubblico ad un orgasmo emotivo tramite la mediazione di parole e note. Così scrisse nell’emblematica “Celebration of the Lizard”:

Once I had a little game
I liked to crawl back in my brain
I think you know the game I mean
I mean the game, called ‘go insane’

You should try this little game
Just close your eyes, forget your name
Forget the world, forget the people
And we’ll erect a different steeple

This little game is fun to do
Just close your eyes, no way to lose
And I’m right there, I’m going too
Release control, we’re breaking thru.
Maria Macchia